In queste condizioni, quando le sorti della Chiesa parevano disperate, e lo stesso Vicario di Cristo era accusato a torto o a ragione delle tresche più scandalose, tonò potente la voce di Gerolamo Savonarola. In lui la profezia dal basso loco, in che era caduta, assurge novamente a sublimi fastigi. Al pari dei suoi predecessori egli lavora d'interpretazioni e di commenti sui libri profetici del Nuovo e del Vecchio Testamento; l'Apocalisse, i Profeti e il libro dei Salmi sono i suoi testi prediletti. Se non che non parla più, come i predecessori suoi, della prossima venuta dell'Anticristo e della fine del mondo, ma solo dell'imminente rinnovazione della Chiesa. E i suoi vaticini trae, come l'Oresme, da diversi indizi, che ha cura di enumerare ad uno ad uno nella famosa predica del 14 gennaio 1494. “Hora, egli dice, cominciamo dalle ragioni che io t'ho alleghate da parecchi anni in qua, che dimostrano et pruovano la renovatione della Chiesa. Alchune ragioni sono probabili, che gli si può contradire, alchune sono demonstrative, che non se gli può contradire, perchè son fondate nella scriptura sancta. La prima è propter pollutionem prelatorum. Quando tu vedi un capo buono, dì che il corpo sta bene. Quando el capo è captivo guai a quel corpo. Però quando Dio permecte che nel capo del reggimento sia ambitione, luxuria et altri vitii, credi che il flagello di Dio è presso.... La terza per exclusionem istorum. Quando tu vedi che alchuno Signore o capo di reggimento non vuole e buoni et onesti appresso, ma gli cacciano, perchè non vogliono che gli sia dicta la verità, dì che il flagello di Dio è presso.... La sexta propter multitudinem peccatorum. Per la superbia di David fu mandata la peste. Guarda se Roma è piena di superbia, luxuria et avaritia et simonia. Guarda se in lei multiplicano sempre li captivi et però dì che il flagello è presso.... Tu dirai: O egli c'è tanti religiosi e tanti prelati più che ne fussi mai. Chosì ce ne fussi mancho. O cherica, per te orta est hæc tempestas! Tu se' cagione di tucto questo male et oggidì ad ogni uno gli pare essere beato chi ha el prete in casa; et io ti dico che verrà tempo che si dirà: Beata quella casa che non ha cherica rasa. La decima è propter universalem opinionem. Vedi ognuno che pare che predichi et aspecti el flagello et le tribolatione.... Lo abbate Joachino et molti altri predicano et annunziano che in questo tempo ha advenire questo flagello.„

Il Savonarola adunque non diversamente dai suoi predecessori è un profeta più di riflessione che d'ispirazione, e nelle previsioni sue l'ermeneutica biblica e le dottrine teologiche hanno la parte preponderante, come in quelle dell'abate Gioachino, che egli stesso cita. Ma ciò non pertanto a scoprire nelle sacre carte il senso, che agli altri sfuggiva, occorrevagli una singolare attitudine o un'illuminazione dall'alto. E questo dono singolaro nessuno più del Savonarola è convinto di averlo. “Chi dubiterà — egli scrive — che il giglio sia bianco se non il cieco?... Le cose avvenire appariscono tanto chiare nel lume della prophetia, che colui il quale ha tal lume non può avere dubitatione alcuna„. “Et dicoti che si verificherà ancora il resto che non fallirà una iota et io ne so certo più che non sei tu che due e due fanno quattro, et più che io non so certo che io toccho questo legno di pergolo, perchè quello lume è più certo che non è senso del tacto. Credimi, Firenze; tu dovresti pur credermi, perchè di quel che t'ho decto non ne hai veduto fallire una iota fino a qui, et anco per l'avenire non ne vedrai manchare niente„. A lui non sembra come a santa Brigida e a santa Caterina di avere diretti colloqui con Cristo o con la Vergine, nè la sua fantasia sa levarsi alle grandiose rappresentazioni di Ezechiello e dell'autore dell'Apocalisse. Anzi talvolta l'arte gli fa tanto difetto, che cade nel trito e nel minuto, come in una descrizione del Paradiso inserita nel compendio delle Rivelazioni. Ma senza dubbio lampi di vero genio guizzano talvolta nelle sue prose e nelle sue poesie. E talune delle visioni sue colpirono talmente i contemporanei, che furono riprodotte in molte incisioni, come quella apparsagli nell'anno MCCCCLXXXXII, “la nocte precedente all'ultima predicatione che fue in Sancta Reparata, quando vide una mano in cielo con una spada sopra la quale era scripto: La spada del Signore colpirà tosto e veloce. E da poi questo la mano rivolse la spada verso la terra et subito parve che si rannugholassi tutto l'aere et che piovessi spade et gragnuola con grandi tuoni et saette e fuochi et fu in terra facto guerra pestilenza et carestia„. Non c'è nulla di strano che queste visioni ei l'abbia avute realmente. La sua fantasia, piena di ricordi biblici, non posava mai, il suo corpo estenuavano i digiuni e le fatiche della predicazione, il suo animo combattevano speranze e timori senza fine. Non erano fredde lucubrazioni le sue, ma sensazioni potenti che sentiva nel più profondo dell'essere suo prima di comunicarle agli altri.

Se non che il Savonarola non era soltanto un mistico ed un veggente, ma possedeva altresì uno squisito senso della realtà; e gran parte delle previsioni sue, come quelle intorno alla discesa di Carlo VIII ed all'espulsione dei Medici, si dovevano, più che alla sua natura profetica, alla conoscenza profonda, che egli aveva degli uomini e delle cose. Certo nessuno meglio di lui seppe consigliare ai Fiorentini, tornati liberi, la forma di governo più opportuna. E nessuno vide meglio di lui che la repubblica non sarebbe durata se non ad un patto, che si fossero rappaciati gii animi e scordate le antiche offese. Nella sua grande anima il Savonarola riunisce le doti e le tendenze più disparate. E se nei suoi vasti disegni pensava alla Chiesa tutta, che avrebbe dovuto tornare alla severità degli antichi costumi, non trascurava le sorti degli Stati, non meno bisognosi di riforme della Chiesa stessa, a cominciare da Firenze, la patria di adozione, che esercitava su di lui, come su tutti noi, il suo fascino irresistibile. Ed a Firenze avea consacrata non piccola parte dell'opera sua fin da quando, chiamato al letto del morente Lorenzo, non volle, a quel che raccontano, udirne la confessione se prima non avesse promesso di ridare la libertà alla sua patria. Le due riforme andavano, secondo lui, strettamente congiunte, perchè si potesse ritornare a quel tempo glorioso, quando i più rigidi e intemerati papi stavano al governo della Chiesa, e la Chiesa stessa era l'anima dei liberi comuni. Senonchè quella età era ben lontana, e la storia, per sforzi che si facciano, non torna indietro. Le due riforme, che il frate di San Marco congiungeva nel suo pensiero, si recavano vicendevole impaccio, come i fatti dimostrarono ben presto. Secondo l'austero riformatore Firenze, conquistata la libertà e il governo di sè, dovea ora rinnovare la sua coscienza, e da pagana che era, in gran parte, rifarla cristiana. Nè aveva a tollerare più a lungo quei canti e quelle feste carnescialesche, onde fu celebre il governo di Lorenzo, e lo Stato, prendendo il luogo della Chiesa, dovea punire come infrazioni delle leggi sue quelli che la Chiesa condannava come peccati. Cristo dovea assere il re di Firenze, e in suo nome aveasi a riformar la città. Le quali idee del frate tornavano ostiche, non solo ai partigiani dei Medici, ma ben anche ad una parte degli aderenti all'ordine nuovo, che mal pativa la città si governasse dal pergamo, con metodi e con idee fratesche. E quando il Savonarola concepì l'infelice disegno di fare accendere in piazza della Signoria un gran fuoco per bruciarvi quanti oggetti di lusso o di vanità fosse dato raccogliere, le loro rampogne non conobbero misura, e l'odio contro il frate crebbe a tal segno, che la parte dei repubblicani, a lui ostili, fu detta degli Arrabbiati. Dall'altro lato se la religione, secondo la mente del Savonarola, dovea informare lo Stato fiorentino così da dargli sembianza di teocrazia, lo Stato alla sua volta aveva da esercitare un'azione non meno potente sulla religione; poichè da Firenze, che è, come egli dice, l'ombelico d'Italia, doveva sprigionarsi la scintilla del grande incendio della Riforma. Ed anche da questo lato non potevano tardare i disinganni; perchè la parte politica del Savonarola avea da sostenere l'urto non pure dei nemici interni, ma di un avversario ancor più potente, qual era il Papa, che impersonava la gerarchia. Nè ci voleva molto a prevedere che nell'impari lotta contro la doppia potestà temporale e spirituale, ne andrebbe fiaccata. E il Savonarola stesso lo sa, e con mirabile divinazione predice che la prima vittima sarà lui; ma un fato lo trascina ed egli non sa resistere.

Non è dubbio, dicemmo, che la propaganda del mistico profeta dovesse recare non poco danno all'opera politica da lui intrapresa, e non è dubbio altresì che danno non minore dovesse recare l'inframmettenza politica al disegno di riforma religiosa. In che stesse codesta riforma è manifesto. Il Savonarola, al pari dei profeti che lo precedettero, non intende di toccare nessun punto del domma, e quelli che, a cominciare da Lutero stesso, ne vogliono fare un precursore della Protesta, s'ingannano di gran lunga. Ei voleva solo che la Chiesa si lavasse dalle brutture presenti, che sulla cattedra di San Pietro sedesse un papa santo, non diverso dal Papa Angelico vagheggiato dalle età precedenti, e che la corruzione provenuta dall'avidità di ricchezze e di potere cedesse il campo alla povertà e alla semplicità primitiva. La prima riforma che il Savonarola intraprese in piccolo, quando ottenne che il convento di San Marco, sottraendosi alla giurisdizione del provinciale lombardo, si ponesse a capo della nuova provincia toscana, fu appunto questa d'introdurre nell'interno del chiostro domenicano la stretta regola della povertà evangelica, presso a poco come la intendevano i Francescani spirituali. Ma la conseguenza logica di questo indirizzo più severo sarebbe stata appunto di vietare che gli uomini di Chiesa si mescolassero nelle cose dello Stato. Il che mal s'accordava col fatto che un frate fosse a capo di una parte politica, qual era quella dei Piagnoni. Evidente contraddizione questa che ebbero ben cura gli avversari di mettere in piena luce. Invano il Savonarola adduceva l'esempio del cardinale Latino, di santa Caterina da Siena e di sant'Antonino arcivescovo di Firenze. Indarno protestava non essersi delle faccende dello Stato in particolare mai impacciato, e solo le norme generali del governo aver suggerito per la salute temporale e spirituale dei Fiorentini. Le sottili distinzioni non gli giovavano. E per vincere l'ardua prova di condurre a buon fine le due riforme, che mal s'accordavano insieme, sarebbe occorsa a Firenze maggiore forza e più robusta fede di quella che avesse in realtà. Per fermo era un sogno, che questa piccola repubblica, stretta intorno da tanti e così diversi nemici, potesse alla lunga resistere alle minacce di Roma. Oltre a che il Savonarola avea da combattere contro un pontefice, che, se dava ogni giorno nuova materia a scandali e maldicenze, vinceva tutti in scaltrezza, e che anche questa volta non si smentì. Non appena Alessandro sente che un frate fiorentino osa dal pergamo sparlare di lui e del suo governo e predicare l'imminenza della Riforma, lo chiama a Roma con lettera affettuosa e allettatrice. Scusatosi il Savonarola di non potersi muovere e per lo stato di sua salute e per le condizioni della città, gli vieta di predicare più oltre. Fallitogli per insistenza della Signoria fiorentina anche questo provvedimento, delibera di distruggere l'autonomia, da lui stesso concessa, del convento di San Marco, e di assorbire la nuova provincia toscana in una più larga, che prende il nome di tosco-romana, il che voleva dire mettere San Marco e il guardiano suo nelle mani di una creatura del Papa. Nè il Savonarola nè i suoi dipendenti si piegano al duro decreto, ed Alessandro VI alla sua volta non tarda a scomunicarli tutti come ribelli agli ordini suoi, e chiedere al governo fiorentino di assicurarsi del loro capo, se non voleva rendersene complice, ed incorrere nell'interdetto. Queste gravi misure non disanimavano il Savonarola, che dopo breve intervallo di silenzio ritorna sul pergamo e dichiarata nulla e vana la scomunica, ribadisce le sue profezie, sempre più convinto che non un iota, com'ei diceva, ne fallirebbe. “O uomini religiosi, esclama nella predica del 25 febbraio 1497, o Roma, o Italia, e tutto il mondo chiamo, fatevi innanzi. Questo che io dico o è da Dio o no. Se è da Dio voi non potete impugnarlo, e se impugnate, perderete con vostro danno; se non è da Dio mancherà presto per sè medesimo.„ E più gravemente in quella del 18 marzo: “Dico che quando è guasta la Chiesa, non è potestà ecclesiastica, ma è potestà infernale e di Satanasso. Io ti dico che quando ella adiuta le meretrici, li cinedi et li ladroni et perseguita e buoni et cercha di guastare el ben vivere christiano, allora ella è potestà infernale et diabolica, et hassegli a fare resistenza„. Era guerra aperta e a ferri corti, e il Savonarola non disperava di vincerla. In una lettera ad un amico ricorda che i concili di Pisa e di Costanza aveano stabilita la superiorità della Chiesa tutta, rappresentata dal Concilio sul Papa, e il dritto di deporlo, dove si fosse chiarito indegno di tenere l'alto seggio. Dottrina già sostenuta un tempo da Marsilio da Padova e dall'Occam, e più di recente difesa dal Langstein, dal Gerson, dal Piccolomini, dal Cusano. E al Gerson il Savonarola s'appella, e spera che il re di Francia o l'imperatore dei Romani, o tutti insieme bandiscano un Concilio, che ponga fine agli scandali e alle simonie. E nello stesso collegio cardinalesco si affida di trovare aiuto, specie nel cardinale della Rovere, che fu poi Giulio II, il quale pubblicamente accusava il Papa di aver compra la tiara a contanti.

Ma tutti questi calcoli erano sbagliati. Le teorie di Pisa e di Costanza, se non pubblicamente condannate, furono ferite a morte dopo lo scacco del Concilio di Basilea e la sottomissione dell'antipapa da questo nominato. E gli uomini più eminenti, come il Cusano e il Piccolomini, ebbero a ricredersene anche prima che l'uno fosse fatto cardinale di San Pietro in Vincoli, e l'altro assumesse la tiara col nome di Pio II. Nè era credibile che il disegno fallito a Basilea, d'introdurre nella Chiesa in luogo del monarcato assoluto un governo a larga base, potesse riescire ora che le condizioni vi si prestavano meno. Certo è che quando il Savonarola levò il suo grido contro quel papa, che la Chiesa stessa deplora d'aver avuto a capo, nessuno lo raccolse, e gli Arrabbiati seppero ben cogliere l'occasione delle minaccie papali per sbalzare di seggio la parte politica devota al Frate. Nè solo i politici gli si mossero contro, ma benanche la maggior parte del clero con i frati minori alla testa, i quali sfidarono il Profeta di provare la verità delle predizioni sue coll'esperimento del fuoco. Il Savonarola non voleva accettare la strana sfida, che sapeva bene non essere se non un tranello; ma il suo fido compagno fra Domenico, convinto della bontà della loro causa, l'accettò e sarebbe certo entrato nel fuoco, se il Minorita si fosse fatto innanzi. Costui però, come era da prevedere, non si presentò, il truce spettacolo non ebbe luogo, e la gran folla adunata in piazza della Signoria per assistervi, a tarda sera si sciolse indispettita e minacciosa. Da quel giorno la sorte del Savonarola era decisa. Ben presto fu dato l'assalto al suo convento, e vinta facilmente la debole resistenza, che una parte dei Piagnoni ancora opponeva, fu tratto in prigione, come volgare malfattore, quell'uomo dalle cui labbra pochi giorni innanzi pareva che il popolo tutto pendesse. La Signoria non volle consegnarlo al Papa, ma dopo lunghe trattative ottenne che il processo fosse fatto in Firenze e vi prendesser parte i magistrati fiorentini.

Potrebbe sembrare strano come il Governo tanto tenesse ad istruire un processo, senza dubbio più ecclesiastico che civile e per la qualità delle persone e per l'indole stessa dell'accusa di ribellione al Papa, i cui ordini non furono eseguiti, le scomuniche sprezzate. E la Signoria stessa ebbe a ricorrere ad una menzogna per giustificare l'opera propria, asserendo, nell'intestazione degli atti processuali, che i giudici da lei scelti procedevano per conto e per mandato del Papa, mentre questi non avea potuto avere il tempo di manifestare la volontà sua. Perchè tanta insistenza? La ragione è chiara. La Signoria, sotto al processo ecclesiastico, ne ordiva uno politico, e non solo il Savonarola voleva colpire, ma tutta la sua parte. E sperava che il Profeta, innanzi al quale fu visto allibire lo stesso Lorenzo dei Medici, smentisse sè stesso, perchè, non solo scomparisse dalla scena politica, ma ne fosse per sempre macchiata la fama, e passasse appo i posteri quale impostore, nè fosse possibile che la parte, della quale egli era anima e mente, riprendesse lena e del di lui nome si giovasse. A tale scopo non fu risparmiato nessun mezzo. Furono somministrati all'infelice in un solo giorno tre tratti e mezzo di fune, che gli slogarono le ossa e sconciarono la mano destra, furono alterati i verbali delle sue risposte, mandati in giro con glosse, che, guastando il senso, rivelavano con la nequizia l'inabilità del notaio che le stese. Ed i Signori ottennero in parte l'intento loro. Il Savonarola già nel pieno trionfo della sua carriera non è sempre sicuro di sè. Dice bene spesso che le sue rivelazioni le ebbe da Dio, e ribatte tutti gli argomenti degli avversarii che il dono profetico gli volevan contrastare; ma talvolta dichiara di non essere nè profeta nè figlio di profeta, e che tutto quel che dice lo ha ricavato dallo studio attento delle sacre carte, che ogni uomo di qualche levatura può fare. In lui, come in tutti i presaghi dell'avvenire, non di rado con la fiducia piena s'alterna il profondo scoraggiamento. Non è dunque strano che davanti ai suoi giudici, dopo aver sofferte le più atroci torture e i più cocenti disinganni, sconfessi il suo dono profetico. Talvolta il primo uomo risorge e si ribella alle sue stesse confessioni, come in queste memorabili parole pronunziate il 20 maggio 1498 nell'apparecchiarsi ancora una volta alla tortura: “Hor su uditemi: Dio, tu m'hai colto, io confesso che ho negato Christo, io ho detto la bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, io l'ho negato per paura di tormenti; s'io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l'ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per averti negato per paura di tormenti, io lo merito.„ Ma questo ritorno fu un lampo. Dimandato in sulla fune sconfessò le dichiarazioni sue e nel giorno seguente confermò di aver detto “come huomo passionato, e che voleva sbrigarsi da una gran briga„. Il 23 maggio 1498 egli ed i suoi compagni, fra Domenico e fra Silvestro, furono degradati e consegnati al braccio secolare, e alle dieci del mattino le livide fiamme del rogo ne accolsero i cadaveri.

I pensieri dominanti del Savonarola furono questi due: la rinnovazione della Chiesa e la libertà del popolo fiorentino; l'una da promuovere, l'altra da stabilire e difendere. E i principi della Chiesa e i signori del popolo si strinsero insieme per darlo al rogo, vittima espiatrice delle sue grandi aspirazioni. Con la morte del Savonarola la Profezia ammutisce, nè più si ode, fuorchè a un secolo di distanza negli insipidi vaticini dello pseudo-Malachia, e nella debole eco di un altro domenicano, uomo politico anch'esso, fra Tommaso Campanella. Negli anni che seguono al martirio del Ferrarese, l'ora del tremendo giudizio non s'attende più, è già suonata. Ma nessun profeta l'annunzia, e quando più fervono le lotte religiose, e torrenti di sangue dilagano per l'Europa, nessuna voce risuona a confortare gli animi con la promessa di giorni migliori. Simili ai dannati danteschi, i profeti di cui vi ho ricordate le strane visioni, a furia d'aguzzar gli occhi nel futuro, brancolano come ciechi nelle tenebre, quando si tratti del presente:

Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,

Le cose, disse, che ne son lontano,

Cotanto ancor ne splende il sommo Duce;