Quest'arte, trapiantata in Italia e assimilata dal genio nostrale, diede origine a quello stile, denominato appunto italo-bizantino, il primo frutto dell'arte dei magistri comacini.
L'arte bizantina splendette meglio che altrove a Venezia, nel maggior tempio della Repubblica.
Dopo le crociate, l'architettura s'adorna di nuovi incanti e di una graziosa diversità di forme. Venezia accoglie in sè le tradizioni dell'Oriente a quelle dell'Occidente; l'arte archiacuta, in leggiadra maniera, s'unisce allo stile orientale, e sull'arco bizantino della basilica marciana s'imposta l'arco a sesto acuto, colla sua ricca decorazione di sculture e di cesellature.
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Ma non ancora comparisce la personalità dell'artefice.
L'arte è di solito l'espressione di una potenza individuale, ma a Venezia, in questi tempi civilmente, commercialmente e militarmente gloriosi, e nei quali l'individuo sparisce di fronte alla società, l'arte è collettiva. Non un nome, un solo nome d'artista insigne ci arresta.
Chi fu l'autore di San Marco? Chi del Palazzo Ducale?
Il popolo, non il cittadino — l'associazione, non l'individuo.
Il pensiero individuale spariva, imperavano la fede e la patria, due concetti, che tutti gli altri assorbivano.
Così il Palazzo Ducale sorge a significare il concetto del governo, non l'idea di un artefice. L'edifizio sul quale, in pagine di marmo, è scritta la storia repubblicana, esprime l'aperta baldanza di quei guerrieri mercanti. La feudalità sospettosa, il comune ringhioso non lasciano la loro impronta sulla veneta architettura, la quale non inspira nulla di fiero e di severo. Il palazzo della Signoria di Firenze esprime un unico concetto, energico, determinato: si comprende che il disegno meravigliosamente severo scaturì dal cervello di Arnolfo, tutto di un pezzo, senza indecisioni, senza dubbi, senza incertezze. Quei merli doveano servire di schermo e di offesa; quella porta poderosa dovea serrarsi in faccia agli invasori della patria.