Diffidiamo; ma se invece di baloccarci fantasticando ci daremo a guardare, saremo presi da un sentimento analogo a quello da cui sarebbe colto chi per la prima volta s'accorgesse che l'autore del Convivio, del De Monarchia, del De Vulgari Eloquentia, è ad un tempo l'autore della Divina Commedia. Contemplando, siamo indotti a riconoscere che se l'Italia produsse mai un uomo a cui la materia cavalleresca potesse convenire, fu per l'appunto il Boiardo. E quest'uomo era in pari tempo un esperto maneggiatore di affari grossi e piccini. Davvero, per quanto si deva sentir ritegno a lodarsi di sè medesimi, non si può trattenersi dal notare come sia dote caratteristica dell'ingegno italiano la moltiplicità delle attitudini. Rassomiglierei questo ingegno al cubo, che, adagiato su sei facce diverse, è sempre stabile ed equilibrato ad un modo.

Erano due, come sapete, i cicli che il Boiardo si trovava dinanzi: il carolingio ed il brettone. Entrambi gli erano ben famigliari; ma a lui la schiatta e il costume signorile, e ancor più l'animo amoroso, rendevano tra i due molto più grato il secondo:

O gloriosa Bertagna la grande,

Una stagion per l'arme e per l'amore,

Onde ancor hoggi il nome suo si spande.

Sì ch'al re Artuse fa portar honore:

Quando e bon cavalieri a quelle bande

Mostrarno in più battaglie il suo valore

Andando con lor dame in aventura;

Et hor sua fama al nostro tempo dura.