Letteratura ed arte, le quali dimostrano pur troppo che sotto a tutto questo eccesso di forme, sotto a tutto questo spettacolo esteriore di reazione Cattolica (i cui effetti morali lo Schiller ha con tanta poesia rappresentati nell'ascetismo erotico di Mortimero nella Maria Stuarda ) un gran vuoto s'è fatto nel pensiero, nella fantasia e nella coscienza italiana. E con questo vuoto un silenzio di tomba. Restano vive ancora la musica e la scienza: la musica, che è accusata d'aver cullato il sonno degli schiavi e divertito i padroni, ma che sarà il capolavoro artistico del Settecento e ricorderà di nuovo il sacro nome d'Italia all'Europa: la scienza, che rivendica i suoi diritti all'avvenire colle divinazioni e il sacrificio eroico di Giordano Bruno e che con Galileo, umiliato ma non persuaso, intima, misteriosamente minacciosa, alla Reazione Cattolica: “ hai vinto sì, ma di troppo!

ROMA E I PAPI NEL SEICENTO

CONFERENZA DI Domenico Gnoli.

Ciascuna città riflette principalmente, nella pianta, nei monumenti, nel fabbricato, nella decorazione, nei prodotti dell'arte e perfin dell'industria, il gusto e l'indole d'un'età; di quell'età in cui essa raggiunse il massimo grado della prosperità e dello splendore. Così qui a Firenze tutto palpita della vita del Rinascimento, e nella Roma moderna impera sovrano il Seicento: esso le ha impresso il suo carattere, l'ha animata del suo spirito: il che specialmente è vero se, non attenendoci strettamente al rigor delle cifre, si faccia incominciare il Seicento dal pontificato di Sisto V, cioè dal 1585. Le antiche basiliche, le fabbriche del Rinascimento quel secolo ha trasformato in gran parte, secondo il suo ideale estetico, colla sicurezza di renderle più belle e magnifiche; e quel che resta d'intatto, si nota quasi come monumento storico, difforme dal carattere dominante. L'età posteriore ha camminato sull'orme di quel secolo.

Il Cinquecento aveva dato con San Pietro il tipo della Chiesa Romana, e col palazzo Farnese quello del palazzo. Il Seicento applica, estende a tutta la città quei due tipi con una serie di variazioni degli stessi motivi. Chi dalla balaustrata del Pincio guardi il panorama di Roma, è colpito da una popolazione di cupole sorgenti grandi e solenni sovra il piano dei tetti. Quella di San Pietro, che campeggia gigante sull'orizzonte, fu voltata da Sisto V; seguirono quelle di Sant'Andrea della Valle, di San Carlo a' Catinari, di San Carlo al Corso, di Sant'Agnese ed altre. Sulle piazze e per le vie della città v'incontrate a ogni passo in una di quelle enormi facciate di chiesa, tutte di travertino, a due piani, selve di pilastri e di colonne, con angeli e santi agitati dal vento, quali Sant'Andrea della Valle, Sant'Ignazio, la Chiesa Nuova e tante altre; e se entrate in quelle chiese, quasi tutte le troverete a croce latina, con arcate intramezzate da pilastri; e sugli altari una orientale ricchezza di marmi colorati, d'oro e di bronzo uniti con un senso maraviglioso della policromia; sulle piazze i grandi obelischi eretti da Sisto V, e i minori della Minerva e del Pantheon da Alessandro VII e da Clemente XI. E i palazzi giganti tra il vecchio fabbricato, semplici e severi, senza lusso di decorazione nè ornato d'ordini architettonici e le fontane nelle piazze, e le grandi mostre dell'Acqua Felice, dell'Acqua Paola e dell'Acqua di Trevi, quest'ultima, opera d'arte secentistica nel secolo successivo, tutto infine quello che più apparisce all'occhio, che prima colpisce il visitatore, è opera del Seicento.

E chi si affacci a quel gran teatro della Chiesa Romana che è la piazza di San Pietro, si trova innanzi a quel periodo della storia e dell'arte. Alessandro VII erigeva i portici, Paolo V la facciata della chiesa, Sisto V trasportava l'obelisco e voltava la cupola, Innocenzo XI compieva le due fontane. E nell'interno, l'opera di Bramante era trasformata in quel secolo: prolungata la chiesa, mutandone la pianta da croce greca a latina, decorata di stucchi e di marmi, aggiuntovi il grande altare della confessione e la cattedra; e sugli altari, opere del Domenichino, del Guercino, dell'Algardi, de' più famosi artisti del secolo. E lì, nelle grandi tombe, giacciono per la maggior parte i papi di quel periodo, di cui le figure grandeggiano, non più distese sull'urna, ma ritte in piedi o sedute, fra gli svolazzi delle statue allegoriche, i drappi di marmi colorati, e il bronzo e l'oro, ostentando morti la grandiosità, la magnificenza ed il lusso che professarono vivi.

Interprete del sentimento e della vita romana, scultore e architetto officiale del papato, domina tutto quel secolo, tutta l'arte di Roma Lorenzo Bernini, che operò senza posa sotto nove pontificati. Egli fu detto corruttore, che meglio dovrebbe dirsi rigeneratore. Nelle acque stagnanti dell'arte con cui si apriva il secolo XVII, grande senza grandiosità, scorretta senza novità, egli portò il soffio potente del genio; la agitò, la mosse, fino a sconvolgerla in tempesta. Il grande, il magnifico, l'ingegnoso, l'appariscente, il maraviglioso, l'eccessivo, era lo spirito, l'ideale del tempo; e questo, Michelangelo meridionale, egli tradusse nell'arte. Non si guardi all'opera della vecchiezza, quando esaurite le forze, cercò nel bizzarro e nell'esagerato l'effetto; nè egli deve rispondere della turba scapigliata de' suoi seguaci; nè dei deliri dell'emulo suo, il Borromini, che gelosia pazza spinse a farsi della stravaganza una legge: ma nella gioventù e nella virilità egli seppe svolgere l'ideale del suo tempo entro i confini del bello; e come che si voglia giudicare quello stato della civiltà, egli ne fu certo il più grande interprete artistico. Ad una ricchezza esuberante di fantasia accoppiando una maravigliosa padronanza dei mezzi tecnici, egli profuse in Roma le sue opere immortali. La piazza di San Pietro, degna della cupola di Michelangelo, la scala regia del Vaticano, la fontana dei fiumi sulla piazza Navona, sono opere che sorpassano i termini dell'ingegno per entrare nel campo del genio. E i papi di quel secolo, dalla faccia marziale, dai mustacchi alla Wallenstein, dal pizzo alla cavaliera, sono ancora nei marmi da lui scolpiti assai più vivi che non quelli di nessun altro secolo.

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Ma se le città pigliano forma dal periodo della loro maggior grandezza e prosperità, che diritto aveva il secolo XVII d'imprimere a Roma le sue fattezze? Non ha forse periodi di maggior grandezza il papato?

Il secolo decimosettimo per la Chiesa e pel papato non fu senza gloria. Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della Riforma, aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si sarebbe creduta capace. Fu un lungo periodo di guerra, che dev'essere perciò giudicato coi criteri che governano lo stato di guerra; a questo stato corrispondono la dittatura del papato, e i tribunali dell'Inquisizione, veri tribunali marziali. Il mondo cattolico fu messo in istato d'assedio. La politica del Vaticano non ebbe altro fine che di far argine allo estendersi della Riforma, di soffocare ogni favilla che minacciasse un nuovo incendio. Nessuna libertà, nessuna debolezza di fronte al nemico; ma unità di comando, ma obbedienza cieca, ma disciplina di ferro. E il nemico non era solo oltre i confini del mondo cattolico; chè il moto violento della Riforma aveva scosso tutta l'anima cristiana, agitato gl'intelletti, turbato le coscienze; e d'ogni parte pullulavano dottrine violente, bizzarre, contrarie, minacciando di rompere l'organismo cattolico, di dissolvere l'unità della Fede. La gerarchia episcopale era strumento insufficiente alla urgenza, alla gravità dei bisogni e dei pericoli. I nunzi apostolici, vero Stato Maggiore della Chiesa, teologi e canonisti, abili diplomatici, recavano a principi e a vescovi la parola del Papa, trattavano i più ardui negozi, stringevano alleanze, portando nel grembo, ora pieghevoli ora alteri, benedizioni e scomuniche. Gli Ordini Regolari, e sopra tutti i Gesuiti, posti sotto la diretta dipendenza del Papa, formavano la milizia mobile della Chiesa. Predicatori dai pulpiti, maestri nei collegi dei nobili e nelle scuole del popolo, assistenti negli ospedali, accorrenti dove ci fossero piaghe da lenire e miserie da sollevare, ad ogni bisogno della società corrispondeva l'Ordine, la Congregazione religiosa. La riforma interna della Chiesa, invocata invano per secoli dai Santi e dai popoli, ordinata dal Concilio di Trento, ebbe in gran parte nel Seicento la sua esecuzione. In quella guerra fieramente combattuta colle armi spirituali e le temporali, fu salva bensì l'unità della Fede, ma a prezzo del pensiero soffocato, della libertà strozzata.