I Turchi già signori dell'Arcipelago agognavano al conquisto di Candia, importantissima isola, che i Veneti aveano comperata nel 1204 dal marchese di Monferrato. Colto un pretesto, l'armata turca ruppe la guerra nel 1645 e prese la Canea. La vecchia repubblica seppe ancora trovare consigli audaci e opere gagliarde, e dal 1645, per ventitrè anni continui, seppe combattere, senza posa, battaglie marittime da giganti, rifulgenti d'eroismi, che hanno qualchecosa del leggendario e non sono vinti in paragone dai più memorabili fatti di Grecia e di Roma.
Dalla guerra di Candia, Venezia era uscita bella d'eroismo e di sciagura, vuota di sangue e di denari. L'erario pubblico era stremo e per adunare denaro e rinverdire il credito scaduto, il governo prese il partito di aprire il libro d'oro.
Così molti popolani doviziosi poterono per denaro essere ammessi al Maggior Consiglio. In questa conciliazione del vecchio sangue e del nuovo, in questa mescolanza d'idee, la Repubblica avrebbe potuto trovare una causa di vigoroso ringiovanimento, una feconda trasformazione nell'ordine nobilesco. A canto al rigido patrizio si trovava ora chi era giunto all'altissimo grado, aiutato solo da quella forza che resiste a tutti gl'impedimenti: la forza del lavoro.
A Venezia, asilo sicuro d'artisti e d'operai, venivano a fecondare le loro energie molti uomini operosi e costanti, e coll'abito del risparmio, coi frutti dello ingegno aveano fondato famiglie potenti. Dopo aver raggiunto le materiali agiatezze, potevano ora assidersi nei consigli della Repubblica. Ma questi nuovi ricchi assunti al titolo nobiliare, nel contatto colla vecchia aristocrazia, non seppero con giovanile ardimento dominarla e ne subirono invece l'azione. I difetti dei risaliti non seppero evitare, non attesero più alle pratiche della mercatura, credendo avvilirsi, e presero a schifo la parsimonia nel vivere. Sentendo l'ambizione del nuovo stato in cui erano stati posti dalla fortuna, cercarono le delicature della vita, guastarono i costumi fra il lusso, e volendo emulare le vecchie casate, per far dimenticare la loro origine, instituirono fidecommessi pei primogeniti, destinando al sacerdozio e al celibato gli altri figli. Per modo che, dopo due generazioni, quasi tutte queste famiglie scompaiono senza lasciare alcuna traccia nella storia. — Non nella storia, nell'arte sì. Traccia inavvertita, azione nascosta, ma non per questo meno importante.
Le raffinatezze della civiltà, il desiderio acuto dei godimenti, lo sfoggio di genti spensierate prodighe dei risparmi accumulati dagli avi furono incremento all'arte, nella quale era, come nella vita sociale e politica, una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male.
La temperanza armonica delle varie facoltà dello spirito, che avea brillato di luce splendidissima nel quattrocento e non era scomparsa del tutto nel cinquecento, cessa nel secolo XVII. Quindi concetti meravigliosamente grandiosi a canto a pomposa lascivia di forma, la quale nasconde meschini pensieri; artefici riboccanti di fantasia che ora trascorrono a tutte le stravaganze, ora studiano il vero con intendimenti che formano l'aspirazione e il tormento dell'arte moderna; e una soverchianza di vita giovanile a canto al delirar senile della decrepitezza.
L'arte trovava larghi incoraggiamenti nei nuovi nobili, che voleano dorare il recente blasone con ogni maniera di magnificenza. Così sorsero le maestose moli del palazzo dei Labia, ammessi al Maggior Consiglio nel 1646, del palazzo dei Rezzonico, ascritti al patriziato nel 1687, delle fantastiche decorazioni dell'appartamento degli Albrizzi, divenuti nobili veneti nel 1667, e via via.
L'arte barocca ha in Venezia un'impronta originale e stupenda. Nelle sue origini essa è come signoreggiata da un poderoso ingegno, che pur lasciando libero ogni freno alla fantasia ebbe pieno ed efficace il senso del reale. L'azione esercitata da Alessandro Vittoria sui decoratori e statuarî veneti durò lunga pezza e l'arte, fra le lagune, continuò per molto tempo a modellarsi sull'esempio di quel grande. È questo un periodo non ancora ben definito della nostra storia artistica e merita di essere considerato meglio che non si sia fatto sinora. La critica badando al male non si è curata del bene, si è limitata ad osservare e a biasimare quell'affettazione di forza che tien del convulso, senza indagare l'anelito segreto che avea bisogno di esplicarsi in nuove forme, in espressioni nuove, il desiderio acuto di ardimentosa originalità, che in mezzo ad errori è pur sempre indizio di forte pensare. Si volea rovesciar tutta l'arte precedente; la brama d'investigare, di provare, di esperimentare, rivelatasi così cocente nella scienza, si manifestava anche nell'arte, brama non tenuta in freno dall'armonia e dalla compostezza della concezione. Si volea muover guerra alle linee rette palladiane e si cercava il bello nel difficile: alla purezza degli ordini romani si voleano contrapporre le pompe più trasmodate; alle fredde saviezze della sesta, le licenze di un'arte bizzarra.
Fra le sregolatezze dell'architettura e le incomposte bravure dello scalpello, che vuole emulare il pennello, la licenza non appare priva di magnificenza e di grandiosità.
E nella enfatica decorazione, complemento della vita fastosa, vi sono vizi e intendimenti non ordinari, vi è qualche cosa che non si può esprimere se non colla parola genialità. Imperocchè nulla di più falso che la genialità indichi sempre il massimo dell'equilibrio mentale; essa molte volte anzi rampolla da disquilibrio e da ineguaglianze.