Sotto i portici del Palazzo, patrizi che ravvolgono meditabondi nella mente qualche trattato utile alla patria e patrizi che mercanteggiano il voto: su la piazza belle dame dalle vesti piene di gioielli e dagli occhi pieni di sorrisi e folla gaia, allegra, operosa, intrighi politici e intrighi d'amore, odi violenti e piaceri raffinati, discussioni letterarie e racconti guerreschi, battaglie gloriose e infami violenze.

Fra esorbitanze e contraddizioni, che parrebbero escludere il senso della misura e della giustizia, il governo veneziano seppe mostrarsi freddo, risoluto, concorde, appunto in sull'aprirsi del seicento, di questo secolo generalmente considerato un'età di spiriti fiacchi e avviliti. Ora tra le pagine della storia veneta ve ne sono molte più insigni, per fatti guerreschi, per ardui conquisti, per accorgimenti diplomatici, ma non certo una più nobile per energia di convinzioni e per indipendenza di sentimenti di quella che scrisse il governo veneto col suo contegno rispettoso, ma fermo colla corte di Roma, durante l'interdetto di Paolo V.

Dissapori fra Venezia e Roma esistevano da lungo tempo. Il fatto di due ecclesiastici, il canonico vicentino Saraceni e l'abate di Narvesa Marco Antonio Brandolin, voluti esaminare e processare dai Dieci non badando alle proteste del vescovo e del nunzio, che li richiedevano come soggetti a sè, fu l'ultima occasione delle fiere intimazioni del papa. Alle quali rispondendo il Senato non voler ribellarsi alla Chiesa, nè promuovere scismi, ma voler salva l'integrità delle patrie leggi, il pontefice, il 16 aprile 1606, sottopose Venezia all'interdetto. Il Senato accettò la sfida senza eccessi di fierezza, ma anche senza quella mitezza la quale è una qualità che in certi casi sa di poco; vietò severamente ad ognuno di accettare e pubblicare le bolle pontificie; bandì cappuccini, gesuiti, teatini, che a ciò non s'adattavano, e fe' pubblicare la difesa delle sue ragioni. Venezia dichiarando sempre la sua fedeltà alle dottrine cattoliche, ordinò al clero di non smettere gli atti del culto, non badando all'interdetto del papa, perchè contrario alla Scrittura e ai canoni della Chiesa.

La coscienza pubblica approvava un tale contegno ed aiutava il governo nella sua lotta: il popolo continuava ad assistere alle funzioni religiose, come se nulla fosse.

Io non ripeterò la storia dell'Interdetto, che tutti conoscono, non dirò come il Senato facesse rispettare i suoi ordini, e come, ad esempio, al prete che per sapersi regolare aspettava l'inspirazione dallo Spirito Santo, i Decemviri rispondessero di essere già stati inspirati dallo Spirito Santo di impiccar tutti i disobbedienti. Non ripeterò altri aneddoti troppo noti, in cui la Repubblica dimostrò quella forza di governo, che non è già nervosità morbosa, ma viva energia, che alle volte s'intreccia a certa arguzia maliziosa. Nè dirò come Venezia sia uscita dignitosamente vittoriosa.

Vittoriosa da una lotta per incontrarne un'altra, non meno ardua. Una nazione rivale mirava ai danni della Repubblica: la Spagna — forse perchè Venezia, sola in Italia, avea mantenuto alta la dignità contro la burbanza spagnuola, che mirava al dominio di tutta la penisola. Spagna soffiava fra gli accesi litigi di Venezia con Roma. E i torbidi suggerimenti di Spagna davano coraggio all'Austria per alimentare la lunga guerra degli Uscocchi, che correvano l'Adriatico tentando di ruinare il commercio di Venezia e logorarne le forze. La selvaggia fierezza di quei pirati giovava all'Austria per tener desta la lotta fra le due nazionalità italiana e tedesca pel dominio dell'Adriatico. E così le onde di quel mare italiano erano tinte del sangue dei figli di una medesima terra: perchè erano in molta parte dalmati gli Uscocchi, erano in molta parte dalmati i marinai delle navi veneziane. Se da quelle lotte trascorriamo ai nostri tempi, curiosi raffronti si offrono alla mente! Lissa non fu vittoria dell'armata austriaca. Gli equipaggi delle navi austriache erano in gran parte composti di dalmati figli e nepoti di quei fedeli sudditi di San Marco che furono consorti a Venezia per quanti secoli quasi la storia rammenta. E cresciuti alle antiche tradizioni marinaresche venete erano molti degli ufficiali al servizio degli Absburgo. Lo stesso Tegethoff era stato allievo dell'antico collegio di Sant'Anna a Venezia, ove avea contratto coi suoi colleghi amicizia fraterna. E quando, fra il rumor della mischia e il fumo dei cannoni, vide sommergersi il Re d'Italia chiese con ansia notizia dei naufraghi, fra i quali credea fossero alcuni suoi antichi e affezionati compagni di collegio.

Ma contro Venezia non posava il mal animo di Spagna e ne è prova la congiura che il marchese di Bedmar, ambasciatore spagnolo presso la Repubblica, ordì insieme coll'Ossuna vicerè di Napoli e col Toledo governatore di Milano. Al governo di San Marco dovea succedere la sovranità di re Filippo III: ardersi l'Arsenale, invadersi il Palazzo ducale, uccidersi i maggiorenti. La congiura fu scoperta e la Repubblica non andò lenta nel punire colla morte i rei principali. Con mente deliberata e cuor fermo sentiva essa che l'indulgenza comprende molte volte in sè offesa alla legge e turbamento agli ordini sociali, e che nella severità delle leggi sta la salvezza della patria.

Certo questa alta idea del dovere che imprime negli animi il sentimento di una fatale necessità suggerì la condanna di Antonio Foscarini, il cui nome, circondato dalla pietosa fantasia dei poeti, è divenuto una leggenda romantica, che servì di tema alla tragedia di un poeta e patriota illustre. È nota la tragedia del Nicolini.

Antonio Foscarini, innamorato di Teresa Navagero, parte per straniere contrade, in servizio della Repubblica. Teresa intanto è costretta a maritarsi con un Contarini. Quando il Foscarini ritorna, sfoga la sua disperazione cantando in gondola, sotto i veroni dell'amata. Teresa si decide ad accordargli segreto colloquio, certa per la purità dei costumi di lui, ch'essa non correva alcun rischio nell'onore. Mentre il Foscarini e Teresa ricordano dolori senza rimedio, affetti senza speranze, sopraggiunge il marito, e ad Antonio, per salvar la vita e la fama alla sua donna, non resta altra via, se non quella offertagli dal contiguo palazzo dell'ambasciatore di Spagna.

Ora bisogna sapere che una legge dichiarava reo di morte chi entrava furtivo nel palazzo di un ambasciatore straniero.