Nel Convito di Platone si legge un raffronto di alta idealità tra la sorte d'Alceste e quella d'Orfeo. Alceste, osserva Platone, per salvare il marito suo Admeto, volle morire per lui, e gli Dei le concessero il premio di tornare dall'Ade alla luce e all'amore; ma Orfeo gli Dei “senza effetto rinviaron dall'Orco, dopo avergli soltanto mostrato la imagine della donna per la quale v'era disceso; non già gliela resero, chè giudicarono, si fosse comportato vilmente e da citaredo ch'egli era, per ciò che non avesse avuto il coraggio di morir per amore, come Alceste, ma ingegnato a penetrar vivo nell'Ade: e di ciò certamente lo voller punito, facendo ch'e' fosse morto dalle donne„. Che il Poliziano, discepolo del Ficino, rammentasse il Convito, non è improbabile; l'arte a ogni modo gli suggerì un grido almeno, che, rispettando il mito tradizionale, desse alla parlata d'Orfeo più calore di perorazione. Rendetemi Euridice,

e se pur me la nieghi iniqua sorte

io non vo' su tornar, ma chieggio morte!

Proserpina si commuove al lamento di costui genuflesso innanzi a Plutone, al lamento che ha fatti dimentichi i tormentati e i tormentatori dei supplizi infernali; e induce a pietà il marito: Orfeo riavrà Euridice, solo che non si volga a guardarla prima che siano tra i vivi. Ma il citaredo, direbbe Platone, nel cantare a gioia “certi versi allegri che sono d'Ovidio„ dimentica il patto, e perde la donna sua, cui richiede invano, subito spaurito (oh citaredo!), dall'opposizione di una Furia. E peggio fa del lasciarsi atterrire; chè bestemmia (con che ragione? ma la favola portava così) l'amore delle donne, e si propone d'ora in poi farne a meno. Sì che una Baccante non ha torto quando indignata chiama le compagne ad ucciderlo: e fuor dalla vista degli spettatori lo straziano, per recarne in trionfo la testa cantando le lodi di Bacco in una ridda gioiosa.

Ognun segua, Bacco, te!

Bacco, Bacco, eù, oè!

Chi vuol bever, chi vuol bevere,

vegna a bever, vegna qui.

Voi imbottate come pevere.

Io vo' bever ancor mi.