Credete poi che frugando un po' attentamente entro la letteratura del Medio Evo, non ritrovereste nei residui della bassa latinità, degli eccessivi e puerili artifici ricorrenti ad ogni piè sospinto? Massime gli scritti puramente mistici sono pieni di ogni fatta di manierismi; e a tradurli in italiano ci parrebbe di essere già da un pezzo in pieno Seicento. Lasciamo da parte le preziosità latine eredità dei provenzali, e certe ricercatezze a cui non seppe sfuggire nemmeno il genio austero di Dante Alighieri. Lasciamo da parte i giochetti a cui si lasciò tanto volentieri andare il Petrarca sul nome di Laura, e certi contrasti che fanno parer lui, piuttosto che il principe dei poeti amorosi italiani, l'ultimo arrivato dei trovatori provenzali. Ma fermiamoci a contemplare un aspetto solo dell'arte del dire, quello che più si presta ai ragguagli ed ai confronti istruttivi: il sentimento della natura. Voi vedete come il sentimento della natura nei nostri poeti del Trecento è, in generale, schietto ed efficace. Dante con una terzina ha la potenza di rendervi un paesaggio in termini così sobrii e insieme così rilevati che la fantasia e il gusto non domandano di più. Ma come venite al quattrocento, ecco che già il manierismo comincia a far capolino. Il Poliziano, per esempio, l'adorabile nostro Poliziano, non vorremo noi dire che qualche volta si lascia andare alle vaghezze d'un artificio troppo palese?
Trema la mammoletta verginella
Con occhi bassi, onesta e vergognosa,
Ma vie più lieta, più ridente e bella
Ardisce aprire il seno al sol la rosa.
Questo di verde gemme s'incappella;
Quella si mostra allo sportel vezzosa,
L'altra che in dolce fuoco ardea pur ora,
Languida cade e il bel pratello infiora.
... L'alba nutrica d'amoroso nembo