Gl'Italiani ebbero dai Francesi le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone; ma quelle leggende essi non si contentarono di ripetere tali e quali erano loro trasmesse. Molte alterarono in vario modo, altre esplicarono più largamente, e non poche nuove inventarono di pianta, legandole a memorie locali, a città, ad avvenimenti delle storie nostre, a particolarità del nostro paese. Orlando, che si chiamò veramente Rolando, e a cui fu da noi mutato il nome in quella foggia, diventò quasi un eroe nazionale, e quasi una leggenda nazionale la sua leggenda interminabile. Nè di leggende epiche proprie mancò in tutta l'Italia, sebbene le vicende e il corso della sua storia, e le condizioni di vita del suo popolo, nei secoli di mezzo, spieghino abbastanza la scarsità e tenuità loro. Le guerre combattute fra Longobardi e Franchi, appiè delle Alpi e sui campi di Lombardia, suscitarono alcune tradizioni epiche, di cui forse una piccola parte soltanto pervenne sino a noi, e che avrebbero potuto, qualora fossero state favorite dagli eventi, prender vigore, e moltiplicarsi, e congiungersi in epico ciclo. E ad altre leggende epiche diedero argomento, in alcune nostre città, il nome esecrato di Attila, e il ricordo terribile de' suoi fatti, le quali, sebbene non fossero, nemmen esse, di tal condizione da poter produrre rigogliose e vivaci epopee, pure non si smarrirono così presto come quelle pur ora accennate dei Longobardi, anzi durarono a lungo e si legarono (caso, ahimè, non unico, nè raro) con la storia di casa d'Este, e trovarono ancora, in pieno secolo XVII, ripetitori, rimaneggiatori e, dobbiam credere, anche lettori.
Da Attila flagellum Dei a Ponzio Pilato proconsole romano la distanza è grande; ma li ravvicina in mio servigio il fatto che c'è una leggenda al tutto italiana in cui è fatto ricordo del tristo giudice. Nel medio evo si mostrava in Roma una casa, o torre, o palazzo di Pilato, e in un racconto certamente italiano, la Cura sanitatis Tiberii, si dice che il proconsole, chiamato dall'imperatore a dar conto de' fatti suoi e della ingiusta morte di Cristo, fu imprigionato in una città di Toscana, variamente nominata, e quivi, non dandogli pace la mala coscienza e il terror del castigo, di propria mano si uccise. Non ricorderò, nemmeno di volo, le mille favole che di Pilato si narrarono nel medio evo, per tutta Europa; ma solo farò cenno di una, secondo la quale il corpo del maledetto, gettato in fiumi, o in laghi, in pozzi profondi, o sulla sommità di monti quasi inaccessibili, e trascinato d'uno in altro luogo, seppellito sotto cumuli di pietre, per tutto suscitava, con la presenza sua, spaventose procelle, e morbi micidiali, od altre calamità. Parecchi furono, e sono in Europa i monti e i laghi di Pilato, e un monte e un lago di Pilato volle avere anche l'Italia. Fazio degli Uberti ne fa un cenno nel Dittamondo; altri ne parlano più distesamente. Il monte e il lago erano presso Norcia, luogo di diabolica nominanza. Al lago, ove nuotavano, come pesci, i diavoli, ed era sommerso il corpo di Pilato, traevano da tutti i paesi i negromanti per consacrare i libri loro di magia, tanto che ci si eran dovute porre le guardie per vietarne l'accesso. Ogni anno bisognava dare in pastura a quei diavoli un condannato, senza di che avrebbero con le procelle mandato a soqquadro tutto il paese.
E legata ai monti di Norcia troviamo un'altra leggenda tutta italiana, la leggenda dell'antro della Sibilla, la quale non è improbabile che abbia suscitato la leggenda tedesca del Monte di Venere, di quel Monte di Venere entro a cui andò a perder l'anima il gentile cavaliere e poeta Tannhäuser. Andrea da Barberino, nel V libro di quel suo romanzo che, dopo cinque secoli, ha ancora in Italia innumerevoli lettori, e tutti gli anni si ristampa, e sembra, senza suo merito, destinato all'immortalità, voglio dire il Guerin Meschino, parla molto diffusamente delle meraviglie dell'antro, e molti altri ne parlano dopo di lui. Nell'interno del monte era un amoroso regno, pien di letizia, e d'ogni vaghezza di cose naturali o artifiziate: campi d'impareggiabile amenità, giardini che non avevano i simili in terra, palazzi d'inaudita ricchezza, sfolgoranti d'oro e di gemme. Regina del luogo era la Sibilla, che in ristampe più recenti si mutò nell'Alcina dell'Ariosto, adorna d'ogni bellezza e leggiadria, servita da schiere di avvenentissime donzelle, e da un popolo di cavalieri e valenti uomini, quivi trattenuti dall'amore di lei, e per sempre, o per alcun tempo soltanto, spogliati della libertà. I giorni e gli anni si consumavano giojosamente, banchettando, amoreggiando, fra musiche e danze e sollazzi d'ogni maniera; ma tutte le settimane, al sopravvenir del sabato, la regina e i soggetti suoi si trasformavano in draghi, in serpi, in basilischi e in altre specie di rettili.
Altre leggende potrei venire ricordando, nate in Italia, o nel formar le quali ebbero gl'Italiani non piccola parte. Italiana è la leggenda di quello stretto parente spirituale dell'Ebreo errante, chiamato, con nome tolto agli Evangeli, Malco, il quale avendo dato a Cristo uno schiaffo con un guanto di ferro, fu condannato a girar senza posa in un sotterraneo, intorno a una colonna, fino al giorno dell'Universale Giudizio. A forza di camminar tutto il dì e tutta la notte, per secoli e secoli, egli ha scavato un solco profondo nel pavimento di pietra. Talvolta, sopraffatto dalla disperazione e dal tedio, ei s'avventa col capo contro quella colonna, ma non riesce a tòrsi la vita, lasciatagli in punizione. L'Ebreo Errante, che, se non altro, può correre a suo talento il vasto mondo, è assai meno infelice di lui. E gl'Italiani collaborarono in modo notabile alla leggenda di Maometto, la quale, per ragioni facili a intendere, fu una delle maggiori del medio evo, e diffusissima per tutta Europa; e così ancora collaborarono alla leggenda di quel Prete Gianni, che governava nell'India remota, e poi nel cuore dell'Africa, un vastissimo impero cristiano, pieno di meraviglie, e aveva tanti tesori quanti gli storici e i viaggiatori non ne potevan descrivere, e di cui leggevansi in tutte le lingue d'Europa, l'epistole scritte a papi, a re, a imperatori. In sul principiare del secolo XVI, o poco innanzi, Giuliano Dati fiorentino scriveva ancora della magnificenza di lui un poemetto in ottava rima, e Lodovico Ariosto lo introduceva, sotto il nome di Senapo, nell' Orlando Furioso.
Durante tutto il secolo XIV vi furono in Italia scrittori e ripetitori di leggende. Crescono allora di numero, si variano di colore e di profumo, que' Fioretti di San Francesco, che, dopo avere innamorate di sè tante anime pie, innamorarono pure tanti studiosi di nostra lingua; e nasce la leggenda di Santa Caterina da Siena. Nel secolo precedente, un domenicano, che fu vescovo di Genova, Giacomo da Voragine, aveva raccolto in un libro latino, divenuto presto famoso, e intitolato Legenda aurea, una gran quantità di leggende di santi, attingendo con ingenua e dilettosa credulità a fonti disparatissime; nel secolo XIV molte di quelle, e altre assai, similmente latine, si recano in volgare, si mettono talvolta in versi; e recansi in volgare, non si può dire con sicurezza da chi, le antiche Vite dei Santi Padri nel Deserto. I predicatori, dal pulpito, confortano con esempi tratti da leggende gli ammaestramenti loro, sebbene non con la frequenza e copia che si veggono usate dai predicatori d'oltremonte. Gli scrittori ascetici spargono di leggende, intese a edificare o intimorire gli animi, i loro scritti. Parecchie, alcune delle quali assai notabili, se ne leggono nello Specchio di vera penitenza di Frate Jacopo Passavanti, e parecchie nelle opere di Fra Domenico Cavalca. Nel Fiore di Virtù, opera di uno sconosciuto, trovansi mescolate ad alcune, che più propriamente si direbber novelle, alquante leggende. Altri libri di quel tempo, come il Fiore de' filosofi, il Fiore della Bibbia, il Fioretto di cronache degl'imperadori, il Fiore d'Italia di Frate Guido da Pisa, la Fiorita di Armannino Giudice, il Libro imperiale, il Libro dei Sette Savii, son pieni di varie leggende; e qualcuna pur se ne trova in quel fastidioso romanzo ch'è l' Avventuroso Ciciliano attribuito a Busone da Gubbio, e molte ne riferisce succintamente, in quel suo fastidioso poema del Dittamondo, Fazio degli Uberti.
Il diavolo che tanta briga diede nel medio evo, ne diede agl'Italiani, parlando in generale, assai meno che ad altri popoli cristiani, e non ingombrò così fieramente gli animi qua come fece altrove, nè li empiè di tante immaginazioni e di tanti terrori; e noi non abbiamo, nella letteratura nostra, libri che possano fare degna accompagnatura ai molti stranieri, ove non d'altro quasi si parla che della sua tristizia, male arti e scellerate imprese, e dei modi che tiene in conciare chi gli capita finalmente tra l'ugne. Ma non mancano nemmeno da noi le leggende diaboliche, e un nostro monaco agostiniano, che visse gli anni suoi migliori nel secolo XIV e morì nel susseguente, Fra Filippo da Siena, ne raccolse parecchie, insieme con più altre di vario argomento, in certo suo libro cui pose titolo Gli assempri. Quivi si legge di mali cavalieri, e di pessimi religiosi, e di usurai, e di mercanti, e di giocatori, portati via dai diavoli, quando in anima soltanto, e quando in anima e in corpo, e talvolta strozzati; e di diavoli infelloniti, che invasero una chiesa dov'era stato seppellito un malvagio uomo, e la empierono di romore e di tempesta, “e quando parevano cavalieri che giostrassero, e quando parevano uomini che combattessero con le spade in mano, e quando parevano animagli ferocissimi che rabbiosamente con mughi dolorosi s'accapegliassero insieme„, tanto che fu forza disseppellire quel maledetto corpo, e trarlo di chiesa, e interrarlo nell'orto, dopo di che s'ebbe pace. E quivi ancora si legge la paurosa istoria di una nobil donna sanese, molto vaga di sua bellezza, e dello adornarsi, la quale lisciata e acconcia una volta dal diavolo, apparsole in sembianza di cameriera, diventò così scura nel volto che nessuno la poteva guardare senza tramortire dallo spavento, e colta da una febbre continua, senza più potersi riavere, in tre dì venne a morte: e la storia di due genitori mal consigliati, i quali, avendo un loro figliuolo ammalato, permisero, per farlo guarire, che una pessima incantatrice l'offrisse al diavolo: e la storia di un soldato tedesco in Lombardia, ch'ebbe in prestito dal diavolo tremila fiorini d'oro, e non potendoli rendere in capo di tre anni, com'era il patto, fu vivo vivo portato via dal suo creditore all'Inferno; e la storia d'un altro soldato tedesco, il quale, per avere dal diavolo certa quantità di denari, gli cedette una sua figliuola, bellissima e di ottimi costumi, che poi fu salva, e il padre similmente, mercè l'ajuto della Vergine Maria.
Moltiplicavano in pari tempo, a cura di altre anime devote, i Miracoli della Vergine, e moltiplicavano i contrasti fra Cristo e Satana, fra Satana e Maria; e il celebre giureconsulto Bartolo da Sassoferrato dettava in latino un Trattato della questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo fra la Vergine Maria da una parte e il diavolo dall'altra.
Andarono ancora moltiplicando in quel secolo le storie e le novelle cavalleresche, quali in prosa e quali in verso. I così detti Cantari, fattura di poeti popolari, tennero viva fra il popolo la memoria degli eroi di Francia e di Brettagna e di Grecia e di Roma: divulgarono i casi d'innamorati celebri, e avventure romanzesche di più maniere. Antonio Pucci, fiorentino, che di fonditor di campane diventò banditor del Comune, ebbe a comporne parecchi. L'istoria di Apollonio di Tiro, L'istoria della Reina d'Oriente, Madonna Lionessa, il Gismirante, e fors'altri ancora. Il già ricordato Andrea da Barberino rinarrò nel volgar nostro più storie romanzesche francesi, e narrò, non sappiamo se traendola dal suo capo, o d'altronde, la storia, pur ora da me nominata, di quel Guerin Meschino, che distrusse in guerra tanti Turchi e Saracini, liberò tante città assediate, soccorse tante regine strette da' nemici, e viaggiò le più remote contrade della terra, popolate di mostri, e scese, oltrechè nell'antro della Sibilla, anche nel Pozzo di San Patrizio, e nel fondo dell'Inferno, e ritrovò dopo molt'anni e infiniti travagli, i genitori, da' quali era stato separato bambino.
Appare da quanto sono venuto dicendo che gl'Italiani ebbero, contrariamente alla opinione di molti, una letteratura leggendaria abbastanza copiosa e abbastanza variata; ma rimane pur sempre vero che quella letteratura può dirsi scarsa a paragone di altre, pur leggendarie e che per molta parte essa è formata di elementi non nostri. Ora le ragioni di tale scarsezza sono in sostanza quelle stesse le quali fan sì che le leggende, sieno sacre, sieno profane, dileguino dalla coscienza e dalla letteratura nostra un pezzo prima che dalla coscienza e dalla letteratura di altri popoli d'Europa. Le leggende già impallidiscono nel cielo d'Italia, e già tramontano, mentre in altri cieli sono ancora assai alte e brillano di tutto il loro prestigioso splendore. Nè poteva avvenire diversamente. Quelle medesime cause, alcune più prossime, altre più remote, le quali dovevano, in Italia, prima che altrove, condurre alla nuova coltura dell'umanesimo, iniziare il Rinascimento, mutare le condizioni del pensiero e della vita, dovevano pure contrastare a una produzione di leggende molto copiosa, e sollecitare la sparizione di quelle che s'erano venute via via producendo. L'umanesimo, contraddistinto, sino da' suoi principii, da un nuovo spirito di esame e di critica, avversa, insieme con molte altre cose della precedente età, anche le leggende, nate di credulità e di errore. E notisi che le leggende ascetiche, le quali sono tanta parte delle leggende medievali, in Italia malamente potevano allignare; non solo perchè la qualità del nostro cielo, e la natura delle nostre contrade, e l'indole del nostro popolo, non si accordano con ciò che in molte di esse è di tetro e di terribile; ma ancora perchè col carattere loro più consueto non si accorda, generalmente parlando, la qualità del nostro sentimento religioso, il quale non è, di sua natura, troppo contemplativo o fantastico, e piuttosto che perdersi dietro alle vane immaginazioni, tende alle utili riforme, e di rado si fa cupo e doloroso. Le Danze macabre, o Danze della Morte, una delle più fosche e terribili creazioni dell'ascetica fantasia, ebbero in Italia pochissimo favore. San Francesco, che raccomandava a' suoi seguaci la giocondità e la serenità dell'anima, e la piena affidanza in Dio Padre e in Cristo Salvatore, non poteva essere gran fatto amico delle paurose visioni e delle innumerevoli leggende infernali e diaboliche.
Se molte leggende sono ancor vive in Italia nel secolo XIV, sono pur molti i segni dell'affievolirsi loro e della prossima sparizione.