GIAMBATTISTA MARINI
(1569-1625)

CONFERENZA DI Enrico Panzacchi

Conferenza tratta dal resoconto stenografico

I.

Signori! Signore!

In una calda giornata del giugno 1624, il cavalier Giambattista Marino tornava a Napoli, dove era nato nel 1569, e donde era stato lontano molti anni, dimorando molto a Roma e moltissimo in Francia. Ritornava, come suol dirsi, carico di lauri e alla guisa di un trionfatore antico. Ma la forma del suo trionfo era oltre ogni dire spettacolosa e bizzarra.

Fra tanto popolo, egli, sgraziato cavaliere, solo a cavallo. Dintorno a lui, dai lazzaroni ai gentiluomini, tutti facevano calca gridando evviva e tenendo il capo scoperto sotto quel sole cocentissimo. Avanti al corteggio era spiegata una gran bandiera su cui si leggevano in caratteri d'oro queste parole a foggia di epigrafe: Al nome del cavaliere Giovan Battista Marino, mare di incomparabile dottrina, di feconda eloquenza, di faconda erudizione, anima della poesia, spirito delle cetere, norma dei poeti, scopo delle penne, materia degli inchiostri, facondissimo, fecondissimo, tesoro dei preziosi concetti, delle peregrine invenzioni, felice fenice dei letterati, miracolo degli ingegni, splendor delle Muse, decoro della letteratura, gloria di Napoli, degli oziosi cigni principe meritissimo, dell'italica musa Apollo non favoloso, dalla cui gloriosa penna il poema ritrova i proprî pregi, l'orazione i naturali colori, il vero la vera armonia, la poesia il perfetto artifizio, ammirato dai dotti, onorato dai regi, acclamato dal mondo, celebrato dalle cose. In questi pochi inchiostri, picciol tributo di povero rivolo, Donato Facciuti, meritamente dona e consacra.

L'epigrafe è un po' lunga, ma mi pare che serva a metterci, come suol dirsi, nell'ambiente. In sostanza il Marino era il più celebre poeta che vivesse allora nel mondo.

Ricordiamoci che allora viveva anche in Inghilterra un certo Guglielmo Shakespeare. Ma chi l'aveva mai sentito solamente nominare dalle nostre parti? Bisognava che trascorressero molti e molti anni perchè Shakespeare avesse almeno una sinistra reputazione, quando il signor di Voltaire lo ebbe chiamato un barbaro ubriaco.

Il Marino, ho detto, era unanimemente riconosciuto per il primo poeta del mondo. Claudio Achillini, bolognese, uno dei suoi più celebri imitatori, gli scriveva, quando era in Francia: “Nella più pura parte dell'anima, mi sta viva questa opinione che voi siete il maggiore poeta tra quanti ne nascessero o fra i latini, o fra i greci, o fra i caldei, o fra gli ebrei. Questa affermazione difendo e professo colla lingua qualora ne parlo, e colla penna quando ne scrivo. Le api pandee non sanno stillare favi più dolci di quelli che si fabbricano nella vostra bocca, e la vostra fama poetica non sa volare con altre penne che colle vostre.„ E un degno collega dell'Achillini, anch'esso di Bologna, anch'esso scrittore celebratissimo, Girolamo Preti, gli scriveva: “Col vostro ingegno voi avete sorpassato tutti gli scrittori non solamente di questa, ma anche dell'età antica, i quali scrittori dell'età antica (così soglio dire sempre) se vedere potessero gli scritti del signor Marino, io mi fo a credere che gli scritti loro tanto meno piacerebbero a loro stessi, quanto più piacevano al loro secolo....„ E di questo gran concetto del Marino erano partecipi e facevano ad esso eco fedele i letterati più insigni delle altre nazioni. E mi basterà citarne uno solo, il Lopez De-Vega, il più gran poeta spagnuolo di quel secolo, il quale in frequenti passi ha del Marino lodi sperticate, che possono riassumersi in questo suo distico: