DI MARCO TABARRINI

Signore gentili e signori,

La vita morale dell'uomo ha presso a poco le stesse leggi che governano la natura fisica. Tutti più o meno abbiamo l'età in cui fioriscono le facoltà della mente, come piante vigorose in terra vergine; alla quale succede poi quella che ne matura i frutti; finchè si arriva alla vecchiezza che non ha più nè fiori da sbocciare, nè frutta da cogliere. Chi nacque col bisogno di fare qualche cosa nel mondo, di non seppellire nell'ozio il danaro dell'ingegno che gli fu concesso, se rifà con la mente la storia della sua vita intellettuale, si accorgerà facilmente che tutte le risoluzioni più efficaci di operosità di pensiero, tutti gli argomenti di studi geniali, si produssero in lui nella gioventù, vera primavera della vita, quando le forze dell'intelletto sono ancor fresche, e si ha fiducia in sè stessi e negli altri. I disegni più arditi, gli studi più faticosi son propri di quella prima levata dell'ingegno giovanile, che poi si coloriscono e si compiono nelle età successive, se un felice concorso di circostanze favorisce la buona volontà. È questa presso a poco la legge di produzione dei frutti dell'ingegno, dai più alti ai più umili.

E anch'io, per quanto ultimo degli ultimi, quando fui onorato dell'invito di fare una conferenza di argomento storico in questa cara Firenze, ove, se non ebbi la fortuna di nascere, ricevei però il battesimo della vita civile, dolente di rispondere con un rifiuto, mi diedi a riandare i miei studi giovanili, per vedere se tra i lavori incominciati ed interrotti per le vicende della mia vita, che ho dovuto consumare tutta in cure disparatissime, alcuno ne trovassi che potessi riprendere oggi, e ridurre alle proporzioni di una conferenza tollerabile. Fra il disordine di carte polverose trovai certi studi sulle consorterie del medioevo, incominciati con molta pazienza trent'anni sono, quando non mi mancava il tempo di consultare biblioteche ed archivi. Su questo tema mi aveva messo il mio maestro di diritto romano Pietro Capei; il quale mi ammonì che poco avrei trovato nei libri, e che bisognava cercare la materia negli statuti e negli atti pubblici e privati dei secoli XIII e XIV. Mi posi con grande amore in queste ricerche, e tanto mi si allargarono tra mano che il materiale raccolto fu piuttosto eccessivo che abbondante. Ma ripresi oggi quelli studi, presto dovei accorgermi che tutta quella congerie di testi e di documenti non faceva ora al caso mio, e che, tenendomi su quella via, non ne avrei potuto cavare un discorso tollerabile anche da uditori indulgenti. Allora pensai che altro non mi rimaneva da fare che trarre da quelle minute ricerche le conclusioni più logiche ed evidenti, lasciando da parte quasi tutta la preparazione erudita. Così se il mio discorso perderà gran parte della sua importanza scientifica[4], avrà però il merito di non annoiarvi soverchiamente, e, sacrificando la vanità di erudito, di trattenervi sopra un argomento poco noto di storia patria, senza tedio e stanchezza.

La gran mole dell'Impero romano nel quale si era conchiusa la sintesi della civiltà pagana, era caduta pezzo per pezzo sotto la spada dei barbari, aiutata dall'odio delle provincie soggette a Roma. La rovina fu lenta, perchè le forze che sostenevano quell'enorme edifizio vennero meno a poco a poco; e la distruzione si arrestava talvolta per qualche tempo, per riprendere poi con maggiore impeto l'opera sua. Il Cristianesimo guardava quasi con indifferenza questo sfacelo di un mondo che non era il suo, aspettando di poter ricostituire sopra altri fondamenti una nuova civiltà. Alla fine del VI secolo si può dire che la dissoluzione dell'Impero romano fosse compiuta. Roma, presa due volte dai barbari, privata dell'Imperatore e dei Consoli, non era più il capo del mondo, e con lei si spegneva lo spirito latino che aveva informato la civiltà da lei imposta alle nazioni. Un avanzo dell'Impero durava ancora sul Bosforo, nella città di Costantino, ma poco o nulla aveva di romano; e la sua vita morale si alimentava degli avanzi della civiltà greca ed orientale, infeconda nella sua decrepitezza, e sulla quale i Teologi consumavano l'opera deleteria dei Sofisti antichi.

La caduta dell'Impero latino lasciò un gran vuoto nel mondo, e l'umanità smarrita non sapeva per qual via incamminarsi per trovare nuove ragioni di civiltà e nuove forme di reggimento. Di costituito non c'era altro che la Chiesa, la quale, forte del principio che le dava vita, custodiva la tradizione latina, e preparava l'avvenire. Questo periodo di sgomento e di incertezza, è rappresentato nella storia da due secoli di oscurità e di paura, nei quali non si scorge altro che la violenza di chi opprime e l'avvilimento di chi si lascia opprimere.

Finalmente allo spirare del millenio, sopra questo campo insanguinato, in questo rimescolarsi confuso di vincitori e di vinti, cominciano a disegnarsi le prime forme civili, e si mostra l'embrione d'una società nuova. È naturale che dalle genti germaniche le quali avevano disfatto l'Impero romano, venisse il concetto dei nuovi organismi sociali; poichè la forza era nei vincitori, e chi vince colla spada nel campo dei fatti seguita a vincere nel campo delle idee. Senza fermarci a discutere quali elementi di vita propria portassero nel mezzogiorno dell'Europa le razze germaniche conquistatrici, a noi basterà notare come al finire dell'XI secolo, anche in Italia, la nuova società si fosse costituita a forma feudale, la quale era quella che meglio rispondeva ai sentimenti e al costume di quelle genti. Debolissima e quasi obliterata l'idea dello Stato unitario, della suprema potestas, come i Romani l'avevano intesa, i feudi la rappresentavano frantumata nelle famiglie. Non più la respublica divisa in provincie, in municipii, in colonie, ma un impero nominale diviso in marche, ducati e contee.

È inutile per noi la ricerca se il feudo venisse dal beneficio latino, se il colonato si mutasse in vassallaggio. Quello che importa di stabilire è chi fossero i marchesi, i duchi, i conti; chi fossero i vassalli, di chi si componesse il popolo libero.

Le irruzioni dei barbari in Italia avevano proceduto con forme diverse, producendo molta varietà di effetti. Alcune erano di eserciti che si aprivano la via con la spada; altre di popoli che scendevano ad occupare le terre abbandonate o non difese. Le prime eran passate come uragani distruggitori, le altre con occupazioni violente, avevano sovrapposto un popolo sull'altro. Gli Eruli e i Vandali, dopo aver corsa l'Italia, si erano dispersi nell'Africa; i Goti, dopo un regno effimero semi-romano, erano passati in Spagna; i Longobardi avevano preso stanza nella Valle del Po, da questa erano entrati, passando l'Apennino, nella Valle del Tevere; e coi ducati di Spoleto, di Benevento e di Salerno, avevano invaso anche l'Italia meridionale. Il regno da essi fondato durò due secoli. Distrutto da Carlo Magno, rimasero i vinti nelle loro sedi accomunati ai vincitori, coi quali avevano comune il sangue; e pesarono ambedue sulla misera plebe del popolo di razza latina. In Italia dunque, verso il mille, c'era un popolo vinto che serviva, e un'accozzaglia di vincitori che dominava. I vincitori, seguendo l'antico costume germanico che aborriva dal chiudersi nelle città murate, si erano sparsi per le campagne, e nei contadi avevano ascritto alla gleba i coltivatori delle terre, appropriandosene i frutti. Nella città era rimasto il popolo che esercitava le arti e i mestieri, ingrossato da quanti vi avevano cercato rifugio nelle prime invasioni.

Questa divisione etnografica prendeva forme civili dall'organismo feudale prevalente; ed ogni signore teneva il feudo come un piccolo Stato, sicuro nel munito castello, intorno al quale formicolavano le turbe dei vassalli. Le città uscirono da questa rete di piccole signorie, sebbene fino a un certo tempo anch'esse avessero i conti; ma forse più come magistrati che come signori.