In un secolo passionato del fasto, delle pompe, della magnificenza, Roma tenne incontrastata il primato, fu il più gran teatro del mondo. Quella scena di colonnati, di facciate enormi di travertino, di palazzi grandi come reggie, di fontane sonanti nelle grandi conche, di colonne, di obelischi, di statue, e l'interno delle chiese, cariche d'oro e di marmi, fra gli angeli volanti sulle nuvole e i santi agitati da celesti bufere, era la scena che ci voleva per quelle grandi azioni coreografiche scintillanti d'oro, splendide di colori. Era una continua successione di grandiosi spettacoli, un passaggio continuo di maraviglia in maraviglia. Alle annuali solennità del Vaticano dove il Vicario di Cristo, il rappresentante della divinità sulla terra, appariva in una grandezza e maestà che pareva trascendere l'umano, si aggiungevano frequenti le solennità straordinarie, le creazioni di cardinali, le morti di papa, i possessi del papa nuovo, i giubilei, le entrate solenni degli ambasciatori, i ritorni dalle caccie. E qui, come al cuore del mondo cattolico, si ripercuotevano tutti gli avvenimenti d'Europa: nascite e morti di regnanti, paci e trattati, vittorie sugl'infedeli. Agli occhi del popolo, abituato a quel succedersi continuo di solennità, spariva la ragione della festa, e la festa sola restava. Tutto era buono ugualmente: il catafalco e la benedizione, la luminaria e la processione, la cavalcata e i fuochi d'artificio. Esso contava le carrozze e le torcie, giudicava la ricchezza de' parati e delle livree. Ma specialmente gl'importava che si distribuisse pane, si gettasse in quantità moneta bianca o d'argento, ci fosse da mangiare e da bere, e da saccheggiare le macchine de' fuochi d'artifizio. L'antico panem et circenses era il motto della Roma del Seicento. Il popolo amava i papi vecchi, perchè davano speranza di spettacoli prossimi.

Meglio che dai volumi degli storici, lo spirito e la vita romana di quel secolo risulta dagli avvisi e dalle cronache contemporanee; e andrò perciò spigolando qua e là da queste fonti inedite quello che meglio giovi all'intelligenza di quei costumi.

Le potenze cattoliche sentivano quanto in Roma valesse il lusso e la pompa, e però miravano, per mezzo de' loro ambasciatori, a sopraffarsi l'una l'altra, e imporsi alla Curia. Le descrizioni delle entrate solenni degli ambasciatori paiono racconti delle Mille e una notte. Restò famosa, pel numero de' cavalli e la ricchezza de' costumi persiani, quella dell'Oratore di Polonia nel 1643; il cardinale de' Medici, ambasciatore di Toscana, entrava nel 1687 con centododici carrozze tirate ciascuna da sei cavalli, cioè seicentosettantadue cavalli. I principi Colonna, grandi di Spagna, sfoggiavano ogni anno nella cavalcata con cui portavano al Papa il tributo della chinea, e la sera sulla piazza de' Santi Apostoli s'incendiavano fuochi d'artifizio con macchine di sempre nuove invenzioni, delle quali fortunatamente ci rimangono le stampe, ora d'argomento simbolico, ora mitologico, ora biblico ed ora cavalleresco.

E le fontane di vino, che si direbbero una fantasia di bevitori che sognino il paradiso, erano il compimento obbligato di quelle allegrezze continue, con accompagnamento ugualmente obbligato di gente schiacciata e di costole rotte. Le fontane solevano ornarsi riccamente e con bizzarre invenzioni. Sulla piazza di Spagna, che per la splendidezza degli ambasciatori di quella nazione era il teatro delle feste più sontuose, la sera dei 29 di giugno 1690 s'ammirava una fontana bellissima, e davano da bere al popolo sei gobbi con ramini inargentati. Quella novità dei gobbi parve un'invenzione di spirito; ma ordinariamente erano i servi, in fastose livree, che ministravano al popolo intorno al bancone o allo steccato da cui la fontana era recinta.

Altra volta l'aquila bicipite dell'impero versava vino da' suoi due becchi; ma nell'aprile del 1687, per la ricuperata salute del Re di Francia, eran fontane di vino alla Trinità de' Monti, sulla piazza del Popolo, a piazza Madama, riccamente ornata di torcie e di gigli, e a Campo de' Fiori, “con gran giubilo de' birbanti, narra un cronista, et copia di imbriachi et gran concorso di popolo.„ Come può imaginarsi, con quel po' di vino in corpo, le feste finivano spesso in tumulti; così avvenne nel 1680 per la venuta dell'Ambasciatore di Polonia: che dopo i fuochi d'artifizio e la fontana di vino, incominciò una tremenda sassaiolata del popolo contro i Polacchi, con buon numero di morti e feriti. E il peggio era quando, alcune volte, le dame, nell'ebbrezza della festa, dalle finestre e dai balconi gettavano al popolo merangoli, canditi, pasticcini e perfino i guanti, gli scuffini e gli scacciamosche.

I grandi erano spettacolo al popolo, e il popolo ai grandi, che si divertivano a vederlo azzuffarsi e rompersi le costole per un bicchier di vino, per un candito, o per un mezzo giulio, coll'avidità brutale della miseria. Nel febbraio 1662, l'Ambasciatore di Spagna fece nella piazza dello stesso nome una macchina che mai non s'era veduta l'eguale. Il carro del Sole con quattro superbi cavalli, che doveva muoversi e rappresentare la levata e il tramonto, e due fenici, e selve, e grotte con leoni e un albero di palma e cento altre meraviglie.

La macchina era appoggiata al palazzo di Propaganda; e a far più bello lo spettacolo, l'ambasciatore aveva pubblicato che, finito il fuoco d'artifizio, macchina, torcie, sole, cavalli, travi, mille tavole di castagno, ogni cosa infine andrebbe a sacco, e chi piglia piglia. Nessuno volle restare a casa, e “di certo, dice un cronista, sariano succedute gran morti e ferite„ specialmente nella lotta del popolo cogli operai addetti alla macchina e co' soldati spagnuoli che la circondavano, i quali avrebbero voluto esser soli al bottino. Ma accadde che gli operai che eran dietro al castello, nel sollevare il sole sbagliassero un movimento; e i luminelli e i razzi appiccarono fuoco alla macchina, con gravissimo pericolo che s'appiccasse a Propaganda e alle case circostanti. La fuga del popolo e delle carrozze, delle quali la piazza era stipata, fu, anche per quei tempi, qualcosa di spaventoso.

Nelle feste di Francia, di Spagna e dell'Impero, facevano luminarie, fuochi, spari e fontane di vino non solo gli ambasciatori, ma i loro affezionati, e clienti, principi e cardinali; e nelle gare dei partiti, che procuravano al popolo sollazzi continui e sempre più splendidi, s'avverava il proverbio che tra i due litiganti il terzo gode. Ed esso era sempre del partito di chi facesse le fontane di spillo più grosso, più sfarzose le macchine, più ricche le livree. Ma quando nel luglio del 1688 giunse a Roma l'annunzio della nascita di un maschio al re d'Inghilterra, allora, non bastando il bere, si volle anche dar da mangiare al popolo; e nella piazzetta di San Girolamo della Carità, dov'era la Chiesa della Trinità degl'Inglesi, e presso al palazzo del cardinale di Norfolch, fu alzato nel mezzo un terrapieno dell'altezza di un uomo, recinto d'uno steccato; e su quello, sopra due assi, infilzato ad un enorme spiedo un giovenco intero, ripieno di castrati, capretti e galline, che due uomini giravano sopra una fornace di carboni. La cucina omerica durò dalle cinque alle venti ore; e allora comparve sul terrapieno un uomo vestito di bianco, con un gran coltellaccio in mano, che, tagliate le parti migliori del giovenco, le mandò ai padroni dei palazzi vicini; e dopo, due uomini con casacconi di tela rossa e gran berrettone in capo, incominciarono a tagliare pel popolo, a cui gettarono pezzi di carne con mezze pagnotte di pane bianco. Chi può imaginare la ressa e il tumulto di quella piazzetta! Ma, nota il cronista, “poco buona detta carne, e puzzolente, per non haverla saputo cuocere.„ Ivi presso, nella via di Monserrato, presso il Collegio degl'Inglesi, era una fontana di vino bellissima coll'arme del Re, e la sera furono accese trecentosei torcie e gran numero di fiaccole, e spari e razzi che fu un inferno.

Simile cocitura di bove fu fatta fare dall'Agente d'Inghilterra, che abitava sulla piazza della Trinità de' Monti, ma là le cose non passarono così liscie. “Successo, scrive con molta indifferenza il cronista, il rubbamento di tutto il bove già arrostito, sassajolata horribile con molti feriti, due morti et sbirri fuggiti.„

Anche nelle due sere seguenti ci furono a Monserrato, avanti al palazzo del cardinal d'Inghilterra, fontane di vino, trombe, timpani e razzi a mano; ma poco fu il concorso del popolo, poichè in quelle sere stesse l'Ambasciatore di Spagna festeggiava con fontane di vino e fuochi artificiali l'onomastico della regina Anna Luigia.