Per mastro Giotto, dipintor sottile,

Il qual condusse tanto il lavorìo

Ch'e primi intagli fe' con bello stile.

Nel trentasei, sì come piacque a Dio,

Giotto morì d'età di settant'anni,

E 'n quella chiesa poi sì seppellio.

Poi lavorò, è vero, Andrea Pisano, che il Pucci chiama solenne maestro, poi Francesco Talenti; ma se è vero il proverbio: chi ben principia è alla metà dell'opra, a Giotto si deve lasciare almeno la metà dell'onore. Ed il caro amico mio Cesare Guasti, il quale fu il più sincero amatore della verità, si sdegnava quando l'orgoglio delle scoperte critiche recava ingiuste offese alla fama degli uomini grandi. Povero Guasti! Mi rammento quasi trent'anni fa quante sere si passarono insieme d'inverno, scaldandosi al veggio, e rischiarati pallidamente da una lucernina. Leggevamo le vecchie carte dell'opera di Santa Maria del Fiore, i membranacei, i bastardelli, i quaderni. Ci si fermava volentieri alle ricordanze del provveditore Filippo Marsili, le quali principiano con l'aprile del 1354 e terminano col marzo del 1357. Era un buon uomo, senza dubbio, ma ostinatello l'antico provveditore. Registrava per memoria gli argomenti da trattare e, a riscontro, le deliberazioni degli operai; nè doveva riescire un comodo ufficio il suo, tanto a cagione della delicata responsabilità, quanto per causa della varietà degli incarichi. Gli operai, che mutavano di tratto in tratto, tiravano a fare a scarica barile, rispondendo spesso: Fanne come ti pare, oppure: Vorrassi procacciare, oppure: A' nuovi, a' nuovi, che voleva dire di rimandar la faccenda agli operai del prossimo mese. Ma il Marsili teneva duro. Sembrava che gli premesse, per esempio, una certa cappella di Dolfo di Bugliaffa. Ne parla nel febbraio, e gli operai rispondono: Lascia stare. Nel marzo ripicchia, e gli operai: Non ci pare che si faccia per niuno modo, e non ciene ragionare più. Nel giugno da capo, e gli operai, asciutti: No. Passano due anni, e il provveditore ancora: La cappella di Dolfo; ma gli altri: Mena per lunga, che noi non vogliamo, e già son fiacchi e piegano, perchè chi la dura la vince. Pure il Marsili si stancò e rinunciò ad essere provveditore, pregando, come egli scrive, caramente gli operai, che se di lui trovassero cosa meno che buona, non gliela perdonassero.

Seguono per un anno i ricordi d'un altro provveditore, Cambino Signorini, contro il quale la gente mormorava, tanto che egli medesimo invoca dagli operai che ritrovino la verità e puliscano chi à la colpa. La buona sorte vuole che le ricordanze dei due provveditori abbraccino il periodo più importante della ripresa dei lavori e porgano, intorno al nostro poco ameno argomento, molte singolari notizie.

Insomma nel 1355 Francesco Talenti (io non dubito, signori, che la storia del vostro Duomo, tanto ammirato da voi tutti i giorni, la sappiate assai bene), Francesco Talenti nel maggio assume l'impegno di fare un disegnamento o modello di legname per le cappelle di dietro: e se il modello piacerà gli si pagheranno 20 fiorini, et quando che non, tutto ciò che costa paghi il detto Francesco de' suoi propri denari. Non passano due mesi e il modello è già pronto; sicchè il 15 del luglio vengono chiamati ad esaminarlo cinque maestri, fra i quali lo scultore lombardo Alberto Arnoldi, e Benci di Cione, che costruì poi la Loggia della Signoria; ed il giorno appresso si chiamano altri quattro maestri, compreso Taddeo Gaddi, pittore; ed il giorno seguente altri cinque. Le tre mute diedero in iscritto il consiglio loro, poi si riunirono insieme; ma il provveditore ha l'ordine di stendere la nota di cento cittadini e religiosi, e chiamarli tutti a giudicare mercoledì mattina per tempo. Giudicarono che il detto disegnamento istà bene et è bene corretto e sanza difetto; perciò il modello si paghi, la quale cosa doveva far piacere al Talenti, che aveva spesso bisogno di chiedere quattrini in prestito, trattenuti poi dall'opera un tanto per settimana.

Nel giugno 1357 si riparla di murare la chiesa, di fare la chiesa tutta di pietre; e il dì 9, presenti i consoli dell'Arte della lana, cui molti anni addietro il Comune aveva dato in guardia l'opera di Santa Reparata, presenti gli operai e più altri cittadini, fu registrata dal notaio l'opinione di sei frati e di sette maestri.