Da questo tempo, Venezia, orgogliosamente sicura della sua potenza e della sua forza, attirata nel vortice delle ambizioni, prese parte coll'autorevolezza de' suoi instituti e colla fama delle sue armi agli intrighi della politica e delle lotte italiane. Non era passato peranco il tempo degli alti concetti e delle ardite azioni, ma latente, nascosto, sotto apparenze fastose, v'era il germe del prossimo decadimento; la civiltà a poco a poco si facea corruzione e al sentimento della grandezza sottentrava la ostentazione della grandiosità.
E in fatti, i Veneziani aggiungono alle arti utili l'amore di più larghi studi, le compiacenze di un sapere più raffinato e il conoscimento delle arti belle, le quali sono un onesto modo per fiaccare il vigore degli animi. Quella Repubblica, da sì piccolo nido uscita a formare il più gagliardo Stato d'Italia, divenuta ricca di gloria e di quattrini, volle anche il lusso delle arti e tutti i godimenti della vita. Fatta eccezione per l'architettura, essenzialmente pratica, e, fra le arti, la sola congiunta agli ordinamenti civili e politici di un paese, le altre arti chiamate belle rado o mai sorgono nelle età e fra le genti, dove più vigoreggiano le virtù civili e militari. Non vi paia un paradosso, o signori, questa che, bene considerata, è una verità indiscutibile. Il dire che le arti sbocciano al caldo raggio delle virtù civili e del valore guerresco, è ripetere uno di quei luoghi rettorici, così frequenti nei giudizi della critica odierna. Di tai giudizi leggieri, tutti, e primo chi vi parla, o signori, siamo colpevoli. Ma chi ripensi con mente tranquilla si farà convinto che quando finisce la grandezza, incominciano le arti, le quali ornano i riposi dei popoli, accompagnano e confortano la decadenza delle nazioni.
Quando ci seduce il giocondo respiro del popolo allietato dall'arte, l'astro di Venezia impallidisce. Finchè fervea in ogni canto della città l'agitazione della gente affaccendata in negozi, che ci aveano a fare, tra quella vita rumorosamente operosa, le gentilezze della fantasia, le eleganze della cultura? Invece la luce del Bellini e del Carpaccio, di Giorgione e di Tiziano sfavilla quando le ricchezze, che prima servivano alle armi difenditrici del dritto o a provvidi instituti, scemavano a far prosperare le bellezze giocondatrici della vista. Del pari i più bei giorni della libertà milanese furono quelli della maggior decadenza dell'arte, la quale fiorì invece nel secolo XV, quasi conforto della perduta indipendenza.
E pure a voi, cittadini dell'Atene italiana, insieme ai bei tempi dell'antica libertà, appariranno, visioni luminose, i gran nomi dei vostri artisti e dei vostri poeti. Un po' di cronologia, o signori. Firenze difende gagliardamente la propria indipendenza fin dal 1115, nè i tumulti suscitati dall'aristocrazia feudale, introdotta in città, fiaccano la sua energia o la distolgono dall'instituire i suoi ordinamenti, guarentigia di libertà. Il Podestà, succeduto nel 1207, poteva sembrare una concessione fatta ai nobili feudatari, ma nella sua essenza era un magistrato repubblicano. Firenze non cede e non traligna. Continuano le discordie fierissime, ma esse anzichè rimpicciolir l'animo dei popolani, portano alla riforma della constituzione, compiuta sotto il nome di primo popolo. Seguono dieci anni di prodigiosa attività, in cui tutto vive in mirabile rigoglio, forse i dieci anni più gloriosi della storia italiana dell'età di mezzo. La gloria di Venezia durò più a lungo, quella di Firenze fu rapida, ma più intensa e più varia. La battaglia del 1260 che fece l'Arbia colorata in rosso, diè il primo crollo alla fortuna fiorentina. Sempre più fiere discordie, invano per un istante ritardate dalla generosa riforma di Giano della Bella, conducono a Firenze prima Carlo di Valois e poi Nicolò da Prato. Papa e imperatore si mescono nei viluppi della travagliata città. Nel 1313, un re straniero, Roberto di Angiò, la protegge, nel 1342 un signore straniero la opprime. Ben è vero che ai superbi e ai prepotenti, sapeva all'uopo, far abbassare le corna, e dalla cacciata del duca d'Atene alla morte di Ferruccio, la sua storia luminosamente il dimostra. Ma le sue forze si disperdevano, il valore era vano, la luce dell'ingegno tornava inutile a costituire quell'ordine equilibrato di forze, di valore, di ingegno, di virtù da cui sorgono gli Stati destinati a prosperare e a durare.
Ora, o signori, l'arte più meravigliosa d'Italia, splende appunto negli anni, in cui a poco a poco la libertà fiorentina va declinando. Giotto muore nel 1336, Filippo Brunelleschi nel 1346, Andrea Orcagna nel 1368. Lorenzo Ghiberti nasce nell'81, Donatello nell'83. Nicola Pisano, il Fidia italiano, nasce, è vero, nel secolo XIII, ma la meravigliosa opera sua fu fecondata assai più tardi.
Le sventure della patria si riflettono nella Divina Commedia. L'arte nasce dai contrasti, dai dolori, dalle difficoltà, dalle sventure! Se Dante fosse nato vent'anni prima, forse noi non avremmo il poema immortale. Allora, osserva il Carlyle, egli sarebbe stato priore o podestà di Firenze, amato e riverito da' suoi concittadini, ed al mondo sarebbe mancata una delle più grandi parole, che mai sieno state dette. Firenze avrebbe avuto un prospero magistrato di più e i secoli non avrebbero inteso la Divina Commedia.
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E pure a Venezia, l'arte splendeva anche nei primi tempi della forte giovinezza: anzi per chi bene osserva v'è uno strano contrasto, un profondo dissidio fra l'arte e la vita.
Parrebbe, a guardare i più antichi mosaici della basilica di San Marco, che nessun'arte sia stata nelle origini più della veneziana mistica e simbolica. In Toscana, la patria di chi imaginò il paradiso come un vasto deserto di luce teologica, ove come in fiamma favilla si vede, passano mistiche configurazioni di ruote, di aquile, di croci, di rose, nascono Giotto e Nicola Pisano, che sentono, studiano e ritraggono il vero. Nel gran tempio della Repubblica veneta, l'arte ha invece manifestazioni simili a quelle del paradiso dantesco; le navate sono piene d'oro, d'azzurro, di astri, di fiori. Sembra che il pensiero si lasci assorbire dalla fede, che il sentimento artistico si trasformi in delirio, che tutte le facoltà della mente sieno dirette alla contemplazione di Dio. Il simbolo si unisce alla visione, e quest'arte, agitata da sogni, non sembra l'arte di un popolo, ricco di salute e di energia, lieto di vivere, felice nella famiglia, orgoglioso della sua patria. Gli è, o signori, che negli albori della vita veneziana, l'arte, checchè ne dicano alcuni scrittori, sedotti dall'orgoglio paesano, non fu nazionale, ma importata da Bisanzio. Venezia sulle sponde del Bosforo portava armi e mercanzie, e Bisanzio mandava architetti e maestri di mosaico sulle rive della laguna. Erano bizantini, come quelli di San Marco, i mosaici della cattedrale di Torcello e di San Cipriano di Murano. L'arte bizantina, così malnota e calunniata, non deve essere considerata, come avviene di solito, quale un seguito del decadimento delle arti romane; essa apre, per converso, un'êra nuova, l'arte romana ringiovanita dallo spirito greco, un periodo grandioso nella vita artistica dell'età di mezzo.
Gli artefici bizantini, che ripararono in Italia, specie dopo la persecuzione degli iconoclasti, lasciarono monumenti insigni a Venezia, Ravenna, Parenzo, Grado, Milano e Roma. Fantastica arte, nella quale lo splendore non è scompagnato dalla grazia! Guardatela solo negli ornati. Una vivida fantasia lega e attorciglia, come in una creazione di sogno, fusarole, groppi, rosoni, caulicoli rampanti, croci, pesci, colombi, pavoni.