Giorni sono io visitava la biblioteca Laurenziana, nella quale mi era guida amorosa l'amico e compagno Biagi, e trovavo là un codice, che porta la data del 586, ed è per giunta un codice siriaco. Ebbene, se voi vorrete fare, a comodo vostro, una passeggiata in quella insigne biblioteca, se voi vorrete gettare un occhio amoroso su codesto codice, vedrete in quelle miniature, nelle quali manca affatto la bella arte della linea pura pagana, che vi si trova una intensità di sentimento tale, da dovere assolutamente riconoscere che chi dipingeva quelle pagine era un artista, ed un artista potente.
Però non si può disconoscere il fatto storico che angosciava quell'epoca e che si sovrappone alle dispute ed alle sottigliezze dei bizantini, alle aspirazioni ed alla costituzione di tutto il mondo cristiano avvenire; e questo è il rovesciarsi che fecero i barbari incolti sulle nostre contrade, seminandovi la desolazione e la morte.
Ho segnato qui (negli appunti) un brevissimo cenno delle condizioni d'Italia nel 566, e negli anni successivi. Ebbene, nel 566 una orribile pestilenza affligge e diserta quasi la Italia intiera. L'esterminio fu tanto che in alcune città non si vedevano più uomini; solo vagavano cani erranti, in cerca di qualche rimasuglio di cibo. Le messi non furon raccolte, le vendemmie non furono fatte, per mancanza di braccia, e perfino gli animali delle stalle rurali erravano pei campi, perchè non avevano più padrone. Nel 568, come se questa peste fosse stata poca, calarono i Longobardi, e capite che da una peste come quella descritta ad una invasione di Longobardi poca differenza poteva esserci. Nel 569 la carestia infuria, nel 570 una epizoozia orribile attacca gli armenti, cagionando anche negli uomini malattie tremende, fra queste il vaiolo; nel 589 spaventevoli inondazioni funestano l'Italia. Il Tevere straripa, fa guasti di ogni natura; a Verona l'Adige dà di fuori allagando mezza città, dissolve ed impaluda quelle che prima erano fertili contrade, impaludamento aiutato dalla gelosia de' nuovi venuti, e dalla necessità di difesa dei Veneti, rifugiati nelle isole della laguna; e per giunta alla derrata, stormi di cavallette, curiose invasioni di topi, portano dovunque la desolazione a tale, che gli abitanti della etrusca Roselle sono costretti ad abbandonarla, sopraffatti dalla loro molestia. Comprendete che in queste angustie se il sentimento artistico, che pure è forte in alcuni monumenti di quell'epoca, non fosse stato potentissimo, se quella fosse stata un'epoca di vera, di assoluta decadenza, se non ci fosse stato uno spirito nuovo che animava le menti di quegl'infelici, allora si sarebbe proprio potuto dire “Finis Italiæe„ come disgraziatamente è stato detto, in tempi più moderni “Finis Poloniæ„.
Orbene, appena dopo la invasione barbarica si comincia a riorganizzare una forma qualunque di società e di governo, appena si cominciano a raccogliere, per quanto non abbondanti, le messi, dall'ottavo all'undecimo secolo quest'arte si affina, si evolve, si educa, prende forma più gentile e più bella, e abbiamo nel mille una vera efflorescenza artistica. Nel 1071 nasce il San Marco di Venezia, nel 1013 si costruisce per opera del vescovo Ildebrando di Firenze il nostro bel San Miniato al Monte, preceduto dal Duomo di Fiesole e dalla Badia d'Arezzo. Cento e cento sono i monumenti che sorgono e nei quali voi, che siete certamente di buon gusto, non potete negare che una importanza immensa, una immensa potenza rivela il sentimento artistico che li creava; basti nominare fra tutti, da un capo all'altro d'Italia, e il San Marco di Venezia, vero splendore della civiltà cristiana, e l'abbazia di Monreale, monumento insigne, emulo e rivale di quello.
Leggendo di questa celebre abbazia, di questo grande monumento, trovai notato ch'esso è costruito su di una base perfettamente decimale, cioè in modo tale che tutte le proporzioni della basilica sono rappresentate da una funzione di numeri decimali. Vedete che in quell'epoca, che pare così trascurata, non solo la pianta, ma l'alzato eziandio, corrispondono a leggi non esclusive di architettura, ma di numero e di prospettiva. Si credeva e si riteneva, in que' tempi, quello che veramente si deve credere, cioè che l'architettura non è un aggruppamento di masse più o meno con gusto accomodate, come da un tappezziere si accomoda una sala qualunque, ma è veramente una sapiente armonia, una armonia che non ha nulla di differente, nella sua essenza, dalle armonie che si sprigionano dalle sapienti composizioni de' grandi maestri musicali; si può dire che una grande cattedrale, costruita su codesti principii, eguaglia una splendida sinfonia di Beethoven.
L'architettura, dice Victor Hugo, è il vero linguaggio dei tempi che precedono la stampa, ed è per questo che io principalmente di architettura ho voluto cominciare a parlare. Ma se un'arte è potente è egli mai possibile che le altre giacciano nella abiezione della ignoranza? Una cosa è conseguenziale dell'altra, lo scibile si svolge multiforme ma parallelo. In una certa raccolta cromolitografata di monumenti delle province meridionali che si conserva nella biblioteca Marucelliana, fra le altre cose ho trovato un dipinto che appartiene all'undecimo secolo, e rappresenta precisamente Cristo, il quale salva l'adultera dal supplizio. La figura dell'adultera è concepita in un modo, che si potrebbe oggi dire assolutamente moderno. Questa donna guarda il Salvatore, tranquillamente seduto e riguardante lei, con l'aria di chi non si rende ben conto della situazione nella quale si trova. Si comprende in quell'atteggiamento tutta la storia della nuova evoluzione del pensiero. Quella donna conosceva la legge del suo paese, essa era rea confessa, quindi sapeva la morte che l'attendeva; la parola che l'ha salvata non è un vecchio cavillo di giurista o di scriba, è una parola nuova che ha paralizzato tutti quanti. Ai lati si vedono i farisei andarsene guardando torvi il Cristo, come se dicessero “Oggi ci hai assolutamente sconfitti, ma ci rivedremo a suo tempo„; essa invece guarda Gesù e lo guarda in modo, come dire “O che affare è questo?„ C'è un sentimento intimo in quella espressione. Ora questo sentimento di intimità, che è potente nell'arte nostra moderna, e costituisce forse l'unica gloria dell'attuale nostro risorgimento artistico, i bizantini lo hanno posseduto e lo hanno posseduto molti secoli prima di noi. Da questo voi vedete che il bello dell'arte bizantina non va cercato nella esatta proporzione, nella ritmicità dell'arte greca, o greco-romana, che deriva dal solo ed esclusivo sentimento della forma, mentre in questa deriva da un sentimento dell'anima. Noi dobbiamo concedere che essa è un'arte grande, la dobbiamo studiare, e credo di potervi star garante, o signori, che quanto più osserverete le cose di quel tempo vi troverete un gran diletto ed una grande fonte di delizie artistiche.
Leggendo più qua e più là, mi avvenne di trovare questo modo di definire la bellezza, modo esposto da un frate, che ha avuto fama ed ingiustamente di essere nemico delle arti. Questi è frate Girolamo Savonarola che passa quasi per un iconoclasta per i suoi celebri auto-da-fè; se il monaco ferrarese non sentiva l'arte nuovamente pagana, non per questo era meno artista nel suo concetto, e ve lo dice egli stesso con la sua propria bocca in una predica della quale vuo' leggervi un brano.
“Dimmi (sono sue parole) vorrei sapere cosa è bellezza; la bellezza non consiste solo nella formosità di una parte del corpo, ma è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenza delli membri e delle altre parti del corpo. Non dirai che la tal donna è bella per avere uno bello naso o belle mani, ma quando ci sono tutte le proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, troverai che è dall'anima.„
Voi vedete dunque, o signori, che questo mio sentimento era diviso da un grande uomo e grande pensatore già qualche secolo fa!
Passiamo ora a Pisa, giacchè a Pisa dobbiamo venire.