I cronisti nostri non furono in nessun tempo così vaghi di finzioni come quelli d'oltralpe, e nei libri loro i cercatori e gli studiosi di leggende poco trovano da raccogliere. Noi non abbiam nulla che possa, per questo rispetto, stare a paragone delle Cronache di Elinando, di Vincenzo Bellovacense, di Guglielmo di Malmesbury, e di molte altre, francesi, inglesi, tedesche. Nel secolo di cui discorriamo c'è ancora qualche cronista favoloso, come Bonamente Aliprando e Giacomo da Acqui; ma è nata oramai la storia vera; e sebbene il Machiavelli e il Guicciardini sieno lontani ancora, pure già si scorgono i segni di quello spirito pratico e indagatore che sarà il loro spirito. A poco a poco la storia distoglie l'occhio dal mondo di là, e lo fissa sul mondo di qua, e comincia a penetrare il segreto delle umane vicende, e a discernere le forze che le promuovono, e a intendere le leggi che le governano. Giovanni Villani non manca di religione, e crede ai segni e ai portenti che prenunziano l'avvenire; ma il suo spirito non corre, di solito, dietro ai fantasmi; anzi è tutto volto alla sua città, al suo popolo. Egli s'industria di mostrare altrui il modo e le ragioni del loro crescere e del loro scadere: studia il meccanismo di quel mutabile reggimento, rileva e descrive le congegnature della pubblica vita, specifica le entrate e le spese, forma il bilancio, accerta il debito pubblico, osserva il moto della popolazione, narra rovesci economici, enumera le arti e le industrie, ragionando di lor condizioni; pone, come giustamente fu detto, i fondamenti della statistica. Qua e là, nel corso della lunga e minuta sua narrazione, riferisce qualche rara leggenda, come quelle già ricordate delle origini di Fiesole e di Firenze, o quella di Gog e Magog, e alcuni miracoli accaduti a' suoi dì; ma le favole non trovano in lui facile credenza; e quando viene a discorrere, in principio del terzo libro, di quell'antico simulacro di Marte che i Fiorentini credevano essere presidio della loro città, e che dopo esser rimasto sommerso in Arno più secoli, fu posto, al tempo di Carlo Magno, su una pila, ove ora è Ponte Vecchio, egli dice risolutamente: “grande simplicità mi pare a credere, che una sì fatta pietra potesse ciò adoperare; ma vulgarmente si dicea per li antichi, che mutandola convenia che la città avesse mutazione„. E come avrebbe potuto avere l'animo inclinato alle favole quel Dino Compagni, cui lo spettacolo della città partita empieva di così vivo rammarico e di così generoso sdegno, e che in procacciar la concordia de' male avvisati cittadini spendeva tutto sè stesso? La turbolenza e il periglio continuo della vita reale nelle città nostre, le passioni prosciolte e gl'interessi molteplici in contrasto, dovevano distogliere di necessità le menti dalle finzioni e dai sogni. E già nella coscienza degli uomini meno colti certi temi tradizionali di visione o di leggenda venivano rimettendo alquanto del loro carattere pauroso, e si piegavano a interpretazioni e a propositi che dovevano a poco a poco alterarne profondamente lo spirito. Narra lo stesso Giovanni Villani che nel maggio del 1304, essendo in Firenze il Cardinal da Prato, con buona speranza di metter pace fra i cittadini, si fecero le compagnie e le brigate de' sollazzi, in più parti della città, a gara l'una contrada dell'altra, e quei di Borgo San Friano, i quali avevano per antica usanza di fare più nuovi e diversi giuochi, si mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo dovesse essere il dì di calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno. E fecero di palchi, sopra barche, una immagine dell'Inferno, piena di diavoli, e di anime dannate, e di fuochi, e di varie qualità di tormenti, sicchè parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere. Al quale nuovo giuoco trasse sì grande quantità di popolo, che, sfasciatosi il ponte, il quale era ancora di legname, molti annegarono, molti rimasero guasti della persona, di modo che, nota lo storico, il giuoco da beffe tornò a vero.
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I gran moti religiosi dei due secoli precedenti, dei due secoli che avevano veduto Gioachino di Fiora, e le torme dei flagellanti, e gli apostoli dell'Evangelo eterno, s'erano andati a mano a mano chetando. Nasceva Caterina da Siena; ma l'opera di san Francesco isteriliva; e uno spirito laico, indocile ed irrequieto si diffondeva allo intorno e sormontava. Era nato in alcuni spiriti il concetto di una scienza autonoma, libera de' suoi movimenti; di una verità procacciata direttamente col mezzo della osservazione e della ragione, e tolta alla perigliosa comunanza delle credenze indiscusse, delle immaginazioni e delle favole. Già Federico II, grande avversario della Chiesa, cinto di dotti, avido di sapere era stato sperimentatore appassionato, e talvolta, feroce. Quel malavventurato di Cecco d'Ascoli, che qua in Firenze finì la vita sul rogo, e di cui la leggenda ebbe a narrare, indi a poco, un patto stretto col demonio e l'inganno sofferto, rimproverando a Dante le meraviglie e i miracoli della Commedia esclamava nell' Acerba:
Qui non se canta al modo del poeta
Che finge emmaginando cose vane
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Qui non si sogna per la selva obscura
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Lasso le ciance torno su nel vero:
Le favole me fo sempre inimiche.