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Ma altro è la storia del papato altro è quella di Roma.
Città e papi non vissero nel medio evo di buon accordo; ma fu anzi un avvicendarsi di lotte e di convenzioni malfide. Ora i papi stettero in Roma racchiusi sospettosamente entro le mura della città Leonina, ora trasportarono altrove la loro sede. Col ritorno di Martino V, e meglio nel 1443 con quello d'Eugenio IV, ultimo papa cacciato dai Romani, i papi si stabilirono definitivamente in Roma. Ma la città e la Curia erano due cose distinte. Da una parte la vecchia popolazione scarsa di numero e di ricchezza; baroni, rozzi e guerrieri, che risiedevano spesso ne' loro castelli; nobili famiglie cittadine, date la maggior parte alla pastorizia e all'agricoltura, non ricche e prive di coltura e d'arti civili; plebe irrequieta e miserabile. Questa era la città che attorniava il Campidoglio. Dall'altra parte, al Vaticano, c'era un santuario, e una corte ecclesiastica: una specie di convento, dove le istituzioni permanevano intatte, e un popolo di celibi vi passava dentro senza lasciare nè nome nè discendenza. Come nel palazzo pontificio, così in quelli de' cardinali, e ne' palazzetti de' protonotari apostolici, degli abbreviatori, degli officiali della Curia, continuamente cambiavano gli ospiti; mutava nome il palazzo, e spesso anche la piazza che gli stava innanzi e la strada; i potenti, i ricchi di ieri, sparivano senza lasciar traccia, nuovi sottentravano diversi di paesi, di costumi, di lingue, mentre altri s'affollavano, nella speranza di raccoglier presto la successione. Quando il Papa e la Curia si allontanavano da Roma, la città ne restava pressochè deserta.
Nello splendido pontificato di Leone X e sotto Clemente VII, alla vigilia del Sacco, ho trovato per un documento che vedrà in breve la luce, che la popolazione di Roma superava di poco i cinquantacinquemila abitanti; se ne togli la Corte papale e quelle dei cardinali, e i prelati e le corporazioni religiose e i seguaci della Curia Romana, Romanam Curiam sequentes, tutta cioè la popolazione mobile raccolta intorno al papato, di Roma non resta che un grosso villaggio. Dopo il Sacco, cioè nel 1528, la popolazione di Roma era ridotta a poco più che trentamila abitanti. Ma da quel punto incomincia un lungo periodo di pace, interrotta solo dalla breve guerra del reame sotto Paolo IV; i baroni son ridotti a vivere civile; si ordina a poco a poco lo Stato, e l'autorità s'accentra maggiormente, dopo il Concilio di Trento, nelle mani del papa. Ridotto, per la Riforma, il suo carattere d'universalità, la Chiesa diviene principalmente latina, si afferma ostentatamente romana; e nella grandezza esteriore e nella pompa essa cerca di nascondere, se non di compensare, le gravi sue perdite.
Tre papi del Seicento, cosa non più vista da parecchi secoli, sono romani di nascita.
Il celibato della Curia impediva il costituirsi in Roma di nuove famiglie, il formarsi d'una nuova città. Venne il periodo del nepotismo. Il frazionamento dei popoli in piccoli Comuni e in piccole signorie, rese possibile a pazzi ambiziosi di tentare, con intrighi diplomatici, con tradimenti, con armi raccogliticce, di formare a beneficio delle loro famiglie uno Stato. Ma dei papi del Rinascimento, nessuno lasciò in Roma una grande famiglia; e gli ambiziosi nepoti dei Cibo, dei Borgia, dei Della Rovere, dei Medici, dopo avere sconvolto mezza Italia, scomparvero dalla città eterna coi papi a cui s'appoggiava la loro potenza. Cresceva la Curia di ricchezza e di splendore, aumentava la popolazione mobile; ma la cittadinanza stabile delle famiglie restava presso a poco la stessa.
Nè la città nuova si sarebbe formata, se non era il trasformarsi del nepotismo papale da politico in domestico. Quando, per le condizioni politiche d'Italia, era follia il tentare di formare alla famiglia uno stato, i Papi volsero l'animo a fondar ciascuno in Roma una grande famiglia principesca, che gareggiasse di ricchezza e di fasto colle Case regnanti. L'esempio del nepotismo papale seguirono cardinali e prelati, e tutti si diedero a fondare in Roma una famiglia in linea trasversale, quando non potevano in linea diretta. Da circa trentacinque mila abitanti, la popolazione saliva nel 1600 a circa centodiecimila. Continuava poi più lentamente ad aumentare per tutto il Seicento: nel 1650 superava i centoventiseimila, nel 1700 s'avvicinava ai centocinquantamila.
La nuova forma del nepotismo papale non fu sul principio più fortunata dell'altra, e i nepoti del Carafa finirono tragicamente. Rimase però la famiglia Buoncompagni; rimase, benchè non durasse a lungo, la Peretti o Montalto fondata da Sisto V, e imparentata colle due case baronali de' Colonna e degli Orsini; e quella degli Aldobrandini, che rientra pure nel secolo successivo.
Al secolo di cui discorriamo era riservato di fondare la più gran parte della nuova aristocrazia: dodici pontificati, uno de quali durò meno che un mese, lasciarono nove grandi famiglie. Convien dire però che una di queste, la Odescaichi, non venne in grandezza per opera del papa, Innocenzo XI, severo promotore di moralità nella Chiesa, e nella riforma del costume severo talora fino al grottesco. L'ultimo dei papi del Seicento, Innocenzo XII, Pignatelli, nobile figura di pontefice fu immune dal vizio de' suoi predecessori, e non volle presso di sè i suoi parenti; gli altri furono tutti macchiati di quella pece: e se Alessandro VII, Chigi, nel cardinalato censore austero del nepotismo, sul principio del pontificato tenne lontani i parenti, cedette poi alla corrente, lasciando a compiacenti consiglieri la cura di giustificare in lui quello che negli altri egli aveva condannato. Nella via del nepotismo nessuno arrivò agli eccessi del Barberini (Urbano VIII), nella persona del quale il papa parve un accessorio del principe. Per opera del nepotismo, uomini senza capacità, nuovi de' pubblici negozi, occupavano d'un tratto tutte le cariche più alte e lucrose, e il cardinal nepote governava lo Stato, infeudato ad una famiglia. Le entrate della Camera Apostolica servivano alla grandezza della famiglia papale, e lo Stato s'immiseriva per formare quella nuova aristocrazia. Diciassette milioni di scudi d'oro diceva papa Odescalchi essere costato già quel nepotismo: e in seguito costò dell'altro. E si vide perfino una donna avara e intrigante, donna Olimpia Maidalchini, regnare in Vaticano, dominando il debole cognato Innocenzo X, e la corte bizantineggiare in una umiliazione di pettegolezzi e di scandali, che davano largo pascolo ai lazzi e alle risate di maestro Pasquino.
La parte di Roma coperta di fabbricati, entro il vasto recinto aureliano, colle vie anguste e la popolazione densa, non aveva spazio per le nuove reggie, per le grandi chiese di questa nuova aristocrazia papale, dominata dall'idea del grandioso e del magnifico. E però la città, sorta e cresciuta sui sette colli, poi nel medio evo discesa al piano e distesasi lungo il fiume e intorno al colle capitolino, e nel Rinascimento piegatasi verso il ponte Sant'Angelo, porta del Vaticano, nei rioni di Parione e di Ponte, si allargava con Sisto V al Quirinale, al Viminale, all'Esquilino, e coi successori occupava con immensi edifici, sul Quirinale e nel Campo Marzio, l'area già coperta d'orti e di vigne. Nei palazzi edificati dalle famiglie pontificie noi possiamo seguire quasi ad uno ad uno i pontefici del Seicento. Apre la serie un papa che dopo aver regnato otto anni nel secolo XVI, entrò con soli cinque nel XVII, cioè Clemente VIII, Aldobrandini; e il suo palazzo era quello oggi Salviati, sul Corso. Dopo Leone XI, Medici, che regnò meno di un mese, ecco il primo papa secentista, Paolo V Borghese, romano, col suo splendido palazzo di Campomarzo; poi quello incominciato dai Ludovisi, oggi sede del Parlamento Nazionale; il Barberini, una vera e splendida reggia; il Panfili in piazza Navona, che forma un complesso principesco colla chiesa di Sant'Agnese e le stupende fontane; il Chigi, sulla piazza Colonna, per l'edificazione del quale fu allargata e dirizzata la via del Corso, che divenne da allora la principale della città; il Rospigliosi sul Quirinale; l'Altieri sulla piazza del Gesù. Non parlo di quello dell'Odescalchi, che non fu edificato, ma acquistato più tardi dalla famiglia, nè di quello Ottoboni, oggi Fiano, che s'incominciò a riedificare, ma che rimase interrotto per la morte troppo sollecita d'Alessandro VIII.