Che ognun l'ama per ballare.
Accanto al Poliziano, metterei il Boiardo; e, come pura immaginazione, forse gli è superiore — anzi, senza forse. È il più essenzialmente immaginoso di tutti i poeti del Rinascimento, non solo nell' Orlando, ma anche nelle Rime. In tutti gli altri poeti epici e romanzeschi, dal Poliziano e dal Pulci a Torquato Tasso, c'è qualche cosa di artificioso e di teatrale — vi sono echi delle feste di Mantova e di Firenze, di Roma e di Ferrara — meccanismi e macchine pirotecniche, come nelle feste per Alfonso d'Este, o in quelle di Boboli e Pratolino per Bianca Cappello. Il Boiardo invece vede tutto in un mondo magico e etereo — è il più orientale dei raccontatori — è il più indigeno abitatore della Faery-Land che sia mai esistito — anche più dell'Ariosto, e di Spenser stesso.
Come lirico, unisce alla fiorente immaginazione un vivissimo colorito. Certe sue poesie ricordano nel mondo letterario il Liebesfrühling di Rückert e il Buch der Lieder di Heine — nel mondo artistico, le facciate smaglianti delle cattedrali di Orvieto e di Siena — e nel mondo naturale, un prato o un campo di maggio, quando tra l'erba alta e verdeggiante brillano fiori candidi e azzurri, e, come intensi e voluttuosi desideri, ardono tra 'l verde, i petali di seta e di fiamma dei rosolacci scarlatti. Ne prendo una tra cento:
Leggiadro veroncello, ov'è colei
Che di sua luce illuminar ti suole?
Ben vedo che il tuo danno a te non duole;
Ma quanto meco lamentar ti dei!
Senza la sua vaghezza, nulla sei.
Deserti i fiori e secche le viole,
Al veder nostro il giorno non ha sole,