Si tratta solo di misure nella quinta domanda. Occorreranno pietre più grandi o più piccole per le crociere del Mignot? Bastava prendere le dimensioni di ciascun pezzo e moltiplicare e sommare per ottenere le cubature e il confronto. Qui almeno, volere o non volere, bisognerà che tutti vadano d'accordo. O sì! Tre rispondono più grandi; uno molto più grandi; due più piccole, e c'è chi dice la differenza sarà minima. Passano a discorrere delle nuove costruzioni del camposanto, dietro l'abside del Duomo. Gli animi s'infiammano. Guidolo della Croce, acceso in volto, senza dubbio, e con voce stentorea butta in faccia ai deputati questa formidabile accusa: “Non è da maravigliare se in queste opere del camposanto e della chiesa ricorrono molti errori, dacchè avete accolto quali ingegneri dei pittori, dei carpentieri, dei tagliapietre, e dei fabbricatori di guanti.„

Lo Scrosato, anche lui, raccomanda di valersi dei valentuomini “non delle persone idiote, che si fanno chiamare maestri senza sapere niente„. E il Galletto pure si lagna dei protettori di maestri ignoranti. E si ode una voce gridare: “Bisogna togliere questo sempiterno vituperio della città.„ Uno fa per parlare, ma l'Alcherio, mettendogli la mano sulla bocca: “Non lascierò rispondere a nessuno prima che abbia parlato il Mignoto, che è il più degno fra tutti.„

Nel frastuono di tante voci adirate, fa un curioso contrasto la parola placida di Simone de' Cavagnera, il quale, come tutta la gente quieta, inclinava a rimandar la questione: Dicho che s'ha da convocà le persone che se intendono in questo, e odire ogni homo, e pigliare la miglior parte. Non gli pareva che avessero ragionato abbastanza!

Gli odii contro il parigino si addensano. Gian Galeazzo, che lo aveva difeso, occupato in altre assai più gravi faccende, lo abbandona; allora addosso. Gli scaraventano un atto d'accusa, gl'intimano di pagare grossi risarcimenti, lo destituiscono il 20 ottobre 1401 sequestrandogli ogni cosa. Non di meno, il valente, ma imprudente, spavaldo, spensierato e indebitato ingegnere parigino lascia, partendo, molti amici e ammiratori focosi, i quali indirizzano un furibondo reclamo al duca. Principia così: “Oh grande dolore, oh immensa falsità e malignità senza confine, e ingiustizia dei malvagi! Non sembra esservi oramai persona in questa città così grande ed in tutta la patria, la quale alcunchè s'intenda dell'arte del disegno e della geometria, nè della virtù si curi in qualsivoglia modo, nè dell'onore.„ I due architetti italiani della fabbrica, Marco da Carona e Antonio da Paderno, sono chiamati ignoranti, rozzi, sozzi, del tutto idioti nell'arte loro, falsi testimoni, incettatori di quistioni; i loro protettori sono chiamati iniqui, malvagi, mentitori, ed eccoli nominati uno ad uno, deputati alla fabbrica, nobili, cittadini milanesi, ed officiali della fabbrica stessa “i quali già da molti anni, come se gli altri fossero tutti insufficienti, continuano a servire sempre nei medesimi incarichi contro gli ordini, che stabiliscono doversi gli officiali mutare d'anno in anno. E se uomini valorosi, il gran Conestabile e Facino Cane con tutto il loro esercito, volessero cavarli dal loro seggio, non vi riescirebbero, tanto sono infissi colà, e così bene ingannano l'Eccellenza Vostra, il vostro Comune di Milano, e la fabbrica, arricchendo sè medesimi„.

Questo documento, il quale continua un pezzo sul medesimo tono, è singolare per più rispetti. Innanzi tutto, la violenza sua contro uomini rivestiti di pubblici uffici, fra i quali il Tignosio, niente meno che luogotenente del Vicario di Provvisione, apparisce tale da far pensare che un simile reclamo, accolto pazientemente da Gian Galeazzo, principe assoluto e non mellifluo, verrebbe senz'altro respinto oggi dai principi e dai loro ministri. Curioso il cenno al gran Conestabile ed a Facino Cane, ove l'ira si trasforma in sarcasmo; curioso un cenno alla poca facondia del Mignot, raro difetto in un parigino anche allora; strano il disprezzo per i maestri italiani in un tempo sì ricco di ammirabili opere nostrane. Fatto sta che il duca trasmise al Consiglio della fabbrica il fierissimo documento, il quale venne letto in generale adunanza, mentre stavano in faccia gli uni agli altri accusatori e accusati.

Signori, conoscevate bene le perplessità, le contraddizioni, le battaglie seguite nella costruzione del vostro campanile e della vostra divina Santa Maria del Fiore, e avete udito ora quelle che accompagnarono la grande opera del Duomo di Milano. Eppure da questi tre monumenti, cui posero il genio e la mano tanti artefici diversi d'intelletto, di studii e d'animo, si sprigiona una grandiosa, una piena armonia, nella quale non c'è cosa che strida o che stoni. Come mai dalle opposizioni tenaci e dalle lotte accanite nasceva nel Trecento la concordia della bellezza? Come mai oggi non ci riesce di trovarla nemmeno nelle opere uscite da un solo cervello?

Vorrei, secondo le mie forze, rispondere a questi due ardui quesiti. Non abbiate paura, signore gentili: lo farò, chi lo sa? un'altra volta.

Fine.

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