Un altro effetto curioso, per non dir peggio, delle franchigie, era questo: che quando una nazione avesse bisogno di levar soldati, faceva pigliare a forza i giovani che passassero nelle vicinanze dell'ambasciata. Nel settembre del 1677 gli Spagnoli davano la caccia ai passanti in piazza di Spagna; onde si cantava ad alta voce per Roma:
Hai inteso? hai inteso?
Non passare a piazza di Spagna che sarai preso.
Ma in seguito di ciò, il papa fu costretto a mandar fuori un bando che minacciava dieci anni di galera a chi dicesse motti contro chicchessia. Più tardi, nel 1690, i Veneziani pigliavano tutti gli atti alle armi che passassero avanti al palazzo di Venezia; onde nacque tal tumulto di popolo che si dovè smettere.
Del resto, gli stranieri che si conducevano a Roma, ci narrano che la vita vi era tranquilla e piacevole, e le notti risuonavano di viole e di canti. Non infrequente il delitto per vendetta o per altri fini perversi, ma non per furto; onde il forastiero passeggiava tranquillo. Ma nelle Sedi vacanti, sospesa l'autorità del Governo, allora le vendette covate, allora i torvi disegni uscivano al sole. Nel Conclave del 1691, da cui uscì papa il Pignatelli, un cronista nota con tutta indifferenza, in data 16 maggio: “Dal 1.º febbraio ch'è sede vacante, di ammazzati per la città di giorno e di notte, n.º 180.„ Questi 180 ammazzati vanno divisi, per circa cento giorni, sopra una popolazione di circa centotrentamila abitanti.
Il secolo che si era aperto col rogo di Giordano Bruno, non poteva mancare degli spettacoli della Santa Inquisizione. Del processo e dell'abiura di due eretici sono piene le cronache. Il milanese Gian Francesco Borri, medico, alchimista, astrologo, entrò in grazia di Cristina di Svezia, e con essa lavorò alla scoperta della pietra filosofale. Conosciutosi che professava idee ereticali fu preso dal Sant'Uffizio, processato e bruciato in effigie. Egli abiurò solennemente nella chiesa della Minerva. Ma nella fantasia popolare, ed anche delle classi superiori, egli rimase il mago, il misterioso dominatore di forze occulte. Più volte il Papa permise che, accompagnato da' carcerieri del Sant'Uffizio, egli si recasse a curar malati; e nel 1675, infermato l'ambasciatore di Francia e disperato da' medici, si ricorse al Borri, che lo salvò. Il popolo s'accalcava intorno al palazzo Farnese, dove abitava l'ambasciatore, a vedere il Borri, tanto che gli si dovette permettere di mostrarsi sulla loggia. In veste lunga di color verdesanto, quello strano Ecce homo, tra le guardie del Sant'Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti volevano esser curati da lui. La popolarità e il prestigio del mago mise in pensiero il Vaticano, sicchè fu dato ordine che più non uscisse dalla prigione di Castel Sant'Angelo, dove morì nel 1695. L'altro eretico famoso fu lo spagnolo Michele Molinos, autore del quietismo; una comoda dottrina che, sollevato lo spirito a Dio, abbandonava i sensi al piacere. Venuto in gran fama di dottrina e di pietà, capo dei confessori di Cristina di Svezia, egli aveva dato origine ad una setta che, in Roma e fuori, vogliono contasse molte migliaia di persone. Scoperta dal padre Segneri, o secondo altri dal cardinale d'Estré, la fallacia delle sue dottrine, fu carcerato dal Sant'Uffizio e fattogli processo. Sui primi di settembre del 1687 il popolo era accorso di buon'ora alla chiesa della Minerva per assistere alla lunga e solenne cerimonia dell'abiura; durante la quale, imbandite sulle sedie o sulle balaustrate le mense, in lieti capannelli, si mangiava e si beveva allegramente.
Ma quando si fu giunti alla lettura dei Capitoli dell'abiura, un grido formidabile risuonò per la chiesa: Al fuoco! al fuoco! — Non era alcuno speciale risentimento contro il dottor Molino, che il popolo non conosceva, e di cui ignorava nè poteva intendere le dottrine; quel grido, che soleva ripetersi anche nelle altre abiure, era lo scoppio dell'indignazione popolare contro la mitezza del Sant'Uffizio, era il feroce desiderio d'un più acre spettacolo.
Innanzi allo stesso tribunale, circa mezzo secolo prima, era passato un vecchio glorioso. Anch'egli fu rinchiuso in quelle carceri, anch'egli, non però in forma solenne, dovette innanzi ai cardinali della Sacra Congregazione, far la sua abiura, e genuflesso, vestito della camicia degli eretici, toccando i santi vangeli, aveva pronunziato le parole: — maledico e detesto l'errore e l'eresia del moto della terra. —
Non si accorsero allora ch'egli era un reo ben diverso dagli altri; che dietro la dottrina, del resto non nuova, del moto della terra, c'era un metodo nuovo chiamato a rinnovare il mondo, c'era la scienza.
Con questa parola noi siamo soliti di esprimere due concetti affatto diversi. Un tempo si diceva scienza lo apprendere quello che già era stato trovato. La verità era dietro di noi, era nel passato lontano: il teologo e il filosofo l'apprendevano, la commentavano, l'insegnavano. Per Dante, la vita dell'Universo non ha misteri; ogni fatto ha la sua spiegazione indiscutibile. L'Umanesimo guardava indietro, col Petrarca, col Boccaccio, col Machiavelli, ai Greci e ai Romani. Nei libri sacri, in Aristotile, negli antichi scrittori era la sapienza e la verità tutta intera: ufficio del filosofo lo scovarla e l'intenderla.