di ciò si lagna il mio cornuto armento,

nè vuol bagnare il grifo in acqua pura,

nè vuol toccar la tenera verdura;

tanto del suo pastor gl'incresce e dole.

Udite, selve, mie dolce parole,

poi che la ninfa mia udir non vole.

Tirsi, servo d'Aristeo, che si vanta di avere ravviato con suo gran rischio nella mandria di Mopso un vitello smarrito, getta un'altra risata nell'azione che si affretta a mal fine per colpa sua; ha vista una donzella coglier fiori, e la descrive bellissima; onde Aristeo riconosce l'amata e ne va in cerca e la insegue. Passano su la scena correndo; poi si ode di dentro alla selva uno strido; un serpe velenoso ha punto la giovine che là cercava nascondersi dall'inseguitore. Turbati così gli animi degli spettatori, il poeta, quasi a intermezzo di svago, fece che s'inoltrasse Orfeo con in mano la lira miracolosa, e accennasse su questa in saffici latini le lodi del cardinale, figlio secondogenito del marchese Lodovico, augurandogli la tiara; il marchese dava la festa, il cardinale l'aveva voluta più bella per l'arte di lui Poliziano: ma l'ode, già nota, credo, a' lodati, ai quali per ciò quell'accenno bastava, era subito interrotta da un pastore:

Crudel novella ti rapporto, Orfeo,

che tua ninfa bellissima è defunta.

E Orfeo, con dolorosi lamenti, andava davanti all'inferno a impetrare gli fosse resa Euridice, mortagli così crudelmente nel voler serbare la fede coniugale.