E se delle risa che suscita il Decamerone sui preti, sui frati, sugli amanti, sui mariti, sulle donne cattive e sugli uomini gonzi, su tutta una turba infinita che ci passa davanti viva, vera, sublime nella sua comica realità, io potessi parlarvi, sentireste quanto sia vero quello che disse un moderno, essere stato il Boccaccio il più terribile vendicatore dei diritti umani contro le ascetiche malvagità. Ma il silenzio mi è imposto su questa che è certo la più bella e caratteristica parte del Decamerone. Permettetemi solo ch'io vi dica ancora come sapesse il Boccaccio mirabilmente infondere uno spirito nuovo nell'antica leggenda, e anche qui innestare la nota comica nel tragico racconto, creato dalle malate fantasie medioevali. Tutti i volghi d'Europa tremarono un giorno al racconto della caccia infernale. Un povero carbonaio, mentre vegliava nella sua capanna a guardia della fornace, sentì, a mezzanotte, alte grida di dolore. Uscì per vedere quello che fosse, e vide venir correndo e stridendo una femmina scapigliata e ignuda e dietro le veniva un cavaliere in su un cavallo nero correndo, con un coltello ignudo in mano, e dalla bocca e dagli occhi e dal naso del cavaliere e del cavallo uscia fiamma di fuoco ardente. Giunta alla fornace, la femmina corre intorno ad essa, ed ivi è raggiunta dal cavaliere, che l'afferra per i capelli svolazzanti, la trafigge col coltello nel petto e la getta nella fossa ardente, dalla quale poi la ritrae viva e fugge con essa. Quella donna e quel suo persecutore erano stati nella vita una dama e un cavaliere che si erano amati ardentemente, e per lui la donna aveva ucciso il marito, onde era stata condannata ad essere ogni notte uccisa ed abbruciata dall'amante, che provava egli stesso quei tormenti dei quali era esecutore.
Tale, in una delle sue svariate versioni, la leggenda della caccia infernale, narrata da Elinando, da Vincenzo di Beauvais, dal Passavanti e da altri, e procedente forse dal mito nordico del dio Wuotan cacciatore demoniaco inseguente la donna selvaggia.
Sentite ora il Boccaccio: Nastagio degli Onesti, da Ravenna, amava perdutamente una fanciulla de' Traversari, la quale sempre si era all'amor suo rifiutata, ponendo il giovane alla disperazione. Per tentare di dimenticarla o di mitigare almeno la sua cocente passione, partì egli da Ravenna per Chiassi, e, quasi inconsapevole di quel che faceva, s'inoltrò una sera nella pineta, sempre pensando a colei ch'era verso di lui tanto crudele. “Quando (son le parole stesse del novelliere) subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna; perchè rotto il suo dolce pensiero, alzò il capo per vedere che fosse.... e vide venir correndo verso il luogo dov'egli era una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e da' pruni, piangendo e gridando forte mercè; ed oltre a questo le vide ai fianchi due grandissimi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte crudelmente dove la giungevano la mordevano; e dietro a lei vide venire, sopra un corsiero nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane minacciando.„ Il cavaliere, da Nastagio interrogato, gli disse esser stata quella donna ribelle all'amor suo, ond'ei si uccise: ed essere stati ambedue condannati all'inferno con questa pena: “a lei di fuggirmi davanti, ed a me, che già cotanto l'amai, di seguitarla come mortal nimica, non come amata donna; e quante volte io la giungo, tante con questo stocco col quale uccisi me uccido lei, ed aprola per ischiena, e quel cuor duro e freddo nel qual mai nè amor nè pietà poterono entrare, coll'altre interiora insieme le caccio di corpo e dòlle mangiare a questi cani. Nè sta poi grande spazio ch'ella, sì come la giustizia e la potenza di Dio vuole, come se morta non fosse, risorge, e da capo comincia la dolorosa fuga e i cani ed io a seguitarla; ed avviene che ogni venerdì in su quest'ora io la giungo qui, e qui ne fo lo strazio che vedrai.„ Nastagio degli Onesti, udendo queste parole, pensò di trar profitto per sè della strana avventura, fece in modo che la fanciulla de' Traversari assistesse il venerdì successivo all'orrendo spettacolo; e questa tanto spavento ne ebbe e tanto temè che un giorno potesse accadere a lei il simigliante, che all'amor suo arrendendosi divenne sua moglie. “E non fu, conclude il malizioso Certaldese, non fu questa paura cagione solamente di questo bene, anzi sì tutte le ravignane donne paurose ne divennero, che sempre poi troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono, che prima state non erano.„
Questa novella, osserva un moderno, par quasi la parodia della leggenda. Quella finisce col terrore degli ascoltatori, e coll'esortazione alla penitenza; la novella Boccacesca consiglia alle donne d'esser pieghevoli all'amore e si chiude con una risata. Il mondo leggendario tramonta; ciò che prima aveva atterrito i cuori diventa ora un sollazzo per la mente.
Il gran libro del Certaldese è insomma un documento del più alto valore per la storia del pensiero umano. In esso noi troviamo i più forti e caratteristici segni della reazione contro tutte le idee medievali, sia nelle novelle che ci mostrano il Boccaccio ardito propugnatore della libertà di coscienza, sia in quelle dove flagella gli ipocriti, i falsi spacciatori di miracoli, i preti attentatori all'onore delle famiglie, le monache nasconditrici delle loro debolezze nel segreto de' claustri profanati. Ci sono nel Decamerone certi tipi immortali, che a ricordarli solo, si sente come per essi fosse colpita a morte tutta un'età; ser Ciappelletto, fra Cipolla, Martellino, Masetto da Lamporecchio, Rustico Monaco, frate Alberto celebrano il gaio funerale del medioevo, cantano l'alba del mondo moderno. Oramai i nuovi tempi sono maturi. Si torna ad avere un concetto più giusto della vita e della natura: il mondo non è più nè disprezzato nè maledetto, non è più fatto antitesi del bene, della felicità, della virtù; dalle nebbie del paludoso misticismo, s'innalzano gli uomini a più serene e luminose regioni, dove la verità e la bellezza si abbracciano, immortali sorelle. L'uomo rinasce, e con lui riprende i suoi diritti l'umana ragione e più vasti orizzonti si aprono al suo emancipato pensiero. Le ricche forme del mondo greco-latino, le sue rosee immagini, i suoi caldi colori, riconciliano natura e spirito, idealità e materia; e al contatto di esso tutto si rinnovella, la politica, la religione, l'arte e la letteratura. Vedete: già sono sulla soglia della storia il magnifico Lorenzo, nel quale così mirabilmente si armonizzeranno la tradizione e l'attualità, e il dotto Poliziano che sarà come la sintesi vivente dell'elemento classico e popolare; il Masaccio che studierà gli effetti del rilievo, il chiaroscuro, lo scorcio, il colorito: il Pollaiuolo che scorticherà i cadaveri per cercare i muscoli. Questo ringiovanire delle forze umane, estenuate nell'affannosità dei sospiri ascetici e dei sillogismi scolastici, questo ricongiungersi del pensiero alla terra e all'umanità e staccarsi dal simbolismo e palpare con mano amorosa la natura ignuda, era ben necessario perchè potessero educarsi alla scuola della ragione e della esperienza i politici, i riformatori, i filosofi, tutti i grandi preparatori della moderna civiltà.
E a questo nuovo mondo, uscente dalla tetra necropoli del medioevo, diede alito vivificatore il Boccaccio; il buono e tranquillo messer Giovanni, che fu dispregiatore degli onori, sempre sereno nella sua grande coscienza di artista, innamorato sopra tutto della gloria e delle belle donne, e che scese nel sepolcro povero, egli che lasciava al mondo i tesori della sua prodigiosa ricchezza.
IL TRAMONTO DELLE LEGGENDE
DI ARTURO GRAF
Signore e Signori,
Uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale dei popoli cristiani nel medio evo si è la produzione di quello sterminato numero di leggende, varie d'indole, di significato e di forma, che furono allora tanta parte della credenza e della letteratura; e uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale degl'Italiani in quella età si è che, meno di ogni altro popolo dell'Occidente, essi cooperarono a tal produzione. Non già che abbiano, generalmente parlando, ignorate o sgradite quelle pie od eroiche finzioni; ma il più delle volte si contentarono di riceverle dai vicini, già belle e formate: e se le ripeterono spesso con devozione ed amore, tradotte nella loro favella; se, non di rado, le rimaneggiarono e le ampliarono, acconciandole ai propri sentimenti e bisogni, non però si diedero gran fatto pensiero di accrescerne la vasta e prestigiosa congerie. Rubando i vocaboli al linguaggio delle industrie e dei traffici, si potrebbe dire che gl'Italiani consumarono molte leggende e ne produssero poche; ne importarono in copia e ne esportarono assai scarsamente.