Fu uno splendore! Dietro alla fontana della Barcaccia sorgeva uno scoglio alto sessanta palmi, in mezzo al quale era Angelica, legata i piedi e le mani: un enorme drago usciva colla bocca aperta per ingoiarla, e in aria era un cavaliere armato di lancia. Seicento torcie, su tripodi di legno, rischiaravano la piazza, e il popolo occupava la via Condotti fino a piazza Borghese. Fu una vista, narra il cronista, mirabilissima. Il dragone ebbe un bel gittar fiamme contro la giovinetta, che il cavaliere lo fulminò colla lancia e la liberò! Morta nella letteratura la poesia cavalleresca, essa però viveva tuttavia più che mai rigogliosa come ispiratrice delle arti, e argomento di spettacoli pubblici.
Così i nostri avi si spassavano allegramente: e l'anticamera fruttava meglio che l'officina; e il vivere in ozio non impediva di buscarsi una minestra alla porta de' conventi, e vino e pane e qualche giulio nelle occasioni solenni.
Qualche volta però si facevano ai poveri delle burle non molto piacevoli. Nel maggio del 1685 i poveri accorsi per la distribuzione all'ambasciata di Francia, che era al palazzo Farnese, vi furono serrati dentro; e dopo lungo tempo, riaperte le porte, licenziati senza un centesimo.
E solennissima era la festa della incoronazione dei nuovi papi, in cui si faceva in Vaticano larga distribuzione di danaro, che si ripeteva poi ogni anno nell'anniversario in proporzione minore. Si dava mezzo giulio a ciascuno che si presentasse a richiederlo, e la somministrazione aumentava per ciascuno dei figli: le donne incinte contavano per due. Come può imaginarsi, si prestavano, si affittavano i figli, e i guanciali moltiplicavano le gravidanze. Le più procaccianti riuscivano a ripresentarsi più volte, e mettere insieme un bel gruzzoletto d'argento. Alla distribuzione di danaro si sostituì quella del pane; ma il popolo ne fu malcontento, e si tornò all'uso antico. Il costume è durato tanto, che rientra ne' miei ricordi d'infanzia. Triste ricordo quelle turbe di megere co' bambini sulle braccia, co' ragazzi alle gonnelle, urlanti, incalzanti in una gara furiosa, dove era premiata l'impudenza e l'inganno.
Pane e spettacoli! Dalle incoronazioni si passava, collo stesso animo, ai funerali, dove alla porta del palazzo o della chiesa si distribuiva l'elemosina, e si rissava per le candele. I giubilei o anni santi erano fonte di nuovi guadagni e di spettacoli nuovi. Nel 1675 dalle città e dai paesi circostanti affluivano a Roma confraternite in processione; quella del SS. Sacramento di Viterbo, centoventi persone, entrava solennemente dalla porta del Popolo fra una calca infinita, col cappuccio calato, ed un teschio in mano. Ma le Compagnie che venivano così devote e compunte alle tombe degli apostoli, poi s'azzuffavano fra di loro, e i bordoni da pellegrini divenivano arme da guerra. Pareva il campo d'Agramante. Risse a San Pietro, risse a San Giovanni, risse per le strade, e seguito di morti e feriti.
Le feste più clamorose del secolo ebbero occasione dalla liberazione di Vienna, e dalla presa di Buda e di Belgrado; eco carnevalesca di avvenimenti gloriosi. Fu bruciato un fantoccio rappresentante il Bassà; e Stefanaccio, un buffone grottesco famoso tra la plebe, vestito da Bassà, cavalcò per le vie sopra un somaro fra risa e chiasso d'inferno. Quell'entusiasmo religioso andò da ultimo a sfogarsi sopra gli ebrei, con furore brutale d'uccisioni e d'incendi. Convien dirlo: un editto fu emanato perchè non si molestassero, e i frati corsero in Ghetto a frenare l'eccidio.
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E le cronache ci parlano pure quasi ad ogni pagina d'una vera malattia di quel secolo, le questioni d'etichetta e di precedenza. Dagli ambasciatori, dagli alti uffici dello Stato quel contagio si estende agli uffici più umili, alle più modeste corporazioni. Vogliono tutti la precedenza; onde questioni interminabili, e non di rado risse e sangue. Per le contese fra le confraternite spesso non era neppur possibile di fare le processioni.
Ed altra materia di quotidiani discorsi, di delitti e di disordine, era quella delle franchigie, massime degli ambasciatori; i quali pretendevano che non solo i loro palazzi, ma anche una zona intorno ad essi fosse immune dalla giurisdizione del Governo papale. Invano, fin dal secolo precedente, parecchi papi, e principalmente Sisto V, ne avevano dichiarato l'abolizione; che se si riuscì ad abolirla pei palazzi dei cardinali, non così per quelli degli ambasciatori. Ivi i ribaldi e i malviventi trovavano asilo e protezione, beffandosi dell'autorità pontificia; e i soldati degli ambasciatori, specialmente quelli di Francia, giunsero a tanta audacia da assalire e pigliar prigionieri i birri e soldati del papa che passassero nelle vicinanze dell'Ambasciata.
La rissa dei Francesi coi soldati Corsi a servizio del papa fu un degli avvenimenti più famosi di quel secolo. Un de' Francesi restò morto, parecchi feriti. L'ambasciatore Créqui partì da Roma, e la Francia volle soddisfazione. Rade volte un Governo si piegò a tanta umiliazione, a quanta Alessandro VII nella convenzione di Pisa. Fra le altre condizioni, ci fu quella che il papa licenziasse la Guardia dei Corsi, che aveva quartiere presso la Trinità de' Pellegrini; e avanti al quartiere fu eretta nel 1664 una piramide con una iscrizione, la quale diceva che, in esecrazione dell'abbominevole delitto contro l'ambasciatore di Francia, la nazione dei Corsi era dichiarata inabile e incapace a servire la Sede apostolica. Quel monumento di vergogna, fu poi fatto demolire dal papa Altieri.