Dando gran bastonate a questo e quello,
Che a più di trenta ne ruppe la testa.
(I, III, 24).
Qui il ridicolo non penzola dai rami: esso si stringe dattorno al tronco stesso; sicchè alla tragedia ed al dramma si sostituisce la farsa.
Ma il ridicolo s'incontra nel poema del Boiardo anche in una forma che specialmente importa di rilevare: quale umorismo. Cosa propriamente sia l'umorismo secondo il concetto moderno, tutti più o meno intendono; eppure nessuno riesce a spiegar bene a parole. Permetterete dunque che ancor io tenti una definizione mia propria, e che lo dica “un riso interiore„. Esso è un riso che si vela, senza per questo volersi celare, sotto apparenze di serietà. Da questo riso dissimulato alla sghignazzata più chiassosa, non c'è soluzione alcuna di continuità. Si passa dall'uno all'altra per gradi insensibili, soliti comprendersi sotto un certo numero di varietà, come a dire il riso a fior di labbra, il riso aperto, e che altro so io. Però si capisce come le specie non siano nettamente distinte, sicchè a volte non si riesca a veder bene se s'abbia a fare con questa o con quella. E dato l'umor gaio, esso tende a manifestarsi, salvo condizioni e propositi speciali, or con una specie or coll'altra, non già sempre alla medesima maniera.
E le varie forme di riso s'incontrano nell' Orlando Innamorato ben diverso anche in ciò dal Don Chisciotte, dove invece l'umorismo informa tutta l'opera. Ma nemmeno nel nostro poema l'umorismo scarseggia. È umorismo, per esempio, quando subito alla terza ottava si dice:
Questa novella è nota a pocha gente,
Perchè Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel Conte valente
Esser le sue scritture dispettose.