Il giorno dipoi, nella gran Sala dei Domenicani alla Minerva, gli era data lettura della sentenza che proibiva il suo libro, e a lui infliggeva il carcere ad arbitrio, nelle prigioni del Tribunale; e ricevevano, stando lui inginocchione, l'abiura impostagli, che egli recitava di parola in parola, e sottoscriveva. Il motto sdegnoso “ Eppur si muove! „ è una postuma vendetta della umana coscienza. Galileo non lo pronunziò. Ma il Galileo che abiurava i diritti imprescrittibili del pensiero, non era più lui! Il vero, l'autentico Galileo, che ancora per nove anni sopravvisse a quel povero vecchio conculcato e disfatto, nulla abiurò, nulla rinnegò, non mentì mai a Dio e a sè stesso: e i personaggi del Dialogo maledetto rivissero (proprio lo stesso Sagredo, lo stesso Salviati, lo stessissimo Simplicio) in un altro Dialogo, Le Nuove Scienze; rivissero imagini fedeli e immutate del suo alto pensiero, testimoni per lui e accusatori immortali contro i giudici suoi.

IX.

Ma la vita di que' nove anni! — La prigionia nella propria casa; la segregazione dalla cittadinanza e dal mondo; l'essergli o vietata, o sospettata, o largita a misura, o minacciosamente redarguitagli, la comunicazione del pensiero con gli amici, coi discepoli, coi pensanti le medesime cose: — e la sua villa del Gioiello in Arcetri, sperato e sudato rifugio e conforto alla stanca vecchiaia, vicina a un povero convento che accoglie monache, ombre del sogno della vita, le due sue figliuole, convertitagli in luogo di gastigo, fatta, com'egli ne data più lettere, “la mia carcere d'Arcetri„: — e non giovargli l'obbedienza, la sottomissione, il baciar la mano che lo percuote; non il remuover da sè la gloria che scende da ogni parte di mondo civile a illuminare de' suoi raggi que' bianchi capelli; non l'aver ricusato (con sodisfazione del Papa) dagli Stati d'Olanda la collana d'oro, omaggio agli studi e proposte per la determinazione delle longitudini; nulla giovargli, perchè quella schiavitù, nonostante il tre e quattro volte raccomandarsi, sia tolta; anzi minacciarglisi, se persisterà in tali suppliche che “mi faranno tornare, là, al carcere vero del Santo Ufizio„: — a mala pena, e solamente dopo bene accertato, e con visita dell'Inquisitore e del medico, il suo progressivo declinare verso il sepolcro, ottenere di trasferirsi nella sua casetta di città, concederglisi la preghiera in chiesa; ma solamente i giorni festivi, e alla chiesuola vicina, e che non ci sia gente: — intanto, prima da uno poi da tutt'e due gli occhi, accecare: “talmente che quel cielo, quel mondo è quell'universo, ch'io con mie maravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni aveva ampliato per cento e mille volte più del comunemente creduto da' sapienti di tutti i secoli passati, ora per me si è diminuito e ristretto, ch'e' non è maggiore di quello che occupa la persona mia„: — e intanto, ancora, morirgli a trentatrè anni la sua suor Maria Celeste, un angelo di figliuola, che ne' silenzi del chiostro, ha della vita di lui fatta la vita sua; che dal gentile e pronto ingegno ha derivato tesori d'ammirazione per la paterna grandezza, e dal suo cuore di santa tesori d'affetto e di consolazione per le sventure di lui; che gli annunziava, povera monacella, aver prescelto lui, il processato per veemente sospezion d'eresia, a suo Patrono nella corte di que' cieli “i quali Vossignoria ha penetrati„; che aveva attratta a sè la condanna del Santo Ufizio, e addossatasene le penitenze spirituali; che mandandogli fiori di dicembre, “Le siano„ gli dice “simbolo di primavera celeste di là dal breve e oscuro inverno della vita presente„: — morirgli una tale figliuola, morirgli d'accoramento per quella inesorabile persecuzione, e rimanergli nell'anima la voce di lei, “della mia figliuola diletta,„ scrive egli piangendo, “che mi chiama, mi chiama continuamente„: — così, lungo questa agonia di vita, finir di morire; o veramente “mutar la mia presente carcere in quella comune, angustissima ed eterna„: — ecco i nove ultimi anni della vita di Galileo!

Eppure anche durante que' nove anni, anche fra quelle ombre che gli avvolgono l'anima, e di mezzo alle tenebre che gli si aggravano sulle spente pupille, quale eroico combattere con l'arme invitta del pensiero pel trionfo, sia pur lontano, sia pur disperato, della verità! Eppure appartengono a que' nove ultimi anni: i Dialoghi delle Scienze Nuove, coronamento del suo pensiero scientifico, che si pubblicano, come se di contrabbando, in Leida nel 1638; — il continuamento delle pratiche per la determinazione delle longitudini in mare; un catalogo delle operazioni astronomiche; gli studi sulla titubazione del disco lunare e sul candore o luce secondaria della luna; l'applicazione del pendolo all'orologio; — le risposte ai quesiti, incessanti e molteplici, dei curiosi e dei dotti; — le oneste e liete accoglienze, quando e quanto era possibile in quella sua condizione di custodito e sospetto, verso i visitatori (un d'essi, giovane non ancora trentenne, eternò poi il ricordo di quella visita in una linea d'un suo Poema, il Paradiso perduto!); — la ripresa e continuazione del carteggio con vigore e genialità giovanile sino agli ultimi giorni; — i disegni suoi, e il conferir sugli altrui, per la pubblicazione di tutti i suoi scritti; — la trasmissione e conferma, o diciam meglio la consacrazione, del suo pensiero ne' giovani (e quali giovani! Evangelista Torricelli, Vincenzio Viviani!), che vegliavano e scrivevano accanto a cotesto letticciuolo di martirio. Insomma, nel supremo sfolgorare di quel gran lume d'anima umana, par quasi che ella si sdoppi; rimanendo la parte affettiva sotto il peso di que' dolori ineffabili, e la intellettuale perdurando sino all'ultimo non alterata e non doma.

Forse il segreto di questo trionfo che in lui ebbe sulla umana la particella nostra divina, è nelle memorabili parole, che ad uno de' nobili spiriti adoperatosi inutilmente a mitigargli i rigori della condanna, con severa rassegnazione e con alterezza degna scriveva: “Non spero sollevamento alcuno; e questo, perchè non ho commesso delitto nessuno.... Sopra uno innocentemente condannato conviene, per coperta d'avere operato giuridicamente, mantenere il rigore.... Due conforti mi assistono perpetuamente: non aver mai declinato dalla pietà e dalla reverenza alla Chiesa; e la mia propria coscienza, da me solo pienamente conosciuta in terra, e in cielo da Dio.„ E ad un altro: “La rabbia de' miei potentissimi persecutori si va continuamente inasprendo: i quali finalmente hanno voluto per sè stessi manifestarmisi„: e ciò (prosegue) mediante le parole di un matematico del Collegio Romano, il quale aveva dichiarato, che “s'egli si avesse saputo mantenere l'affetto dei Padri di questo Collegio, nulla sarebbe stato delle sue disgrazie, e avrebbe potuto scrivere ad arbitrio suo così del moto della Terra come d'ogni altra materia. — Sì che non è questa nè quella opinione quello che mi ha fatto e mi fa la guerra, ma l'essere in disgrazia de' Gesuiti.„

Morì perdonando. Una lettera al fido Castelli, che incomincia da filosofo “Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero„, finisce da cristiano: “Gli ricordo il continuare le orazioni appresso il Dio di misericordia e d'amore, per l'estirpazione di quelli odii intestini, de' miei maligni infelici persecutori.„ Così la benedizione di papa Urbano, che l'8 gennaio del 1642 si posava sul suo capezzale, nel carcere di Arcetri, vi trovò consumato il sacrifizio della vittima, intatta la coscienza del pensatore, non un sentimento di rancore nè d'odio.

Nel dicembre di quel medesimo anno nasceva il Newton, che sarà l'autore dei Principii matematici di filosofia naturale. Dei grandi sacerdoti dell'umanità, l'uno consegna all'altro, di secolo in secolo, la lampada inestinguibile: lampada tradunt!

X.

I funerali e la tumulazione di Galileo furono celebrati novantacinque anni dopo la morte: perchè la degna onoranza, alla quale subito si era profferto il fiore degli ingegni e de' cuori di Firenze, fu impedita, presso il debole Principe, dalla parola del Papa, di papa Urbano VIII sempre, che ricordò Galileo esser morto condannato dall'Inquisizione e durante la pena. Tentatosi di negargli financo la sepoltura ecclesiastica, Santa Croce, dov'eran le tombe de' suoi, e nel cui monastero sedeva l'Inquisizione, non fu permesso gli offrisse se non un oscuro angolo, fuori, si può dir, della chiesa, in uno stanzino annesso alla cappella del Noviziato, dove qualche anno appresso la pietà d'un buon francescano osò porgli un ricordo. Passati i novantacinque anni che ho detto, nel 1737, mutata di Medicea in Lorenese la dinastia, e nel secolo che doveva fra breve vedere la soppressione de' Gesuiti, gli avanzi suoi e del suo più figliuolo che discepolo Vincenzio Viviani, che aveva voluto esser sepolto con lui, e lasciato agli eredi l'obbligo di un monumento al Maestro, furono trasportati condegnamente al loro proprio luogo. Come al trasferimento di Michelangelo, così a questo di Galileo, nella medesima Santa Croce, destinata tempio della gloria italiana, partecipava, ne' suoi migliori intelletti, la cittadinanza: ma quale abisso, di quanto maggiore spazio che del tempo numericamente intercesso, si frappone tra que' due secoli, il XVI e il XVIII! Di là, l'ingegno italiano, non ancora dalla servitù mortificato, che percorsa fra gli splendori dell'arte una curva sempre più alto ascendente, ha improntato del suo stampo la civiltà del mondo. Di qua, una discesa cupa e rovinosa, dove la brutal forza de' pochi, abusato il cieco e oblioso assentimento de' molti, ha trascinato e compresso, sempre più giù, sempre più giù, con la libertà le coscienze, con la ispirazione gl'ingegni. Ma disotto a quelle rovine, ribelle indomita, fra le catene non mai ribadite vittoriosamente, per entro alla cenere de' roghi vivificatrice, si agita la scienza: e per virtù di lei risorgeranno l'ingegno, le coscienze, la libertà.

E allora, non che il dovuto sepolcro, ma a Galileo, presso la reggia che fu de' suoi Medici, sorgerà, tempio suo e della Scienza, la Tribuna che s'intitolerà dal suo nome: nel suo nome, sul compirsi del secondo secolo dalla morte, converrà in quella Tribuna, dinanzi alla sua statua e alle effigie de' suoi discepoli e continuatori, il terzo di quei Congressi, per la cui opera il fato provvidenziale d'Italia, dalle prigioni e dai patiboli, penetrava nelle aule de' sovrani e de' dotti: e del raccogliere splendidamente le carte galileiane, e del promuoverne e patrocinarne la pubblicazione, l'ultimo dei Granduchi farà gloria al principato civile. Ma quanto più caro, noi lo sentiamo, quanto più caro alla tua ombra placata, o padre della scienza italiana, quanto più degno e della scienza e della patria, che il tuo pensiero abbia oggi l'omaggio del culto nazionale nella Edizione (così ella risponda alla grandezza dell'assunto!) nella Edizione delle tue opere che porta in fronte, col tuo, il santo nome d'Italia, scrittovi, e scritto in Roma, dalla mano auspicatrice del Re d'Italia!