V'è ad ogni modo un nesso storico, che, se non per le cause, avvince a sè pei nomi tutti quei fenomeni di guerra e di rivalità dovunque prodotti.

Per dugent'anni almeno, e se dicessi trecento forse non esagererei, la storia d'Italia è dominata, corrotta, avvelenata da un dualismo fondamentale le di cui origini sono misteriose, indeterminata la fine, il dualismo fra i Guelfi e i Ghibellini.

Le contese possono nascere per qualsivoglia ragione, svolgersi in qualsivoglia ambiente, proporsi qualunque scopo, qualunque interesse, — finiscono per esser classificate secondo una di queste due parole. Uomini, regimi, passioni, delitti, benefizi, non isfuggono a questa alternativa; avranno carattere guelfo o carattere ghibellino. Uno scrittore sarà guelfo, un altro ghibellino. E il senso morale andrà così traviato da queste mistiche nomenclature, che agli occhi dei Guelfi come a quelli dei Ghibellini parranno virtù od eroismi i misfatti compiuti a danno della parte contraria.

Come e quando siano stati veramente applicati questi due nomi alla varietà delle discordie italiane, non è ben chiaro.

L'ipotesi più verosimile è che venissero d'Alemagna; dove, nel castello di Weiblingen, era nato Corrado il Salico, antenato degli imperatori di casa Sveva; mentre i Welf, di Baviera, e imparentati colla casa d'Este, avevano disputato nientemeno che a Federico II la corona imperiale.

Forse quella divisione germanica scese in Italia appunto coi primi eserciti condottivi da Federico II. E l'attitudine ostile da lui presa forzatamente contro i pontefici, unita alle terribili memorie lasciate in Italia dall'antenato suo Barbarossa, diede subito al dualismo italiano un carattere che certo non aveva il dualismo tedesco; cioè un'impronta quasi di libertà nazionali sotto gli auspici dei papi alla parte guelfa; un'aspirazione di potere dispotico, sorretto dagl'imperatori stranieri, alla parte ghibellina.

Verso la metà del secolo XIII cominciano i cronisti italiani a trovare in questo dualismo la ragione storica degli avvenimenti che espongono: ed è già cominciato il 1500 che ancora in alcuni paesi italiani, come a Milano, il nome dei guelfi e dei ghibellini è attribuito a personaggi contemporanei.

Nulla v'era di meno stabile di queste classificazioni, città e famiglie passavano, secondo la logica degli interessi, dall'una fazione all'altra o ritornavano alla fazione antica. Dante, come già dissi, era uscito da un ambiente guelfo per entrare nella politica ghibellina. Uberto Pelavicino, ghibellino fierissimo, s'era inscritto nella crociata guelfa, per combattere gli Ezzelini. Lo stesso Federico II, il prototipo del ghibellinismo, aveva cominciato il suo regno, difendendo il pontefice contro le pretese di Ottone IV.

Nondimeno, nelle sue grandi linee, la divisione politica fondamentale rimane in Italia impersonata dai Guelfi, di simpatie pontificie, e dai Ghibellini, di simpatie imperiali. Così gli antipapi son ghibellini, sono guelfi ordinariamente gli antimperatori. Le guerre di Stati, di città, di famiglie finiscono per assumere una di queste denominazioni, per la necessità di trovare alleanze e solidarietà. Col tempo le prime ragioni spariscono, i fatti nuovi fanno dimenticare gli antichi. Ma le denominazioni rimangono, come bandiere di lotta, se non come vincolo di opinioni.

L'uomo, e specialmente l'uomo italiano, è cosiffatto che ama nascondere sotto una rigida differenza di parole la sconfinata elasticità del suo pensiero politico.