E conculcato quasi ogni vicino.

. . . . . . . . . . . . . . .

Ch'el sangue fiorentino

Purghi ogni sua più velenosa scabbia

E noi siam franchi da cotanta rabbia!

La voce del rimatore politico è avvalorata da due ben più gagliarde, levatesi già al principio e verso la metà dello stesso secolo, quelle di Dante e del Petrarca. L'uno, imprecando anch'esso, ma con tutt'altro animo, alla sua città, che gli si era fatta matrigna, e predicendole grandi sventure, le faceva intendere come le terre soggette, non meno che i nemici, le augurassero ogni male:

Tu sentirai di qua da picciol tempo,

Di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E a tutti predicava in ogni forma, secondo il suo ideale politico, fraterna pace e giustizia. L'altro similmente lamentava, tra le peggiori piaghe d'Italia, la folle superbia di soprastare e la cupidigia di taglieggiare i vicini più deboli; per le quali imprese gli Stati italiani, quando fu scritta la canzone (cioè secondo ogni probabilità fra il 1344 e il 45) solevano già adoperare le armi mercenarie delle soldatesche di ventura:

Qual colpa, qual giudicio, o qual destino