Quando il principe di Toscana, poi granduca col nome di Cosimo III, venne il 1628 in Venezia, ammirò le monache vestite leggiadramente, con abito bianco alla francese, busto di bisso a piegoline e trine altissime, il seno mezzo scoperto, e su la fronte un velo piccolo, sotto il quale uscivano i capelli arricciati.

Nella citata relazione su Venezia della Biblioteca Ambrosiana sta ancora scritto: Essere la salute della repubblica l'avere il popolo effeminato che viene ad essere infingardo.

Nelle repubbliche come presso i sovrani fu sempre arte di stato addormentar coi piaceri le passioni e i pericolosi desideri di soverchia libertà. Ma le passioni alle volte si risvegliano all'improvviso, e quando non sono volte a nobili indirizzi trascorrono sovente ai fatti più atroci, ai capricci più iniqui. Il coraggio quando non serve a onesti intenti si muta spesso in ferocia, e destandosi alla fierezza impara crudeltà. Così in mezzo alla vita veneziana molle, gioconda, che pare un carnevale continuo, ci arrestano le avventure di alcuni tracotanti, che si arrischiano ad imprese per le quali si stimerebbe appena che vi fosse stato in quei tempi animo di divisarle e braccio da eseguirle.

Proviamoci a risuscitare una di quelle scene di prepotenza e di delitti, che, meglio di lunghe descrizioni, possono dare una idea del tempo e del costume.

La sera del 28 febbraio 1601, v'era festa di nozze nella casa dei patrizi Minotto. Sapete, una di quelle mirabili feste veneziane, in cui gli appartamenti suntuosi dalle stanze tappezzate di broccato e di arazzi, scintillanti di vetri e di specchi di Murano, erano condegna cornice alle belle donne vestite di raso e di damasco, scintillanti di perle e di gioielli. I suoni erano incominciati e la novella sposa, ballando sola una specie di minuetto, avea dato principio alle danze, quando entrava nella sala un giovine patrizio di membra vigorose e spigliate, Leonardo Pesaro, tipo di suprema scelleratezza. Il tracotante giovine vide in un angolo un altro patrizio, Paolo Lion, col quale avea vecchia ruggine, e accostatosi all'avversario, che stava insieme alla sua fidanzata, lo insultò. Il Lion rimbeccò pronto al Pesaro, che uscì di casa Minotto, si armò, si unì ad alcuni altri amici arroganti e soverchiatori di professione, e tutti insieme mascherati ed armati si avviarono al palazzo dei Minotto, irruppero nella sala da ballo e spietatamente uccisero il Lion. Non paghi ancora, il Pesaro e i suoi continuarono gli insulti, le grida, lo schiamazzo, mettendo sossopra la sala, correndo per le stanze con le spade sguainate, ferendo quanti incontravano. Ne nacque uno scompiglio infernale. Le torcie erano tutte spente, tranne una tenuta dal Minotto, che, roteando con l'altra mano una sedia, difendeva la sua sposa adorna di perle e di gioielli d'inestimabile valore. Un soldato straniero, che tentava proteggere con la spada gli sposi Minotto, ebbe tagliate tre dita di una mano.

Finalmente quelli che non poterono fuggire riuscirono a salvarsi rinchiudendosi nelle stanze. Più volte bandito, il Pesaro non rimetteva di sfidare la giustizia impotente ad agguantarlo, e coll'aiuto di alcuni amici pari suoi e di una mano di bravi, che teneva nelle campagne vicine a Venezia, commetteva d'ogni sorta violenze e rapine, ammazzando, ricattando, aiutando assassini, involando e stuprando fanciulle, rubando mercanzie, bastonando donne e preti e pagando i creditori con arcobusate. Leonardo Pesaro fu il più audace, ma non il solo illustre malandrino d'alto affare di Venezia nel secolo XVII. Fra i più bei nomi dell'aristocrazia veneziana troviamo molti banditi per colpe ignominiose.

Dinanzi alla pittura di una società così corrotta e al racconto delle imprese di tai briganti blasonati, si può credere, a ragione, ciò che taluni affermano che la vecchia repubblica fosse caduta al fondo della abbiezione più obbrobriosa.

Ma in questa età di violenti contrasti, alla decadenza morale, alle ribalderie dei soperchiatori, si possono contrapporre la nobile energia e i sacrifizi magnanimi di molti, nel cui cuore palpito supremo era la patria, però che la virtù non fosse inusitata nelle signorili dimore, e il senno pratico, acuto, previdente, guidasse i provvedimenti dei governanti.

Chi consideri l'accortezza e la prudenza con cui Venezia seppe uscire dai litigi con Roma e dalle insidie di Spagna deve dar lode alla Repubblica. Ma può anche sorgere agevole l'osservazione che negli Stati tanto più intensa fiammeggia la luce del pensiero, quanto più intorpidiscono le virtù civili e militari. E in vero lo scorto maneggio e l'acuta osservazione della diplomazia celano alle volte la codardia dei popoli.

Un patrizio veneziano, Antonio Querini (m. 1608), narrando la storia della scomunica fulminata da Paolo V, faceva l'osservazione seguente: Saranno sempre alla Repubblica consigli salutari, per la forma del suo governo, per la natura et conditione de' suoi sudditi, et per molte inhabilità sue a imprese belliche, l'attender a conservar l'imperio, anzi con la prudenza civile, che con il valor militare, et abhorrir tanto la guerra, quanto farebbe la sua destrutione. Quel veneziano calunniava inconsciamente la sua patria, però che anche nel decadimento del più grande stato italiano risplenda il valore guerresco. Certo la pagina più sanguinosa ma più grande, più infelice ma più gloriosa della veneta storia è la guerra di Candia.