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Compagno di Guido Reni fu l'Albani, minore di gran lunga d'ingegno, sempre in cerca di piccoli espedienti. Sarebbe stato un pittore di genere, se i Carracci non lo avessero rivolto alla pittura sacra e alla mitologica; tuttavia anche nel sacro cercava le scenette graziose, gli accessori eleganti, le espressioni zuccherine, e nelle scene mitologiche impiccioliva tutto, dava sorrisetti a tutte le teste, un'aria civettuola alle Grazie. Dopo aver dipinto a Roma, fece ritorno a Bologna sua patria, ed ebbe dalla seconda moglie bellissima, della nobile famiglia Fioravanti, numerosa prole, di cui si servì per modello nel ritrarre, là nella sua villa di Meldola e di Querciola, abbellita di fonti e di peschiere, le deità del cielo e della terra e del mare, i suoi genietti ed amorini, gli elementi, in vaghi paesi e giardini, boscaglie, prati fioriti, collinette apriche, con limpide lontananze marine.
Fu secentisticamente detto l'Anacreonte della pittura; ma ad ogni modo quelle galanterie di putti ricciutelli, che giuocano e scherzano, quelle ninfe leziosette sono una forma non priva di genialità, benchè non irrompa la vita negli amorini accarezzati, ordinati, educati; non iscroscino le risa delle ninfe pettinate, levigate, con le lustre carni d'avorio. Eppure la fonte dell'Albani non mancava di freschezza, le composizioni mitologiche del Domenichino, a cui si ispirava il pittore, erano gioconde e festevoli.
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Domenico Zampieri, detto il Domenichino, fu un quattrocentista smarrito nel seicento, di un candore, di una ingenuità, d'una timidezza singolare in mezzo all'assordante clamore dei barocchi. Ci sembra di vederlo in tutte le sue opere come Ludovico Carracci lo vide ancora in tenera età, nella sua Accademia, il giorno in cui solevasi dare il premio ai disegni: egli se ne stava solo, ritirato in un canto, dopo aver messo l'olio nelle lampade della scuola, e senza pronunciar motto; e quando il suo disegno fu giudicato il migliore di tutti, “non ardiva di farsi avanti, ma solo manifestossi col berrettino in mano, e con voce sommessa e vergognosa„ ( Bellori ). Restò sempre modesto, pauroso quasi dell'opera sua; ma disse giustamente il Bellori, si vantino pure gli altri pittori della facilità, della grazia, del colorito e delle altre lodi della pittura che a lui toccò la gloria maggiore di lineare gli animi e di colorire la vita. Egli comprese come ogni linea, prima che dalla mano, dovesse essere mossa dall'intelletto; come al pittore convenisse non solo osservare gli affetti umani, ma sentirli in sè. Mentre dipingeva a San Gregorio, in concorrenza di Guido, Annibale Carracci lo vide, entrando nella cappella, adirato e in preda allo sdegno, che si studiava di esprimere nel volto del manigoldo minacciante il santo martire Andrea. E gli affetti traspaiono ne' suoi fanciulletti, che si stringono impauriti alle gonnelle delle tenere madri, negli angioli che sporgono tra le nuvole la testolina curiosa, nei garzoncelli che stendono supplici le mani a Santa Cecilia benefattrice: da per tutto in quegli occhietti vivaci, in quell'ingenuità di moti, in quel candore di volti.
Gli altri secentisti si affannarono a cercare il nuovo, e forme strane non vedute mai; il Domenichino invece si provò a continuare, a perfezionare l'opera de' suoi predecessori, e come nella Santa Cecilia a San Luigi de' Francesi in Roma, s'ispirò al quadro dell'“Elemosina di San Rocco„ di Annibale, nella “Comunione di San Girolamo„, ora nella galleria vaticana, tenne di mira il quadro dello stesso soggetto di Agostino Carracci. Però nel Santo Anacoreta egli seppe esprimere lo sfasciarsi delle membra per gli stenti e la decrepitezza, e gli ultimi aneliti di lui negli occhi dilatati, che guardano al Sacerdote apprestante il pane divino. A tutte le figure del quadro par che tremi il cuore, e financo piange il leone, compagno dell'eremita, con la testa china sugli artigli e le sopracciglia increspate dal dolore.
Profondo sempre e sempre candido, il Domenichino dà alle sue Sibille l'aspetto di vergini rapite nella visione del futuro, fa inchinare i Santi con divozione ed umanità, soffrire i Martiri con rassegnazione divina, gioire le sue ninfe innocenti come in un paradiso terrestre. Le invidie, le persecuzioni abbatterono quel grande, che, nel seicento, anche sotto gl'involucri pesanti della forma, anche sotto lo strato del colore senza guizzi di luce, fece trasparire la sua anima buona. Sant'Agata a Bologna, nella Pinacoteca, Sant'Agata che stende le bianche manine nell'aria, e inoltra lo sguardo tremulo nell'azzurro dei cieli e nella gloria, che apre le piccole labbra scolorite da cui l'anima si fugge per ondeggiare incorporea negli spazi celesti, è simbolo dell'arte di Domenichino casta e gentile, anche sotto il pondo delle spoglie, sotto lo stucco del seicento. Se l'arte dei Carracci non avesse spirato vita che al Domenichino, grande e infelice, coscienzioso in un tempo in cui la coscienziosità sembrava povertà di spirito, timido fra i contemporanei audaci, l'arte dei Carracci sarebbe degna anche per questo di onore.
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Nè l'anima del Domenichino, nè il pensiero di Guido, nè il sorriso dell'Albani rispecchiansi soli nelle forme diffuse dai Carracci; ma sì tutta l'opera d'una legione d'artisti, che per l'Italia sventolano le insegne dei maestri di Bologna: di Giovanni Lanfranco di Parma, co' suoi colossi rapidamente elevantisi su le cupole e gli archi e le ampie moli, del Tiarini di una sincerità popolana, di Sisto Badalocchio, di Antonio Maria Panico, di Antonio Carracci, di Innocenzo Tacconi, di Lucio Massari, di Lorenzo Garbieri, del Cavedoni, del Guercino, ecc.
Gli ultimi due, Cavedoni e Guercino, errano per differenti vie: il Cavedoni cerca il fuoco e lo splendore dei quadri veneziani, il Guercino avvolge le sue composizioni nelle tenebre, e qua e là le rischiara da bianche livide luci. Sembrano giunti col Guercino i giorni funebri del colore; ma l'arte continuò a far tesoro dell'eredità dei Carracci, a sentire il loro impulso di ricercare, di ritornare all'antico. Dalle Accademie, ove ancora germinavano i semi carracceschi, l'arte si mosse verso l'antichità classica, nel secolo scorso; verso il Medioevo e il Rinascimento, nel secolo che ora volge al suo termine. Ma nè i Cincinnati, nè i Coriolani ingessati dell'arte del Regno Italico; nè i cavalieri dal collo torto, nè le dame dagli occhi di triglia morta del ciclo romantico; nè le lunghe fanciulle col collo tirato, nè i Santi con le teste su scudi d'oro agganciate a' panni de' preraffaellisti, espressero la vita nuova.