Per questi Galli che con gran valore
Vengon per disertar non scio che loco.
Son parole condite d'ironia, alle quali servono di efficace commento quelle che si sono raccolte dalle labbra del poeta in un'altra occasione, consimile, ma a saper leggere nel futuro, assai meno lagrimosa[99]. E noi da questa interruzione ci si sente attratti verso il poeta e l'opera sua più che non saremmo dal più splendido dei coronamenti.
IL SAVONAROLA e la PROFEZIA
DI
FELICE TOCCO.
Signore e Signori,
Dall'argomento della mia conferenza altri di me più degno avrebbe dovuto tenervi parola. Ma per sfortuna mia e vostra chi scrisse a giudizio unanime la migliore storia del Savonarola, è lontano da noi, e per il bene della cosa pubblica dobbiam tutti sperare che non faccia sollecito ritorno[100]. Un altro scrittore avrebbe potuto degnamente tenerne il luogo, il nostro Gherardo che intorno al Savonarola seppe scoprire nuovi documenti e dottamente illustrarli. Ma poichè anche a lui non fu dato di accettare il difficile còmpito, eccomi di nuovo innanzi a voi, per riprendere a così dire il filo della conferenza, che ebbi l'onore di tenere: or sono due anni sull'eresia del Medio Evo. Giacchè io non intende parlarvi soltanto del Savonarola e dell'opera sua, ma ben piuttosto del modo come il frate ferrarese si ricolleghi coi profeti medievali, che lo precedettero. Escludo dal mio discorso le leggendarie o apocrife profezie del mago Merlino, della Sibilla Eritrea o del Carmelitano Cirillo, e di quei profeti solo vi terrò parola, dei quali abbiamo sicure testimonianze. E per non risalire più in su fino a san Nilo o santa Ildegarde, comincerò da quell'abate Gioachino, a voi ben noto, che a giudizio di Dante sarebbe stato realmente di spirito profetico dotato. Parecchi in verità revocarono in dubbio codesto dono della profezia, e san Tommaso glielo negò addirittura. Ma i più erano dell'avviso di Dante, specie gli spirituali francescani, che consideravano le principali opere di Gioachino come cosa sacra; e già sapete che ripubblicandole e chiosandole non dubitarono di dirle Evangelo eterno. Le loro chiose furono condannate solennemente dalla Chiesa, le profezie stesse di Gioachino smentì l'anno fatale 1260; ma ad onta di ciò la fede dei Gioachimiti non venne meno, e parecchi altri seguitarono a profetare, come l'abate Calabrese. La differenza tra questi nuovi profeti e gli antichi del Vecchio Testamento sta in ciò, che questi si sentivano in contatto diretto con la Divinità e ne udivano le voci, e sotto dettato, a così dire, ne scrivevano le rivelazioni; invece quelli a tanto non arrivano, e non a torto la maggior parte di essi, da Gioachino al Savonarola medesimo, dichiarano spesso di non essere nè profeti nè figli di profeti. Per quanto a loro non facciano difetto nè i sogni nè i rapimenti dei profeti veri, per quanto possano vantare anch'essi quella forza divinatrice, che squarcia il velame del tenebroso futuro, pure indarno cercate in loro la vena larga e potente dell'ispirazione diretta; poichè non le proprie visioni essi interpretano, ma le altrui. Non sono profeti, bensì commentatori di profezie, e le più oscure come il libro di Daniele e l'Apocalisse preferiscono.
Si conserva ancora inedita nella nostra Laurenziana la postilla sull'Apocalissi di uno dei più famosi seguaci di Gioachino, minorità, ben s'intende, e capo degli spirituali di Provenza, fra Giovanni di Piero Olivi, nato nel 1248, morto cinquantanni dopo. Negli ultimi tempi della sua vita, benchè avesse vedute tutte le speranze del suo partito dileguarsi, e l'eremita Celestino cedere la tiara a Bonifacio VIII, avido di potere e di gloria mondana, pure non ismise la sua fede, nè dubitò che l'ora della tremenda vendetta fosse per scoccare. In una lettera ai figli di Carlo II di Napoli, scrive: “Orsù, generosi soldati, preparatevi alla pugna. Il tempo della potatura è venuto, e si è udita sulla nostra terra la voce della tortora che sospira e che ha il gemito per canto. È d'uopo che nell'aprire il sesto suggello il sole e la luna s'oscurino, e che cadendo le stelle dal cielo, la terra ne tremi così, che tutte le montagne e le isole siano svelte dalle loro sedi.... Poichè a quel modo che sul secentesimo anno della vita di Noè si ruppero le fonti dell'abisso, e le cateratte del cielo si apersero a segno che nessuno potè salvarsi all'infuori dei ricoverati nell'arca fatta per comando di Dio; così fa d'uopo che l'empia Babilonia nel profondo del mare si sommerga.„ L'empia Babilonia è la Chiesa carnale, conculcatrice della povertà evangelica, e il ministro della vendetta divina sarà l'Anticristo.
La fede nel prossimo avvento dell'Anticristo è così radicata nei circoli dei beghini e degli spirituali, che Arnaldo di Villanova, celebre medico e studioso delle scienze occulte, non dubita di scrivere un trattato De adventu Antichristi, che gli fruttò le persecuzioni del vescovo parigino. Il trattato, ancora inedito, fu scritto nel 1297, come dice l'autore stesso, e non è se non un commento di alcuni luoghi delle Profezie di Daniele. Eccovene un saggio: “Compiuti i mille duecento anni dal tempo, in cui il popolo ebreo perdette il possesso della sua patria, entrerà nel luogo santo l'abbominio della desolazione, o l'Anticristo, il che sarà circa nel settantottesimo anno del secolo futuro. Non posso determinare con maggior precisione, ma certo intorno al 1378 si compirà quello che il Profeta predisse.„ E più appresso contro i suoi contradditori aggiunge: “Senza dubbio questa conclusione non segue dalla parola di Daniele in modo certo e necessario; ma ha l'evidenza di una grande probabilità, in quanto che con questa interpretazione concordano altri luoghi della sacra scrittura.„ Era tanta la fede di Arnaldo nelle divinazioni sue, che uno scritto sul medesimo argomento ardì leggere al papa Clemente V; e non solo noi, ma i contemporanei stessi, a cominciare da Filippo il Bello, non sapevano più di che cosa meravigliarsi, se dell'audacia del lettore o della benignità soverchia di chi l'ascoltava. Ai medici di gran grido, che si crede abbiano in mano la vita nostra, sono permesse molte cose; e un papa meno docile e mansueto di Clemente V, lo stesso Bonifacio VIII, si mostrò indulgente col Villanova, e lo assolse dalle censure del vescovo di Parigi, purchè non s'impacciasse più oltre di teologia.