Non meno audaci sono le predizioni di frate Ubertino da Casale, l'eloquente difensore dell'Olivi, le cui dottrine segue, lievemente modificandole, in quel libro intitolato Arbor vitæ crucifixæ, che finì la vigilia di San Michele Arcangelo del 1305 nella solitudine dell'Alvernia, dove i suoi superiori l'aveano esiliato, perchè non predicasse più oltre nello stile degli esaltati spirituali. Nulla di nuovo egli dice sui sette stati o periodi in cui va divisa la storia della Chiesa o dell'Umanità, che secondo questi frati sono tutt'uno; poichè anch'egli, come l'Olivi, risale a Gioachino, e fa gli stessi calcoli e pone a confronto gli stessi passi scritturali per argomentare prossima la fine del sesto periodo. Quando esso abbia cominciato, o dalla rivelazione fatta dall'abate Gioachino, come dicono alcuni, o dalla conversione di san Francesco, come dicono altri, o infine dalla protesta che i frati spirituali levarono contro i trasgressori della regola francescana, non importa decidere; perchè tutte queste date possono essere vere secondo che si consideri tutto il periodo ora da un aspetto, ora dall'altro. Quel che monta è constatare che si affretta alla sua fine. La qual cosa non può mettersi in dubbio; perchè scorsi 1293 anni dalla morte di Cristo, s'è veduta quell'orribile novità dell'abdicazione di papa Celestino e dell'usurpazione del suo successore. E come se questo segno non bastasse, ecco pullulare nuove eresie, come alla fine d'ogni periodo; e molti sostenere non essere la povertà evangelica il nocciolo della perfezione cristiana, e alcuni filosofi di Parigi andare più oltre, e proclamare con Aristotele che il mondo fu “ab eterno„ ed in eterno durerà. Le quali eresie mostrano chiaramente essere già nato il mistico Anticristo, vale a dire il precursore e il simbolo di quel vero Anticristo, che sorgerà più tardi alla fine del settimo stato. L'Anticristo mistico non è nè un imperatore nè un pontefice, ma bensì quel pseudo-cristiano che condannerà lo spirito di Cristo nella povertà evangelica. E di questi pseudo-cristiani al tempo di Ubertino non facea difetto.

Se non che la fine del mondo non ebbe luogo in tutto quel secolo, sul cui cominciare Ubertino scriveva, e nuove tribolazioni non mancarono. Rinacquero sotto Giovanni XXII le lotte coll'Impero, non chetate neanche sotto i successori Benedetto XII e Clemente VI, e la Chiesa, infeudata ai re di Francia, travagliarono mali e scandali siffatti, che Avignone fu detta non pure dagli spirituali francescani ma dal Petrarca medesimo: l'avara Babilonia, fontana di dolore, albergo d'ira, scuola d'errori, tempio d'eresia. Non è meraviglia che in questa età procellosa rifiorisse la Profezia. Anche i poeti, quindi, come il cantore di Laura, prendono il tono di veggenti, e minacciano e rampognano e predicono imminente lo scoppio dell'ira divina.

Fiamma del ciel su le tue trecce piova,

Malvagia, che dal fiume e dalle ghiande

Per l'altrui impoverir sei ricca e grande....

Nido di tradimenti, in cui si cova

Quanto mal per lo mondo oggi si spande....

Ma pur novo Soldan veggio per lei

Lo qual farà, non già quando io vorrei,

Sol una sede, e quella fia in Baldacco.