E le dolci parole e il dolce pianto;
E tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.
E tutta quella pròtasi del poema è veramente una magnifica sinfonia. A quest'onda melodiosa il senso del lettore si lascia trascinare e volentieri oblia.... Tante cose oblia!
Oblia per esempio la finezza più riposta, ma tanto più pregevole dei variati e melodici atteggiamenti che i poeti avevano saputo indurre nei loro versi. Non c'è più quella indefinita, varia, libera accentuazione che tanto piace nei trecentisti e nei quattrocentisti. Si direbbe che il Marino è come il precursore di certi musicisti superficiali del suo paese, e che con un mezzo solo, al par di essi, egli vuol trascinare e conquidere il sentimento del suo lettore.
Un altro pregio è certo la affettività, la esuberanza del sentimento tutta meridionale che trabocca dall'animo del Marino, massime quando descrive certi affetti e certe commozioni di un'indole, a dir vero, non nobilissima. Talvolta egli ha realmente una foga di sensualità che nessun poeta italiano aveva ancora raggiunto. E qui vi chiedo, o signore, che mi crediate sulla parola anzichè indurmi a citarvi degli esempi!
Dopo avere emulate le pagine soavissime, seducentissime del suo conterraneo il Pantano che, per dir vero, aveva stracciato quasi tutti i veli che cuoprivano l'amore, Giovan Battista Marini, volendo mantenere il primato fra i poeti del suo tempo, non poteva mancare ad un assunto, che era ancora, pur troppo, obbligatorio dinanzi al pubblico italiano. Anch'egli, il poeta lirico che tutti i paesi acclamavano ed invidiavano all'Italia, non si sentiva completo se non impugnando l'epica tromba, dando all'Italia il suo poema epico.
Tutti già da tempo l'aspettavano. Ed egli lasciava dire promettendolo; e di mano in mano faceva vedere con molta diplomazia qualche saggio di quello che sarebbe stato il suo lavoro, enunciandolo come il coronamento dell'edificio. E venne l' Adone. Ed è appunto in questo poema, o signore, che appare manifesta la grande deficenza di questo poeta; e la grande sproporzione che esistè fra la sua fortuna e il suo merito.
La macchina dell' Adone è tuttociò che si può pensare di più frivolo e di più meschino. Tutto si riduce alle peripezie ed alle avventure amorose della Dea del piacere col giovinetto figlio di Mirra. E poichè da questo magro idillio non si poteva cavare un poema, se non gonfiandolo ed imbottendolo in tutti i sensi, così la macchina è ingrandita ed allargata introducendo le più strane e futili immaginazioni che mai si possano escogitare dalla mente di un poeta perdigiorni.
E non crediate che per questo il Marino declinasse da nessuna pretesa degli epici suoi contemporanei e predecessori. Egli crede di aver fatto un vero poema epico in tutta la serietà della sostanza e con tutte le grazie della forma. A nulla egli rinuncia; nemmeno al concetto dell'allegoria. Voi sapete che al Tasso, fatta la Gerusalemme Liberata, i suoi critici dicevano: non c'è poema epico perfetto, se non ha la sua allegoria, che dia ragione dell'insieme e di tutte le sue parti. Dov'è la allegoria della Gerusalemme? E il povero Torquato dovette stillarsi il cervello e contentarli!
Al suo poema il Marino diede dunque un'allegoria; e la diede eminentemente morale. Ci voleva davvero tutta quanta la sua sfacciataggine! Il poema è tessuto di scene tutt'altro che eccellenti per morale austerità, come potete immaginare; ma egli sa così bene trar partito dalla disinvoltura del suo ingegno che riesce a cavar fuori delle formule morali da quel soggetto.