Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,

Ma a quella prima non fo sembïante,

Ben che assai fosse ancor robusto e forte

Et havesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante.

Perchè tenne ad amor chiuse le porte,

E sol se dete a le battaglie sante,

Non fo di quel valore o quella estima

Qual fo quell'altra ch'io contava in prima.

( Orl. Inn., II, XVIII, 1-2).

Si direbbe dunque che il Boiardo dovesse correre difilato al mondo arturiano: porre in esso la scena, togliere di lì i personaggi, per quel tanto che non li foggiasse di nuovo. Invece a questo partito egli non s'appigliò punto; e anche con ciò dette prova di un criterio rettissimo. Intanto, le selve della Brettagna, per quanto vaste, erano sempre un terreno troppo angusto perchè ei ci facesse muovere liberamente il suo popolo un intelletto italiano devoto al senso del reale, e però non disposto a rappresentarsi ed a rappresentare gli spazi troppo difformi dal vero; ben altra comodità offriva il ciclo carolingio, condottosi via via ad estendere il suo dominio su tutta quanta la terra! Poi, appunto perchè gl'ideali del Boiardo venivano già ad essere attuati nella Tavola Rotonda, poco rimaneva qui a fare per una mente creatrice. E c'era una ragione anche più grave d'assai. Mentre Tristano, Lancillotto, Galvano, mantenevano non so che di aereo anche per coloro che gli avevano in maggior domestichezza, i loro rivali carolingi presentavano alla fantasia una concretezza, da non potersi immaginare la maggiore: gli uni rassomigliavano come a gente vista in sogno; gli altri parevano uomini conosciuti nella vita. Però, parlare ad italiani di Carlo, d'Orlando, di Rinaldo, di Malagigi, era un parlar loro di persone così prossime al cuore dei più, che mai non si sarebbero stancati di udirne i fatti. Nè si creda che la famigliarità con costoro, se non forse l'affetto, fosse nei signori troppo minore che nel volgo. Di ciò fornisce la prova la conoscenza che il Boiardo stesso dà a vedere incidentalmente, ora dell'una, ora di un'altra narrazione tradizionale, e quella, meglio ancora, ch'egli suppone a volte in un uditorio, che da luoghi non so quanti ci è rappresentato come essenzialmente aristocratico. Ma non voglio neppur tacere una testimonianza, istruttiva per più di un verso, fornita da documenti storici dissotterrati di recente; tanto più che essa si riferisce a una principessa estense, e propriamente a colei che tutti s'accordano nel riguardare siccome l'esemplare più perfetto di quello splendido fiore, che fu la donna del nostro Rinascimento.