Questo era vero nel 1300 e nel 1400 come è vero nel 1891.

Probabilmente al nome di guelfi e di ghibellini s'erano acconciate le popolazioni italiane quando un po' di fede le animava a sostegno dell'una causa o dell'altra, e per questa fede si sapeva combattere e morire.

Ma, sopravvenuti gli scetticismi politici del Rinascimento, e sostituito nella vita pubblica il concetto utilitario alla lotta di parte, quelle denominazioni di un antico dualismo dovettero parere alle masse popolari italiane una specie di sciarada storica che non cercavano di approfondire.

E certo gli scrittori politici dovettero continuare, per abitudine, l'uso di siffatte denominazioni, assai tempo dopo che ogni caratteristica di guelfi o di ghibellini era scomparsa dalla fisonomia delle cose e delle persone.

Come accade — lasciatemelo dire — a parecchi pubblicisti moderni, i quali traggono da un antico dualismo di Destra e di Sinistra criteri offuscatori di una situazione politica, sfuggita di sotto a quei nomi, e intonata a forme nuove di pensiero e di avvenire.

Chi dice uomo dice dissidio; e non può essere che transitoria, come la pace di Paquara o il baiser Lamourette, una fase di unanimità. Però il progresso morale influisce su questa legge umana in due modi: temperandone le asprezze personali e sostituendo intenti elevati a passioni volgari.

Ho dovuto richiamarvi, per la necessità del mio tema, a pagine dolorose del nostro passato, e forse dovrei chiudere, come il Prati:

Se iniqua storia vi raccontai,

Quello ch'è storia non cangia mai.

La nostra generazione però ha cambiato anche la storia, ed ha fatto dell'Italia un paese, che pochi pensatori avevano desiderato, che nessuna moltitudine aveva sognato mai.