De le nostre vittorie alme e felici
esclamò un de' nostri poeti, e un altro subito:
Suonin le cetre, gli organi, e ogni coro,
Canti il basso, il tenor, l'alto e il soprano;
Rida il pianto, il dolor si faccia sano,
Et l'Adice ci innondi arene d'oro.
Come furono esauditi, ho detto sopra: non solo le cetre e gli organi veneziani ma le chitarre e gli organetti bresciani, bergamaschi, pavani e friulani gareggiarono fra loro a chi facesse più chiasso. I poeti dialettali, toccando le note che a noi suonan burlesche, non riescono, almeno, tediosi. Chi legga il Pianto et Lamento de Selim, che per disperazione dà a Maometto del “busaro, iniquo e can„ e si vuol convertire al Cristianesimo, se non ammira il poeta, sente qualcuna delle risate sarcastiche, che a Venezia doveron prorompere quando, undici giorni dopo la battaglia, fu vista entrare nel bacino di San Marco la galea che ne recava la novella, sparando a festa le artiglierie e strascicando per l'acqua le conquistate bandiere. — Il leone ha graffiato sul vivo questa volta! Selim si pensava venir qua a “piar cappe longhe e tuor melloni„: viva San Marco! — Invece se, lasciando da parte con gli altri minori e minimi il Trionfo di Cristo di Celio Magno, che fu più che altro un pretesto a sfoggiare apparati, vi ponete innanzi la canzone di uno dei migliori che poetassero allora, Giovanni Andrea dell'Anguillara, e cominciate:
Apollo, se gioir unqua s'udio
Pe' dolci accenti tuoi Cinto e Parnaso,
Esci del sacro vaso