Le maggiori leggende, così sacre come profane, le quali ebbero corso nel medio evo, e furono, per secoli, patrimonio comune della cristianità, nacquero, pressochè tutte, e crebbero fuori d'Italia. Delle ascetiche, molte, che più strettamente si legano alle Scritture, sono antichissime, e apparvero dapprima in Oriente, dov'era stata la culla della fede, e d'Oriente passarono a mano a mano in Occidente, seguendo alcuna volta assai da presso la predicazione e la diffusione dell'Evangelo. La leggenda della penitenza di Adamo ed Eva; quella, ben più famosa, del legno onde fu formata la croce; quelle ancora di Giuda e Pilato, della discesa di San Paolo all'Inferno, dei Sette Dormienti, della Vendetta del Salvatore, di San Silvestro che sanò e convertì Costantino imperatore, dell'Anticristo, che alla fine de' tempi verrà a porre in grande travaglio la Chiesa e il mondo, e altre parecchie, le quali sarebbe lungo ricordare, ebbero per lo appunto, in tutto o in parte, sì fatta origine e sì fatta vicenda, e alcune di esse non penetrarono, a quanto sembra, in Italia, se non dopo che si furono sparse per varie province d'Europa. Nella storia necessariamente oscura e confusa di queste finzioni, non è sempre possibile, gli è vero, rintracciare i primi cominciamenti, seguire le derivazioni e i trapassi; ma l'incertezza che non si scompagna da' singoli casi non muta però l'indole del fatto generale. Molte altre leggende ascetiche ebbero diffusione in Italia, le quali indubbiamente sorsero fuori dei nostri confini, qua e là per l'Europa, spesso tra genti assai remote da noi, e talvolta quasi ancora barbare. Tali quelle meravigliose e paurose Visioni del mondo di là, che precedono il poema di Dante, e, in un certo senso, il preparano. Parecchie, come la Visione di San Furseo, la Visione del cavaliere Tundalo, la leggenda del Pozzo di San Patrizio, ebbero divulgazione e celebrità grandissima, e furono note e ripetute anche in Italia; ma quando se ne tolgano alcune poche di minor conto, riferite da Gregorio Magno e da san Pier Damiano, e quella, assai tarda, del monaco Alberico, tutte l'altre, così, le maggiori come le minori, avemmo dagli stranieri. Altrettanto dicasi di quella singolare peregrinazione dell'irlandese san Brandano, che acconciamente fu chiamata una Odissea monastica, e di molte altre leggende ove si narrano viaggi miracolosi al Paradiso terrestre.

Se, lasciate da una banda le leggende ascetiche, ci volgiamo all'eroiche e romanzesche, vediamo che le condizioni dell'Italia, per rispetto alla produzione loro, non mutano. Tutta, o quasi, la poesia epica nostra è nudrita di tradizioni e di leggende non nostre. Le storie favolose di Alessandro Magno, i romanzi di Apollonio di Tiro e di Fiorio e Biancofiore sono orientali d'origine; e, come tutti sanno, le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone, o, secondochè usò dirsi nel medio evo, la materia di Francia e la materia di Brettagna, ci vennero appunto di Francia.

In tutto ciò, se v'è del notabile, non v'è però nulla di strano; ma bene vi parrà essere alcun che di strano nel fatto che sienci venute di fuori, e di gran lontananza talvolta, leggende nelle quali di proposito si parla di cose nostre, o che a cose nostre si legano strettamente. Concedete ch'io rechi di ciò alcuni esempi.

Tutti sanno a quale curiosa trasformazione sia andato soggetto Virgilio nel medio evo, e quale rigogliosa leggenda gli sia cresciuta d'attorno. Di poeta che fu, egli divenne a poco a poco maestro di tutte le scienze, e poi mago, operator di miracoli e dominator di demoni. Si mostravano in Roma e in Napoli gli edifizi meravigliosi da lui costruiti, i talismani e gli amuleti da lui congegnati, in benefizio e a tutela dell'una o dell'altra città. Una gran fabbrica, detta Salvatio Romæ, fatta per arte magica, e mercè la quale i Romani erano incontanente avvertiti di qualsiasi ribellione che avvenisse tra i popoli sottoposti al loro dominio, era opera sua; opera sua la strada che correva da Roma a Napoli; opera sua la Grotta di Posilipo, ecc., ecc. E molte meraviglie si raccontavano della sua conversione, della sua morte, della portentosa virtù che conservavano le sue ossa. Ora, sebbene sia più che probabile che molte di queste immaginazioni abbiano origine popolare, e siano primamente sorte in Napoli, dov'era e si venerava il sepolcro del poeta; e sebbene parecchie si annodino a una tradizione letteraria già cominciata anticamente in Italia, non è men vero che altre (non posso indugiarmi qui a fare le distinzioni opportune) nacquero fuori d'Italia; come, da altra banda, gli è certo che e quelle e queste si trovano ricordate la prima volta da stranieri, da Giovanni di Salisbury, da Giovanni di Alta Selva, da Corrado di Querfurt, da Gervasio da Tilbury, da Alessandro Neckam, tre inglesi, un francese, un tedesco.

Altro esempio. Sapete che cosa l'antica leggenda epica racconti del re Artù, che mortalmente ferito in battaglia, fu dalla sorella Morgana, la famosissima fata, portato nell'isola di Avalon, e quivi serbato miracolosamente in vita. Orbene, in sul principio del secolo XIII, e probabilmente anche assai prima, Artù, non mai guarito delle sue ferite, è in Sicilia, e abita sul monte Etna, o nell'interno di esso, in un palazzo di mirabile fattura, cinto di deliziosi giardini. Ma da chi sappiamo noi ciò? dal testè ricordato Gervasio da Tilbury, inglese, da un monaco tedesco, che aveva il capo pieno di diavolerie, Cesario di Heisterbach, morto verso il 1240; dall'innominato autore di un poema alquanto più tardo, il Florian et Florète dove si legge ciò che quegli altri due debbono sapere, ma non si curano di dire, cioè, che l'Etna è una specie di regno fatato, pieno di meraviglie e di delizie, consueta dimora di Artù e della sua corte. Gli è probabile che questa forma nuova data all'antica leggenda si debba alla fantasia dei Normanni: comunque sia, non se ne trova cenno in scritture italiane, salvo che in una bizzarra poesia, composta, come pare, nel secolo XIII, nella quale n'è uno assai fugace ed oscuro.

E poichè sono a parlar di vulcani, siami concesso di ricordare come i vulcani si credessero comunemente nel medio evo luoghi di pena per le anime dannate o purganti. Parecchie leggende s'inspirarono di quella credenza; e poichè l'Etna, il Vesuvio, l'Epomeo, lo Stromboli, sono in casa nostra, parrebbe che quelle leggende dovessero essere sempre, o quasi sempre, italiane, e riferite da autori italiani. Eppure non sono; o se, quanto all'origine, sono alcune di esse italiane, non però trovano, o di rado trovano luogo in libri italiani. Gregorio Magno, romano, narra di un solitario dell'isola di Lipari, che vide precipitare nella bocca di quel vulcano il re Teodorico, dannato; ma questa novella, ripetuta poi da innumerevoli stranieri, appena trova in Italia, durante tutto il medio evo, chi la voglia ripetere. Altre leggende simili si narrano del re Dagoberto di Francia, di Bertoldo V, duca di Zäringen, di Attone, vescovo di Magonza, di altri parecchi; ma sono sempre stranieri coloro che le narrano. L'Etna è l'Inferno, o un vestibolo dell'Inferno, al quale i diavoli portano quotidianamente a volo le anime dei dannati; ma è un cronista francese del secolo XIII colui che lo afferma, Alberico delle Tre Fontane. In fondo al lago d'Averno, presso Pozzuoli, si vedono le porte di bronzo dell'Inferno, divelte e infrante da Cristo quando penetrò nel limbo; ma se tutti le vedono, chi ne parla è il già ricordato Gervasio.

Se questa litania non v'annoia troppo, io seguito un altro po' perchè non mi par che sia inutile.

In un anno del secolo undecimo che, discordando gli storici, non si sa precisamente qual fosse, avvenne nell'aurea città di Roma un caso nuovo, strano e memorabile. Un giovane patrizio, avendo il giorno stesso delle sue nozze posto in dito a una statua di Venere, per poter più liberamente giocare alla palla, l'anello nuziale, fu poi, per lunghissimo tempo, perseguitato e tribolato dall'antica dea mutata in demonio, la quale, allegando il fatto dell'anello, pretendeva di essere sua legittima sposa e di togliere il luogo all'altra. Ci volle tutta l'arte di un solennissimo mago per strappare all'intrusa l'anello indebitamente ricevuto e restituire il giovane alla libertà e a più naturali amori.

Questa novella piacque oltre modo nei due secoli che seguirono, e fu narrata da molti cronisti; ma tra i molti inglesi la più parte e frati, voi cerchereste inutilmente un italiano; o dovrò dire che a me non riuscì di scovarlo. Solo molto più tardi, in pieno secolo XVI, se ne vede fatto ricordo in un libro del piemontese Simone Majolo.

Un altro bel caso ci si offre nella leggenda di Gerberto, il quale non fu italiano, ma molti anni visse in Italia, e da ultimo fu papa in Roma, dal 999 al 1003. Non v'è dubbio che la persona e gli atti di lui dovettero stare molto a cuore agl'Italiani di quel tempo, e più particolarmente ai Romani. La leggenda narra di lui cose singolari, spaventose ed incredibili: che, essendo in Ispagna per cagion di studio, rubò a un negromante saraceno un libro magico di mirabile virtù e pregio; che fece un patto col diavolo; che fu il drudo di una diavolessa, che si faceva chiamar Meridiana, ed era, al vedere, più bella di un angiolo; che con l'ajuto, non del Cielo, ma dell'Inferno, salì tutti i gradi della ecclesiastica gerarchia, finchè s'assise, con sacrilega tracotanza, sulla cattedra di San Pietro, e fu vicario di Cristo; che essendo in Roma, penetrò per sua avvedutezza in certi sotterranei meravigliosi, ov'erano raccolti, e custoditi gelosamente, gl'immensi tesori d'Ottaviano Augusto imperatore; che sentendo prossima la sua ultima ora, rientrò in sè, si pentì, e con atroce e non più udita penitenza riscattò l'anima dalle mani dei demoni, che già gli si affollavano intorno furiosi, facendosi, vivo ancora, tagliare a pezzi. Io non so dire, e nessuno, credo, saprebbe se qualche parte di tale storia sia prima germogliata in Italia; ma gli è certo che essa si trova da prima solo in libri stranieri. I cronisti italiani non cominciarono a riferirla se non nel secolo XIV, quando già da oltre due secoli essa correva l'Europa, e i racconti loro non sono se non ripetizioni, e più spesso abbreviature dei racconti d'oltr'alpe.