Questo barocchismo, di cui vi ho esposto qualcuno dei molteplici aspetti che ha nelle varie sue fasi del grandioso e dell'ardito, dello stravagante e del ridicolo, del molle e del triste; è essenzialmente moderno, nella sua passionata ricerca del nuovo a ogni costo: e certe sue espressioni, prima che esso deliri assolutamente, ci simpatizzano più della inappuntabile symmetria prisca. Dimenticate per un momento i Manuali, le lezioni, le Guide, e quel che si deve dire, e quel che si deve ammirare; guardate coi vostri occhi, pensate con la vostra testa, sentite col vostro cuore; e forse vi parrà d'essere più vicini alla Dafne del Bernini, che alla Giunone di Villa Ludovisi; alla Santa Teresa, che alla Venere Capitolina. Forse Gœthe, il Foscolo, e Keats, son stati gli ultimi che hanno sentito od espresso in plastici versi la divina Euritmia. Noi siamo oggi tutti un po' barbari, un po' bizantini, un po' barocchi.... Nelle statue greche perfette, vediamo eternato nel marmo il felice equilibrio dei sensi e dei sentimenti: queste statue ci rammentano la primavera del mondo. L'anima umana era sana e giovine allora; non era ancora venuta meno sotto l'oppressione dei propri sogni: nè ancora l'intelligenza era stata torturata da trenta secoli di precetti, di sistemi, e di dubbi: nè il cuore affranto da trenta secoli di dolori. Nessuna penosa dottrina, nessuna crisi interiore, avevan alterato la felice armonia della vita e della forma umana, e il bel corpo cresceva come una bella pianta sempre esposta alla luce. Oggi invece, la nostra vita è tutta artificiale e sempre agitata: l'organismo nervoso è continuamente sovreccitato, e rimane sempre irrequieto e assetato di sensazioni nuove, strane, eccessive. La lampada della vita non è più una fiamma pura e tranquilla, nutrita di liquore d'oliva, ma una face resinosa e fumosa che manda torbide e rosse faville.... Tu avevi visto poco dell'immenso universo, poco amato e poco sofferto, e però, o divina Euritmia, il tuo volto è così calmo e sereno! Ma noi moderni, sentiamo qua dentro qualche cosa che mancava agli antichi; che è il tormentoso, eppur glorioso, nostro retaggio: il sentimento dell'Infinito, e la coscienza dell'umanità. L'uomo moderno è meno egoista; e non sa godere e sperare senza, un palpito di fratellanza. Non ha limitato il suo ideale della Vita e dell'Arte a poche leghe di terra privilegiata, ma indaga ed ama ogni plaga dove un altro uomo respiri, soffra, ed ami. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore: e nelle voci stesse della Natura, noi ascoltiamo la solenne e malinconica musica dell'Umanità.

LA COMMEDIA DELL'ARTE

CONFERENZA DI Michele Scherillo.

I.

Quel fiorentino bizzarro del Lasca fu tra i pochissimi italiani che nel secolo decimosesto avessero un concetto chiaro e concreto di ciò che fosse e di ciò che dovess'essere il genere drammatico. Non che riuscisse a scriver lui delle commedie vitali; ma, pur non avendo scritta nè una Drammaturgia nè un Nathan il saggio, egli ebbe in sè qualcosa del Lessing: una scarsa vena poetica, cioè, e un'acuta vista critica, snebbiata dagli uggiosi e letali pregiudizi della imitazione classica. E fu una nuova iattura per l'arte nostra che gli sprazzi di luce, emananti dai prologhi delle sue commedie o dalle poesie burlesche, non valessero a trattenere qualcuno dei nostri tanti commediografi dall'inoltrarsi per quella via senza uscita della imitazione di Plauto e di Terenzio.

Poichè, mi preme dirvelo subito, noi abbiamo speciale obbligo a codeste due nostre glorie passate se siamo privi d'un vero teatro nazionale. Come fummo gli ultimi a tollerare che un nuovo volgare si sostituisse a quella lingua con cui i nostri maggiori avean governato il mondo; così ancora noi non sapemmo staccarci in tempo da quelle tradizioni letterarie, che il mondo ancor venerava e c'invidiava. E mentre una gente nuova, senza scrupoli e senza doveri, ci guadagnava la mano, noi, con gli scrupoli ed i doveri di eredi d'una nobile razza, ci attaccammo al passato; e nella poesia drammatica ci persuademmo che s'avessero a prendere a modello le commedie degli antichi anzichè la natura e la vita che ci s'agitava d'intorno.

Quando da un poeta come l'Ariosto ci sentiamo dire nel prologo dei suoi Suppositi: “vi confessa l'autore havere in questo et Plauto et Terentio seguitato...., perchè non solo nelli costumi, ma nelli argumenti anchora delle fabule vuole essere degli antichi et celebrati poeti a tutta sua possanza imitatore; et come essi Monandro et Appollodoro et gli altri greci nelle lor latine comedie seguitaro, egli così nelle sue volgari i modi et processi de' latini scrittori schifar non vuole„; quando, dico, ci sentiamo dichiarar di codeste cose dal poeta che con un sorriso tra scettico e bonario ravvivò la già stracca materia cavalleresca mettendone in rilievo il lato comico senza sdrucciolare nella caricatura, da quel virtuoso della forma che illuminò della luce della rinascenza tutto un informe e caotico mondo germogliato nelle fantasie medievali: ci si stringe il cuore, e ci corre sulle labbra l'angosciosa esclamazione del falconiere dantesco: “ohimè, tu cali!„ E l'Ariosto calava davvero; giacchè nel prologo della prima sua commedia, la Cassaria, egli aveva levato baldo il volo e bravamente affrontati quei pregiudizi dov'ora s'impigliava:

Nova commedia v'appresento, piena

Di varii giochi, che nè mai latine

Nè greche lingue recitarno in scena.