Alla grandezza e magnificenza esterna di questi palazzi, corrispondeva il lusso e la pompa interna. Splendide sale decorate di stucchi, di dorature, di affreschi, mobili riccamente intagliati, tavole ornate di bronzo e di marmi, grandi storie d'arazzi, cortinaggi di stoffe fiorate, tutto quello che dessero di più sontuoso le arti e le industrie italiane e straniere. Ma non bastava di raccogliere il meglio che quell'età, producesse; i cortili e le scale eran ridotte a musei di statue e di marmi antichi, e dalle pareti delle sale pendevano dipinti di Raffaello e di Tiziano, de' più grandi pittori dell'età scorsa, e i palazzi ducali di Ferrara e d'Urbino, e i minori de' principotti delle Marche, dell'Umbria, delle Romagne, si spogliavano per ornare la splendida sede della famiglia papale, e l'onnipotenza del cardinale nepote si adoperava a raccogliervi libri e codici preziosi, traendoli dalle antiche corti principesche, dai conventi, dalle chiese, dalle abbazie, e formando così, tra altre minori, le biblioteche famose dei Barberini e de' Chigi.

Ai palazzi magnifici corrispondevano non meno magnifiche le ville Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Panfili; e sui colli ameni d'Albano e del Tuscolo più sontuose e più splendide quelle degli Aldobrandini, di Paolo V, del cardinale Borghese, dei Ludovisi, dei Barberini.

Col costituirsi delle famiglie papali, Roma acquistava così la stabilità delle città laiche, incominciava a vivere di vita propria. Intorno a quelle si stabilivano interessi durevoli e tradizioni e costumi, si formava una cittadinanza romana accanto alla mobile della Curia papale.

Ma disgraziatamente questa nuova aristocrazia, se non aveva uguali nella ricchezza e nello splendore, era per ogni altro titolo troppo diversa da quelle gloriose dell'antica Roma, di Venezia, d'Inghilterra. Venuta su non per valore d'armi, o per merito d'opere e d'ingegno, non per attività di commerci o d'industrie, ma per favor di fortuna, essa non aveva nè tradizioni da conservare, nè fini da raggiungere. Assicurata l'integrità del patrimonio di primogenito in primogenito colla istituzione del fidecommesso, esclusa da ogni partecipazione alla vita pubblica, riservata unicamente al clero, ad essa non restava altro pensiero che del come spendere le accumulate ricchezze, come impiegare i suoi ozi infecondi. Se qualche personaggio ragguardevole diede l'aristocrazia romana, ciò avvenne nonostante le istituzioni e non già per esse. Aristocrazia d'apparato, decorativa, essa adempiè egregiamente a questo suo ufficio.

Come le commedie scritte pei collegi senza donne, così la storia di Roma è per lo più storia di soli uomini. Dopo Lucrezia Borgia, di cui la figura bionda s'intravede in seconda linea tra le ampolle di veleni e i pugnali, nessuna ne apparisce, per tutto il Cinquecento nella corte di Roma. Nè c'era posto conveniente alla donna in una corte ecclesiastica. Ma nel Seicento, collo stabilirsi della nuova aristocrazia laica, essa non vi si trova più fuor di luogo. Dopo donna Olimpia, un'altra entra nella vita di Roma, argomento di tutti i cicalecci, oggetto di tutti gli sguardi, portandovi coll'ingegno arguto e la non comune coltura la bizzarria, la violenza, l'indocilità nativa del suo carattere. Abdicato il trono, abiurata la religione luterana, Cristina regina di Svezia, era condotta trionfalmente a Roma dai Gesuiti. Il lato interno della porta del Popolo, colla grande iscrizione: Felici faustoque ingressui, resta ancora a monumento della sua entrata solenne. Ma quale non fu il disinganno del papa e della Corte di Roma; che quando pensavano di poter profittare della regia neofita a edificazione dei fedeli e richiamo dei protestanti, dovettero invece affannarsi a coprire gli scandali, a riparare le stravaganze di quel cervello balzano. È curioso di conoscere come la reale neofita giudicasse quella Roma papale, dalla quale era stata accolta con tanta festa. “Non crediate, scriveva alla contessa di Sparre, che quantunque io sia in un paese abitato già dai più grandi uomini della terra, e dove ancora restano maravigliosi, splendidi avanzi delle azioni di quegli eroi, non crediate, mia bella, che sia questo il paese de' sapienti e degli eroi, nè l'asilo degl'ingegni e della virtù. O Cesare, o Catone, o Cicerone! o padroni del mondo, la vostra patria così illustre per le virtù e le imprese vostre, doveva dunque, per vituperio e sventura dell'umanità, cadere un giorno in preda all'ignoranza grossolana, alla cieca e assurda superstizione! O bella contessa, qui non ci sono che statue, obelischi e palazzi sontuosi, ma uomini non ci sono.„ Non c'è male, per una neofita! Ma quale che fosse il suo giudizio sulla Corte e la società romana, essa trovò pure da divertircisi, e rifarsi del tempo speso in patria ad ascoltar prediche. “Le mie occupazioni qui, essa scriveva, sono di mangiar bene, dormir bene, studiare un poco, chiacchierare, ridere, veder le commedie francesi, italiane e spagnole, e passare il tempo piacevolmente. Infine non ascolto più prediche: secondo che sentenzia Salomone, tutto il resto è sciocchezza; perchè ciascuno deve viver, contento, mangiando, bevendo e cantando.„ E in certe postille fatte a margine d'un'edizione del Principe di Machiavelli, dove questi dice che i Collegati d'Italia tenevano gli uni pel Papa gli altri pe' Veneziani, essa notava: “Oggi, chi teme più il Papa?„ Tale era l'acquisto che, per opera de' Gesuiti, aveva fatto la religione!

Cristina destò nelle famiglie aristocratiche una gara di spettacoli e di feste. Erano commedie dai Panfili e dai Barberini, erano tragedie al palazzo Mazzarino, erano melodrammi ne' palazzi de' cardinali; dei quali però la regina, col suo sacro orrore per le prediche, si doleva talora, che fossero delle prediche in musica. Protetto dalla regina, l'Alibert democratizzava il teatro, facendolo discendere dalle sale principesche alle sale a pagamento. Alessandro Cecconi, detto per antonomasia Alessandro, virtuoso di musica, era l'astro più fulgido delle feste romane. La regina stessa imparava musica. Al palazzo Riario alla Longara, dove oggi è il palazzo Corsini, era un continuo succedersi di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di saltimbanchi. Ivi la regina fondava l'Accademia d'Arcadia, in cui la poesia si sposava alla musica; e i poeti, primo fra essi il Guidi, gonfiavano di vento, in onore, della Pallade di Svezia, le vesciche delle loro canzoni. Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti, più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina che aveva costato ai papi tanto danaro, morì finalmente, nel 1689, liberandoli da infiniti fastidi, e procurando al popolo l'ultimo spettacolo, quello de' suoi funerali. Si celebrarono per l'anima della regina ventimila messe!

Le feste mondane di Roma ebbero una interruzione sotto il pontificato dell'austero Odescalchi. Sollecito di sollevare la dignità del pontificato, alle pretese di Francia resistè virilmente; il marchese di Lavardino suo ambasciatore, minaccioso e in arme dentro Roma stessa, scomunicò. Egli vagheggiava di far di Roma un convento. Fra i suoi provvedimenti per la riforma del costume, noterò l'editto con cui ordinava “che nessuna zitella, vedova o maritata, di qualsivoglia stato, grado e conditione, possa imparare a cantare, nè Professore alcuno, Musico, Regolare o Secolare, possa più alle suddette insegnare la musica, sotto pena di scudi cinquanta.„ Ma più che ogni altra cosa gli stava a cuore la verecondia del vestire. Mandò fuori editti feroci, ordinò a' confessori di non assolvere le donne che non vestissero colla debita modestia. E ciò non bastando, gettò improvvisamente i birri addosso alle lavandaje, e fece loro sequestrare tutte le camicie che fossero aperte al collo e non avessero lunghe le maniche. Ma ne venne un guaio. Molte, per quella fiera ordinanza, rimasero con quella sola che portavano indosso.

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Come le principali famiglie dovevano la loro grandezza all'improvvisa fortuna, così la instabile dea era venerata nella città eterna assai più che non il lavoro intelligente e perseverante. Industrie non c'erano: le antiche famiglie della nobiltà cittadina vivevano, come ho detto, dell'agricoltura primitiva e della pastorizia che esercitavano nei latifondi della Campagna romana; i bisogni della Corte e dell'aristocrazia mantenevano il piccolo commercio. Ma chi lavorava per vivere era tenuto quasi in disprezzo: la via degli onori e della fortuna era quella delle dignità ecclesiastiche, l'arte più proficua quella d'entrare in grazia ai potenti. Le famiglie cittadine avviavano un de' figli per la via del sacerdozio, e in esso speravano: un prelato in casa era una provvidenza che la nobilitava e ne alzava le sorti. Un immenso servitorame sparlava de' padroni che lo sfamavano, e nelle oziose anticamere pullulava la pasquinata mordace. Poichè al torso famoso si è fatto un onore immeritato rappresentandolo come censore e vindice popolare: ora scipito, ora arguto, esso è ordinariamente un passatempo di sfaccendati, l'eco de' cicalecci delle sacrestie e delle anticamere de' palazzi. Più in basso una plebe miserabile, indolente, superstiziosa, che applaudisce o fischia lo spettacolo delle pompe continue, e che s'affolla, si pigia, si schiaccia a raccogliere le briciole cadute dalla mensa dei grandi. Eppure non può sfuggire all'osservatore che quella plebe, per quanto tenuta a vile, è però già cresciuta di grado. Nelle corti del Rinascimento, generalmente, la plebe, degna prima che nasca di morire, secondo l'espressione dell'Ariosto, non ha valore neppure come spettatrice: essa è tenuta lontana dalle feste di Corte, o se v'interviene nessuno si dà pensiero di quel ch'ella pensi o dica. Tocca ai palafrenieri e ai valletti di tenerla indietro coi bastoni, o ai birri di trarla in prigione. Adesso la plebe forma la platea, i grandi ne studiano l'approvazione e l'applauso, e il cronista ne prende nota con compiacenza. È un personaggio abbietto, ma è pure un personaggio.

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