Questa città, o che abbia come alcuni vogliono origine pelasgica o come altri credono ellenica, è sempre fondata da colonie che discesero dalle pendici dei monti dell'Ellade, da remiganti che partiti, in cerca di fortuna, dalle foci dell'Alfeo giunsero alla imboccatura dell'Arno. Quindi fino da' suoi primordi si può assicurare esser questa città di razza forte e gentile. A tempo degli Etruschi, Pisa tenne posto onorato e grande; certamente i suoi navigli quando i Tirreni toscani dominavano, non solo il nostro mare, ma si spingevano fino alle coste della Spagna e dell'Affrica, con alterne vicende furono o alleati o nemici dei Fenici di Cartagine, e tennero alto il nome loro e della loro città. Colonia Giulia ai tempi di Augusto, fu prediletta da Nerone, che la insignì di grandi e cospicui mutamenti, finchè nel 542 fu schiacciata dopo aspra difesa dalle orde dei Visigoti. Pur tuttavia Pisa resiste, e fino dall'epoche più tenebrose del medio evo italico, noi la vediamo costituita come città celebre ed illustre. Nell'ottavo secolo il diacono Paolo legge di grammatica in Pavia e diventa tutore di Carlomagno, che seco lo porta alla sua reggia di Francia, dove è riconosciuto, dal monaco Alcuino, l'altissimo merito di costui. Alle crociate i Pisani presero sempre nobilissima parte, e papa Eugenio III di casa Paganelli, benedettino ed amico di san Bernardo, fu pure pisano. Nel 1017 papa Benedetto mandava legati a Pisa per eccitare i Pisani a cacciare i Saraceni dalla Sardegna; ed i consoli, insieme al vescovo Lamberto de' Lanfranchi, col consenso del popolo, deliberarono di partecipare alla impresa purchè fosse loro consegnato il vessillo di san Pietro. Nel 1114 li vediamo partire per la conquista delle Baleari, ed al Duomo pisano poco dopo mettevano una porta trasportata da Maiorca, trofeo glorioso della loro vittoria. Questa loro campagna fu cantata in esametri, abbastanza degni di questo nome, da un monaco di nome Lorenzo da Verna, nel 1188. Avendo i Pisani in quell'epoca molti e frequenti contatti con Costantinopoli, incaricarono Burgundio, uno de' loro maggiorenti, che mentre andava a ratificare una pace con quello imperatore, verso il 1135, portasse seco il codice delle Pandette che fu il primo codice di leggi romane ritornato in Italia. Esso dal greco lo tradusse in latino, come tradusse in latino le opere di Galeno, tantochè a questo benemerito fu posta sul sepolcro, ancora esistente nella chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, una iscrizione enumerativa delle sue virtù nella quale, non a torto, è chiamato “Doctor doctorum„.

E nell'anno 1202 incipit liber Abbaci compositus a Leonardo filio Bonacci. Questo antico Abbaco, è nulla di meno che la introduzione del calcolo a cifre arabiche o indiche nelle matematiche, e nell'uso comune. Voi capite che, a quell'epoca, una scoperta di cotesto genere equivaleva senza forse alle future glorie del cittadino pisano Galileo Galilei. Finalmente, quando dalla bassa latinità dei tempi scaturisce il nuovo fiore della lingua nostra, nel 1295 troviamo in bellissimo italiano scritto un trattato di pace con Elmiro di Momino re di Tunisi, nel quale si assicurano franchigie e rispetto per terra e per mare ai cittadini della repubblica pisana. Ve ne leggo un piccolo brano perchè questo brano dà una esatta idea della vastità dei domini di Pisa. Ivi al capitolo,

De l'isule de' Pisani.

“Lo quale dominus Parenti disse e ricordone lo confine delle terre loro le quali messe sono in questa pace e le quali sono in terra ferma et grande, cio este dallo Corbo infine a Civitavecchia et l'isule le quali sono in mare, ciò este tutta l'isula de Sardinia et castello di Castro et isula di Corsica et l'isula di Pianosa, d'Elba, et l'isula di Capraja e l'isula di Gorgona e l'isula del Giglio e l'isula di Monte Cristo.„

Pure in buon volgare è scritto un diploma di Arrigo re di Gerusalemme e di Cipro, che concede consolato ed esenzioni ai Pisani nel 1291.

Queste erano le condizioni di Pisa dal decimo al tredicesimo secolo, nel quale resistè con diciotto anni di guerre maledette contro la lega guelfa toscana, sussidiata dalla rivale sua Genova. Voi vedete che è già molto che una città che, dopo tutto, conta un numero di abitanti assai limitato che la maggior parte del suo territorio possiede in terreni di conquista, possa in un solo momento raccogliere tanta virtù, potenza e civiltà. Difatti, quando l'impresa di Palermo contro i Saraceni fu condotta a termine, fortunatamente, sorge il gran Duomo, la grande primaziale di Pisa.

Prima di questa già esistevano varie altre chiese più antiche ed aveva Pisa la sua cattedrale nel San Paolo a Ripa d'Arno. In questo noi troviamo il germe, il principio della futura costruzione del Duomo, come in un'altra piccola ed elegante chiesa di Diotisalvi, nella chiesa del Santo Sepolcro, troviamo il germe e l'origine del bel San Giovanni.

Buschetto, che fu l'autore del Duomo, si crede da alcuni che possa non esser pisano; però è molto controversa la cosa, perchè da un certo verso nel quale accenna a Dulichio, ma nel quale si allude anche alla ingegnosità di Ulisse, non si capisce bene se si voglia dare questa isola greca come patria a Buschetto, o se si voglia fare allusione alla sagacia con la quale seppe trovare gli ingegni, difficilissimi per quei tempi, con i quali potè erigere una mole sì vasta.

Il Duomo di Pisa, come tutte le chiese di quel tempo, è per la maggior parte costruito con materiale raccolto dovunque, da edifizi preesistenti. La leggenda vuole che i Pisani dalle loro conquiste portassero quelli immensi blocchi di granito e di marmo. Io propendo a credere, e posso dire, secondo anche il parere di un pisano molto amante delle patrie antichità, l'eruditissimo Pelosini, che questa arte nuova, che non avea più nulla che fare col vecchio, si servisse dei ruderi degli antichi monumenti come di materiale pei nuovi; però, se voi guardate quanta grazia, quanta sveltezza esiste nel modo di combinare quelle arcate, su colonne di diversa grandezza, di accomodare a quelle capitelli di diverso tipo, troverete che se l'architettura non è più la classica, la vecchia architettura pagana, pur tuttavia è certamente una razza greca o derivante dall'Ellade, quella alla quale era dato inalzare, col sentimento rinnuovato e cristiano, un monumento di squisita eleganza come il Duomo di Pisa.

Accanto al Duomo sorse, pochi anni dopo, il San Giovanni, opera di Diotisalvi. A metà della costruzione mancarono i danari; i Pisani non vollero però che il lavoro rimanesse a mezzo, e si quotarono, con una quotazione volontaria, di un soldo d'oro a famiglia. Questo avvenimento ci giova per avere una idea della potenza della popolazione di Pisa, poichè ci resulta che trentaquattromila famiglie danno un minimum di centocinquantamila abitanti nella città. Voi vedete che per una città medioevale, centocinquantamila abitanti, raccolti in trentaquattromila famiglie che volontariamente potevano spendere un soldo d'oro, il numero non è piccolo, e vi dimostra che Pisa era uno dei più grandi empori del Mediterraneo d'allora.