Cerchi ritôr la grande ingiusta preda;
scomparve dagli augurii della Conquistata al cardinale Aldobrandini. Ormai la battaglia di Lepanto aveva mostrato la potenza delle forze cristiane unite, ma anche la impossibilità del tenerle unite.
Non si erano ancora raccolte tutte le navi della Lega, che già i collegati tentavano l'uno il danno dell'altro con insidie diplomatiche, e si azzuffavano per le vie di Napoli con le armi. Or mentre s'indugiano essi in tal modo, Famagosta cade nelle mani de' Turchi, e Marcantonio Bragadino, dopo tormenti di più giorni, v'è scorticato vivo. Vanamente il Papa aveva pianto quando gli era toccato vedere con gli occhi proprii quali fossero gli animi ch'egli voleva concordi; le gelosie di Spagna contro Venezia, le puerili questioni di precedenza tra Malta e Savoia, l'invidia di Giannandrea Doria per Marcantonio Colonna, troppe altre passioni attraversano l'impresa. Indettato secretamente da re Filippo, il capo dell'armata, Don Giovanni d'Austria, per animoso che fosse e desideroso di gloria, cercava piuttosto lasciar indebolire Venezia che debellare quei che la indebolivano: onde consulte che duravano ore: “che io premetto a Vostra Signoria illustrissima (scriveva il Colonna a un cardinale) che da che si comincia a consultare, può un'armata nemica far duecento miglia.„ Peggio; chè Don Giovanni, una volta che si poteva cogliere insieme all'improvviso e sull'àncore tutta quanta l'armata turchesca, non volle, e fingendo fosse errore notturno de' timonieri, navigò e fe' navigare deviando dal nemico! E questo accadde dopo Lepanto, quando cioè un'altra vittoria avrebbe facilmente confermati all'Europa i frutti, non voluti cogliere subito, di quella grande giornata.
Quanta poesia sfolgora dai fatti del 7 ottobre 1571! Ma non la cerchiamo, per carità, ne' poemi epici che si sforzarono riverberarla; nel frammento che ci è rimasto della Vittoria Navale del Cattaneo, nella Cristiana Vittoria marittima di Francesco Bolognetti, nell' Austria di Ferrante Caraffa, nella Vittoria Navale di Francesco di Terranova, nella Vittoria Navale di Guidobaldo Benamati, nella Vittoria Navale di Ottavio Tronsarelli, e neppure negli episodii o accenni che ne trassero, con vani artificii, Curzio Gonzaga pel suo Fidamante, Girolamo Garopoli pel suo Carlo Magno, e, maggiore di tutti perchè poeta vero, Alonzo Ercilla, l'epico di Spagna, per La Araucana. Avvezzo come sono da più anni a farmi un diletto della noia degli studî eruditi, in fe' mia, signori, non ci ho retto; e potete fidarvi a me quando v'affermo che i poeti epici di Lepanto sono uno peggiore dell'altro. Valgono meglio i lirici? Ne ho numerati novantotto in latino, non computando trentacinque componimenti anonimi; e molti han più d'una poesia: de' verseggiatori italiani vi sono tre copiose raccolte a stampa, uscite tutt'e tre a Venezia nel 1572, e, non è molto, fu indicata un'altra miscellanea che ne offre a sè sola trentanove certi, ventidue anonimi, sei pseudonimi, e due poetesse per giunta. Altri non tarderanno a venir fuori: troppa grazia. Nè epici nè lirici (parrebbe impossibile, se non avessimo sott'occhio l'esempio de' giorni nostri, che pur furono così ricchi di elementi poetici nelle imprese del Risorgimento, e sì miseri poeti hanno dato a cantarle) nè epici nè lirici, in tanti che vi si misero, trasformarono in poesia di parole la poesia de' fatti. Il migliore tra quegli epici italiani è forse il Benamati; eppure non seppe trovar meglio che narrare, a proposito della battaglia, in ventinove libri, gli amori d'una donzella che va travestita da uomo a cercare tra le armi la morte per punirsi dell'avere ucciso, com'ella crede, l'amante suo: la battaglia è verseggiata negli ultimi tre: nè, secondo i moduli d'allora, manca l'arrivo dell'armata cristiana, per una diabolica tempesta, sulle spiaggie dove fioriscono i giardini di Venere. Il migliore tra quei lirici si direbbe dovesse essere Torquato Tasso; eppure nelle poche sue rime che più o meno direttamente accennano a Lepanto, ei riuscì, non che inferiore a sè stesso, inferiore ad altri. Insomma verseggiatori molti, troppi; poeti neppur uno. Anche qui chi volesse rivivere il fatto, non si volga a loro, sì agli storici contemporanei.
V.
Venivano la mattina del 7 ottobre 1751 per le placide acque di Lepanto a mischiarsi e urtarsi duegentotredici navi cristiane, da un lato, duegentottanta navi turche dall'altro: v'eran sopra ottantamila cristiani, ottantottomila turchi. “Venendo ad incontrarsi (scrive il Diedo) amendue l'armate sì spaventevoli, gli elmi lucidi e i corsaletti dei nostri, gli scudi d'acciaio come specchi, e l'altre arme lucenti, percosse da' raggi solari, che insieme con le spade nude forbite, allora tratte ad arte, e a studio vibrate, ripercotevano assai lontano nel viso di questo e di quello; non meno minacciavano i nimici, nè arrecavano loro minor paura, che arrecasse a' nostri maraviglia e diletto l'oro di tanti fanò e bandiere, molto risplendenti e riguardevoli assai per la varietà di mille vaghi e bei colori.„ Ed ecco un colpo di cannone dalla capitana de' Turchi; è il segno della sfida a Don Giovanni d'Austria e alla Lega; la capitana nostra risponde. E allora dagli alberi delle galee cristiane scendono le bandiere dei principi, e si alza, unico vessillo, su quella di Don Giovanni, il grande stendardo benedetto dal Papa pel giorno della battaglia; in campo di seta cremisina Cristo crocifisso: e comincia sulle galee, inginocchiandosi tutti, la confessione generale fatta da' cappuccini che assolvono sommariamente schiera per schiera, e taluno di que' padri arrampicarsi ne' cordami e cominciare di là conforti e incoramenti che proseguirono nel folto della mischia bociati di tra le palle fischianti a quelli che, sul ponte invaso dal nemico e più volte sbrattato a colpi di archibugio e di picche, combattevano ferocemente. Perchè ormai, arrancando di tutta lena sotto le sferzate continue degli aguzzini, gli schiavi han sospinte le navi innanzi innanzi, senza saper dove, aspettandosi di secondo in secondo l'urto orrendo nell'avversario, e forse l'ondata che irrompe dal fianco squarciato sottocoperta, e soffoca in bocca l'urlo della disperazione, e travolge giù nell'abisso.
Don Giovanni, quando ha visto che la battaglia non si può più evitare come le istruzioni secrete di Filippo I gli raccomandavano, dà libero sfogo all'impeto giovenile: si poteva finalmente menar le mani! e sulla piazza d'arme della sua galea balla sfrenatamente con due cavalieri una gagliarda. Le galeazze piantate innanzi all'armata cristiana come antemurali cannoneggiano lo sciame mussulmano che le avvolge e le oltrepassa: ormai il cozzo è di tutti contro tutti: i legni si aggrappano l'uno all'altro, e se ne forma come una spianata su cui passano e ripassano confusamente vincitori e inseguiti; e i ridotti barricati vomitan fuoco, piove fuoco dagli alberi. Fu attorno alla reale sì folta la mischia che i tanti alti turbanti, narra qui il Diedo, parevano un turbante solo. Agostino Barbarigo, che per farsi meglio sentire aveva gittata la rotella con cui si copriva il volto, e a chi ne lo rimproverava, rispose: “Meglio esser ferito che non esser udito!„, colto da una freccia in un occhio, cade; ma si rialza, dà comandi ancora; e poi scende nella cabina, da sè stesso si strappa il ferro dall'occhio, ringrazia Dio e muore. Un cappuccino, a veder que' be' colpi non regge; si arma di un roncone, e spaventando i nemici non men con quello che con l'aspetto feroce (tra il cappuccio e la barba lunga dovean luccicargli gli occhi come carboni) sette ne sconcia e fa che altri si buttino in mare. A tanto furore si giunse e così cieco, che in una galea turchesca, mancando ormai ogni munizione di guerra, diedero di piglio perfino a' cedri e agli aranci de' quali avevano gran copia, e cercavano con quelli offendere i nostri; “alcuni de' quali per beffa e per ischerno, rimandavano contro loro detti cedri e aranci: ed era venuto a tanto in molti luoghi verso il fin del conflitto quella zuffa, che il vederla era anzi cosa da ridere che no.„
In sei ore la potenza del Sultano sul mare fu distrutta; ventimila de' suoi periti, cinquemila fatti prigioni; dodicimila cristiani liberati; morti de' nostri tremila, e perdute diciassette galere, ma centosette del nemico. Ed ecco salire sulla capitana di Don Giovanni l'ammiraglio di Venezia, il vecchio Sebastiano Venier, che era con lui da più tempo in aspra contesa, e il giovane precipitarglisi fra le braccia; ecco presentarsi il grave Marc'Antonio Colonna, e tutti e tre baciarsi in fronte. Non vo' togliervi il piacere che ha dato a me una frase del Guglielmotti, storico eloquente di quella giornata: “Il viril romano, il giovanetto spagnuolo, e il vecchio veneziano, espressero con quel bacio la letizia di tutte le età.„ Insieme si recarono il giorno dopo a rivedere il campo della battaglia che pur da lontano si scorgeva per l'acqua stranamente colorata, dove ardevano due galere abbandonate, e le onde trabalzavano rottami e cadaveri, sospingendoli alla spiaggia. Quivi per lungo tratto non si vedevano che teste rase di Turchi.
VI.
Cantiam cantiamo il fortunato giorno