Come non ricordare, dopo la leggenda di un papa, quella di una papessa, della famosa papessa Giovanna? Se si dovesse dar fede a certi manoscritti, il primo a darle lo spaccio sarebbe stato quell'Anastasio Bibliotecario, che visse in Roma nella seconda metà del secolo IX, fu abate di Santa Maria in Trastevere e scrisse certe Vite dei pontefici assai cognite agli storici di professione; ma, prima di tutto, non si conosce con sicurezza s'egli fosse italiano o greco; poi quei manoscritti sono di genuinità peggio che sospetta, e si ha buona ragione di credere che l'intera novella sia una interpolazione o aggiunta di tempi posteriori. Nacque essa in Italia? Nessuno può dirlo, e non è gran fatto probabile perchè se si trova in iscorcio in alcuni dei nostri cronisti, e se in tempi già assai tardi la narra malignamente, per disteso, il Platina, sono assai più gli storici forastieri che la raccontano, l'adornano, la commentano.
Potrei continuare un pezzo a recare altri esempi; ma quelli che ho recati mi pare che bastino a mostrare come gl'Italiani lasciassero a Francesi, a Inglesi, a Tedeschi la briga di crear leggende anche di argomento italiano, o come nemmen poi s'affrettassero, in molti casi, a ripeterle. È questo un fatto da tener presente, e che dovrò ricordare quando parlerò del rapido svanire delle leggende nel nostro paese.
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Badiamo per altro di non esagerare. Non bisogna fare maggior che non fu questa incapacità, o svogliatezza, o come altramente volete chiamarla, degl'Italiani, di creare leggende. Lasciando stare ora le molte che essi accolsero e fecero proprie, parecchie ancor ne crearono, e ragion vuole che si dica qualche cosa di queste, dopo aver detto di quelle ch'e' lasciarono creare agli altri.
Tra le più importanti (intendo delle profane) sono le leggende concernenti le origini di molte città. Queste leggende erano promosse dall'orgoglio cittadinesco, e dalla rivalità dei Comuni, che con tutti i mezzi e per tutte le vie cercavano di soperchiarsi l'un l'altro. Una origine molto antica e molto gloriosa era già di per sè un titolo di preminenza, una ragion di maggiorità. A imitazione dei Romani quasi tutti i popoli d'Europa cercarono di far risalire le origini proprie sino ai Trojani. In Italia, Padova, Pisa, Verona, Piacenza, Aquileja, Mantova, Modena, Parma, e più altre città che non vi sto a ricordare, si vantavano fondate da fuggiaschi di Troja espugnata. Alcune, di maggiore orgoglio, volevano essere più antiche, o non meno antiche di Troja, madre di Roma. Luni aveva mandato navi e genti in soccorso de' Greci, contro ai Trojani. Fiesole si gloriava d'avere avuto a fondatore Atalante, o Attalo, pronipote in quinto grado di Jafet (altri dicevano pronipote di Cam, di Saturno e di Giove) e padre di quel Dardano che poi edificò Troja; e asseriva d'essere la prima città sorta in Europa, e perciò denominata Fia sola. Ma le contrastava Ravenna, fondata da Tubal, nipote di Noè, e più ancora Roma, che sdegnando oramai le troppo recenti origini trojane, fece risalire il suo primo cominciamento a Noè, approdato dopo il diluvio in Italia, e a Giano, figliuolo di Jafet, che, in compagnia di altri, costrusse sul Palatino una città, da lui detta Gianicolo. Genova si vantava ancor essa fondata da Giano; Brescia da Ercole. Milano pretendeva d'essere stata edificata 932 anni prima della Roma di Romolo, se non di quella di Noè. Firenze, meno ambiziosa, e più ragionevole, legava i suoi principii alla guerra combattuta contro Catilina, e la edificazion propria attribuiva a cinque signori di Roma, Giulio Cesare, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, da' quali fu cinta di buone mura, guernita di buone torri, lastricata pulitamente, provveduta di acquedotti che menavano acque pure e sanissime, insignita di un Campidoglio a somiglianza di quello di Roma: e il nome gentile derivava da un nobile cittadino romano (altri dirà re), detto Fiorino, il quale fu morto in quella guerra contro lo scellerato Catilina, e anche da' molti e vaghi fiori che nascono ne' campi e sui colli in mezzo ai quali è assisa. Questa nobile istoria è narrata da' più antichi cronisti della città, e si ritrova nel così detto Libro Fiesolano, ed è ripetuta da Giovanni Villani, e da Ricordano Malespini. Costui poi vi lega, non di suo capo, credo, una novella assai romanzesca di Bellisea e di Teverina, moglie l'una, figliuola di Fiorino l'altra, e degli amori di Catilina e d'un centurione. Cinquecent'anni dopo, Attila (molti dicono Totila, giacchè l'uno spesso si scambia con l'altro nella leggenda) Attila, figliuolo, salvo il vero, di un cane, volendo vendicare la morte di quel buon Catilina, riedificò Fiesole e distrusse Firenze, la quale poi, a marcio dispetto de' Fiesolani, fu rifabbricata da Carlo Magno imperatore. A tutte queste favole, senza dubbio antichissime, accenna Dante là, nel quindicesimo canto del Paradiso, quando fa che Cacciaguida suo avo descriva l'antica donna fiorentina, non guasta ancora dal lusso, tutta intenta al governo della casa, ad allevare i figliuoli, e che,
traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiava con la sua famiglia
De' Trojani, di Fiesole e di Roma.
Per amor di brevità non dico nulla di certe leggende araldiche e genealogiche, le quali facevano risalire la nobiltà di certe famiglie a gran cittadini e patrizii di Roma antica, o a eroi famosi del ciclo carolingio.
In parecchie città d'Italia diedero argomento a leggende gli avanzi di antichi monumenti, che ancor sussistevano a far memoria e testimonianza della romana grandezza. Com'è naturale, le più numerose e notabili sorsero intorno a quel monumento di Roma che il tempo, i Barbari, e i propri suoi cittadini non erano giunti a distruggere. Di tali furono intessuti due libri, detto l'uno Mirabilia Romæ, e Graphia aureæ urbis Romæ l'altro, i quali, nel dodicesimo, decimoterzo e decimoquarto secolo, ebbero grandissima celebrità e incredibile divulgazione. In essi, miste a tradizioni e notizie di argomento e carattere affatto religioso, trovansi molte e curiose immaginazioni risguardanti le rovine ingenti del Palatino (le quali si credeva avessero formato un solo, smisurato e magnifico palazzo), il Colosseo, il Campidoglio, il Pantheon, il Mausoleo di Adriano, mutato in Castel Sant'Angelo, altri palazzi in gran numero, e templi, e terme, e acquedotti, e ponti, e statue. Ora, sebbene parecchie, e forse molte di tali immaginazioni, possano, esse pure, avere straniera origine, ed essere state messe in corso, come par più probabile, da quegli innumerevoli pellegrini che, senza intermissione, venivano sin dalle più lontane regioni d'Europa a visitare i limina apostolorum, ciò nondimeno gli è ragionevole credere che parecchie altre avessero ad autori gli stessi Romani, o i pellegrini, non d'oltremonti, ma d'Italia. Certo si è che in parte esse già trovansi in libri di Benedetto, canonico di San Pietro, di Albino, cardinale di Santa Croce in Gerusalemme, di Cencio Camerario, che poi fu papa col nome di Onorio III, tutti italiani, e vissuti nel XII secolo, morto l'ultimo nel 1227; e che i Mirabilia furono di latino voltati in volgare già nel secolo XIII. Se s'ha a dar fede, e non v'è ragione di non dargliela, all'anonimo narratore della sua vita, Cola di Rienzo tutta la die se speculava negl'intagli de marmo li quali iaccio intorno Roma.