Ipsa fidem facit ipsa sibi. . . . . . . . . . . .
De Univer. et Immen.
La sua spiccata natura di filosofo poeta dovea dargli una qualità che dicono esclusiva della gente nordica, specialmente dell'anglo-sassone; l'umore. Non credo che in Italia ve ne siano due, vedo che in lui questa facoltà scintilla quando ei si mette di fronte al pedante. Quali motti e quanta finezza! Ciò che in Socrate era ironia di fronte al sofista, in Bruno è umore in faccia al pedante. La brevità non mi consente allargarmi in questo esame, che non è senza importanza.
Pur non manca in lui la contraddizione del suo tempo: non sono le due correnti di Campanella, ma è un dissidio intimo tra l'uomo nuovo e molte vecchie reminiscenze, attraverso le quali il morto soprannaturale tenta miracoli di resurrezione. I ricordi tomistici, la difficoltà di certe soluzioni, l'oscurità di certi problemi, e que' freni che qualunque età impone anche ai fortissimi più d'una volta insidiano la trama della ragione.
Il dissidio però in Bruno è raro e più alla superficie che nella cosa. Il monismo in lui è sostanziale e questa forte unità dell'intelletto in contrasto coi poteri costituisce il suo carattere eroico.
Il carattere, signori, non è qualcosa di sovrapposto alla mente, è la mente istessa, e nel filosofo è il testimonio della sua filosofia. Se oscilla, se volta qua e là la faccia, se sale per la via men buona, se gonfia o supplica, sarà erudito, abile, avveduto, sarà politico pure, filosofo no. Le opere di Bruno sono filosofia e poesia, e sono un autobiografia: vi si legge l'universo e l'uomo. In quella autobiografia è il suo destino, i trionfi, il carcere, la sentenza. Prima che i giudici la firmassero, ei l'aveva scritta, e quella de' giudici ei poteva sprezzarla.
VI.
Telesio vi dice che il libro della filosofia è la natura; Bruno afferma che questo libro è infinito; Galilei conchiude che il libro è scritto in “caratteri assoluti cioè matematici. Quindi voi dovete leggere in quel libro e non parlar voi prima di aver letto, perchè la natura prima fece le cose a suo modo e poi i discorsi umani, che saranno sinceri o falsi secondo l'accorgimento del lettore. Quando la natura fu fatta parlare per voce di teologi, fu medio evo; quando per voce di metafisici, fu il primo periodo del risorgimento; ora deve parlare per voce propria, cioè di naturalisti, ed è il periodo conclusivo del risorgimento.
L'inizio dunque dev'essere sperimentale e matematica la conclusione. Così egli sale agile dall'oscillare di una lampada all'isocronismo del pendolo, dalla caduta di una grandine alla caduta de' gravi, dal fischio di un ferro raschiato alle proporzioni delle onde sonore. È un relativista dunque Galilei come sono molti positivisti di oggi? No: se la conclusione è matematica è del pari necessaria per Dio e per l'uomo, per l'oggi e pel domani, per Pisa e pel mondo. La differenza sarà di estensione e di numero, non di valore.
Vi è chiaro già il carattere dell'uomo: potrà inginocchiarsi, non disdirsi; potrà accettare da Aristotile l'universo fondato sul moto, ma inducendo non costruendo, trasformando cioè il moto, creando la meccanica terrestre, sgombrando la via della meccanica celeste all'anglo che tanta ala vi stese.