Joan Battista Marino es sol del Tasso,
Si bien che el Tasso lo servio de aurora.
E di questa fama ora dal tempo molto sfrondata, riman pure qualche cosa, o signore! Rimane non solamente nei libri delle storie letterarie, ma anche là dove il sopravvivere dell'opera sembra che sia un infallibile segno di grandezza. Girando per la vostra Toscana, forse non troverete più dei contadini che ricordino le terzine della Divina Commedia; e per la Laguna veneta i gondolieri hanno ormai dimenticate le ottave che celebrano i dolori di Erminia e gli amori di Clorinda; ma in qualunque regione d'Italia, penetrando nelle umili classi popolari e massime delle campagne, voi facilmente troverete ancora un poemetto di Giovanni Battista Marini, La strage degli Innocenti. Per tutte queste ragioni, il trattare di Giovanni Battista Marini parve conveniente a voi quando decideste i temi delle conferenze di quest'anno; ed io, onorato dell'incarico di parlarvene, cercherò di corrispondere come meglio potrò alla fiducia dimostratami, non tralasciando di ricordarvi che è un grande ausiliare di chi parla l'essere animato d'entusiasmo per il proprio argomento. Entusiasmo, ve lo confesso avanti, per il mio soggetto io proprio non ne ho! Mi sta dinanzi un clamoroso e complicato fenomeno letterario; ed io mi propongo di descriverlo in brevi tratti nelle sue origini e nelle sue fasi, lasciando naturalmente a voi il giudizio del come io l'avrò trattato.
Credo bene premettere che bisogna evitare delle confusioni molto dannose in questo argomento. Da alcuni si adoperano con molta facilità, alla rinfusa, i vocaboli seicento, seicentismo, marinismo. Il confondere i significati di questi vocaboli, è di grande ingiuria alla realtà dei fatti.
Il Seicento è ben altra cosa del seicentismo; o, se volete, il seicentismo non è che degenerazione del seicento, il quale ha lasciato le sue pagine gloriose nella storia d'Italia. Il Cinquecento instaurò nel mondo latino l'intuito, il sentimento del reale, sgombrandolo dalle nebbie del Medio Evo. Ora a questo sentimento, vivo ma sempre un po' vago e indeterminato, il Seicento fece seguire la dimostrazione sperimentale; e questo basterebbe per la gloria di un secolo. A rappresentare poi questa gloria basterà ricordare Galileo Galilei e l'Accademia del Cimento.
Anche nell'arte figurativa il Seicento ha glorie insigni. Fu esso un secolo di generosi contrasti, di sforzi erculei per rattenere nella china fatale le arti che precipitavano. E in questo contrasto le arti erano rappresentate da uomini di grande ingegno e di fortissimo sentire, come il Bernini, il Domenichino, Guido Reni ed altri. Da questo contrasto uscì fuori una nuova forma d'arte italica che intimamente corrisponde al periodo tragico; una conquista importantissima, che, nella loro artistica serenità, i secoli anteriori non si erano curati di afferrare.
Rimane dunque a parlare del seicentismo letterario; e anche qui, per avere un'idea esatta, bisogna allargare i confini geografici. Non è vero che il seicentismo fosse fenomeno prettamente italiano. Tutte le nazioni ebbero in quel tempo il loro Seicento. Lo ebbero gli Spagnuoli, col nome di gongorismo; lo ebbero gl'inglesi col nome di eufuismo; lo ebbero i Francesi col nome di preziosismo. E quando, per esempio, Filarete Chasles ci dice che il cavalier Marino andò a fare scuola a Parigi chiamatovi dal maresciallo D'Ancre e protettovi da Maria de' Medici, dice una cosa grandemente inesatta. Bisognerebbe anzi invertire i termini del fatto. Fu la gran consonanza fra il gusto del Marino e i gusti prevalenti già da tempo in Francia, che determinò la chiamata del poeta e causò il suo incredibile trionfo. L' Hôtel Rambouillet era già pieno da un pezzo dei suoi preziosi e delle sue preziose; ed essi pendevano dalle labbra dell'autore dell' Adone appunto perchè nelle sue metafore e ne' suoi “concetti„ sentivano quello che era accetto al gusto loro e lusingava le loro più vive predilezioni. Potremo anzi dire di più; e cioè che il Marino stesso (e questo lo si rileva leggendo con ordine cronologico parecchi dei suoi componimenti più importanti) che il Marino stesso attinse dalle preziosità francesi degli elementi nuovi che al focoso napoletano prima erano sfuggiti. È vero che il Cottin e il Voiture e il De Portes e Balzac e gli altri presero da lui senza dubbio; ma se presero dal Marino, qualche cosa anche a lui dettero; e tanto dettero che il Marino, ci ritornò di Francia non solamente come autore delle sperticate metafore e delle smisurate fantasie, ma anche come il poeta di certi vezzi e di certe raffinatezze, che hanno la loro origine nella mente e nel gusto della Francia di quel tempo; tutto un edificio letterario di pessimo gusto, che doveva poi esser assalito dall'umorismo potente di Molière e dagli anatemi del Boileau.
Questo dunque bisogna mettere in chiaro. Il seicentismo non fu un malanno esclusivo di noi altri Italiani; fu invece una specie di lebbra universale, che invase le letterature europee di quel tempo.
Quale l'origine di questo male comune? Io credo che esso debba considerarsi come una mala conseguenza dell'umanismo, pigliato, ben inteso, non nella sua pura e gagliarda essenza, ma nella sua parte caduca e facilmente degenerativa. Orazio ha detto una sentenza feconda di grandissimi significati: facile est inventis addere. Ora il dare ad un popolo una letteratura che non nasca tutta intera dalle sue viscere, che non sia tutta inspirata dalle condizioni vive e presenti dell'epoca, ma che sia formata per la più parte di splendidi e seducenti ricordi, lascia nell'organismo di questo popolo delle facoltà latenti ed inerti, che poi pel vizio stesso dell'inerzia sono tratte o ad intorpidirsi o a sovvraeccitarsi. Da questo doppio difetto nacquero e la rinuncia ad ogni bella e vigorosa iniziativa e un fatuo e sregolato amore di novità. Condotti da questi due istinti viziosi, i poeti si dettero con predilezione a lavorare le materie già loro somministrate dall'antico; poi, come non si può sempre ripetere quello che è stato detto, ma bisogna qualche cosa aggiungere, divenne inevitabile che essi, aggiungendo, guastassero. Per cui a poco a poco si formò un fenomeno semplicissimo e naturalissimo; che cioè l'artista si venne a mano a mano obliando nell'opera sua, facendo a sè stesso spettacolo dilettoso del proprio artifizio. Ed una volta messo su questa strada, si lasciò andare a una specie di degenerazione inavvertita e istintiva. Aggiungete che a questa degenerazione si aggiunse lo stimolo potentissimo dell'emulazione, perchè se uno passava di una linea il giusto segno, l'altro doveva passarlo di due. Pur troppo è con l'aumento e con l'incremento materiale delle proporzioni e dei colori che l'opera d'arte riesce a richiamare l'attenzione del grosso pubblico!
Però non è da meravigliarsi se tutte le nazioni moderne, le quali, per l'esempio e per l'impulso dell'Italia, hanno ricominciato a rivivere nel culto e nell'imitazione di letterature morte, hanno tutte preso la medesima china e se il seicentismo fu un guaio comune.