I signori dei grossi feudi erano di stirpe longobarda o franca, e i loro titoli di signoria risalivano alle prime conquiste; poi seguivano quelli che erano venuti cogli imperatori e singolarmente cogli Ottoni, ed erano rimasti in Italia gratificati di feudi per afforzare il partito imperiale. C'erano poi signori feudali di razza latina, ed eran quelli tra i più ricchi che avevano ottenuto, per premio di devozione o per moneta, concessioni feudali dagli imperatori di Alemagna nelle loro frequenti discese in Italia; e c'erano finalmente i Vescovi e gli Abati, baroni e conti dell'Impero, pei quali era sorta la gran quistione delle investiture ai tempi di Gregorio VII. Inferiori a questi pullulavano una miriade di conti, di cattani, di militi, e di lambardi i quali o si erano arrogati la signoria di piccoli borghi o casali ai tempi della conquista, o avevano ottenuto subinfeudazioni di terre dai maggiori feudatari.
E tutti questi o per diritto di conquista o per leggi e consuetudini del diritto feudale, esercitavano giurisdizioni mal definite, o meglio un potere arbitrario che non aveva limiti, e contro il quale non c'era riparo possibile; perchè l'Imperatore che soprastava a questo esercito di prepotenti, era lontano e senza forza; i suoi Vicari tiranneggiavano per conto proprio; e il Papa, difensore naturale dei deboli e degli oppressi, doveva difendere sè stesso.
Sotto queste diverse categorie di soprastanti che comandavano, stava nei contadi la plebe dei vassalli, forse avanzo degli antichi coloni latini, e di piccoli proprietari spossessati dalla violenza delle conquiste. I miseri legati alla gleba che bagnavano del loro sudore, si compravano col fondo come il bestiame e gli altri strumenti di produzione. Ed ove i feudi avevano lasciato qualche tratto di terre franche, c'erano proprietari liberi che coltivavano il fondo con le proprie braccia, o lo facevano coltivare da lavoratori non ascritti alla gleba. La libertà e la proprietà erano sicuramente grandi benefizii per questa classe media posta tra i signori di feudi e i vassalli; ma libertà e proprietà non difese da poteri pubblici erano di poco valore, e non li francavano dalle angherie dei feudatari, che li taglieggiavano nelle vie, ai passi dei fiumi, ai mulini; o turbavano i confini dei campi con frequenti usurpazioni. Queste violenze ci sono insegnate dagli statuti dei Comuni, che più tardi ne ordinarono la repressione. Risparmio le citazioni per diminuire la noia di chi mi ascolta. Voglio però notare come il linguaggio del tempo facesse palese l'indole tutta feudale che aveva assunto la società; contado ( comitatus ) era la signoria del conte; contadini ( comitatini ) gli abitanti delle terre del contado. La parola vassallo, per quanto sappia, è rimasta viva soltanto nel dialetto romanesco, nel senso di uomo vile e spregevole; perchè a Roma, l'antica baronia durò potente più che altrove, mentre in Toscana feudi e vassalli sparirono troppo presto per lasciar traccia nella lingua.
Mi resta ora a parlare delle città che erano rimaste immuni dal regime feudale. Nelle città desolate dalle prime invasioni, e ridotte senza mura, perchè non potessero essere centri di difesa, erano rimasti gli avanzi del popolo latino, il quale viveva esercitando i mestieri ed il commercio, da cui aborrivano gli invasori, e serbando le tradizioni d'una civiltà la quale, se non era bastata a liberarli dalla barbarie irruente del settentrione, almeno li consolava nella presente miseria con la memoria dell'antica grandezza. Che gli artieri e i mercanti della città conservassero le tradizioni latine e l'orgoglio del loro sangue, e che poca presa vi facessero le leggi e le costumanze barbariche, almeno per ciò che riguarda la Toscana, mi pare indubitato. Qui meno che altrove i conquistatori presero stanza; qui prima che altrove rifiorirono le industrie e i commerci; e finalmente qui ebbe vita la lingua volgare che più si avvicinava al latino. Se a questo si aggiunge l'azione del Clero, il quale di continuo, e colla lingua rituale e con la poca coltura che possedeva, richiamava le menti al passato, e le professioni della legge personale ammesse nella legislazione carolingia, si avrà una serie di argomenti per dimostrare che gli spiriti latini continuarono negli animi del popolo della città, anche nei tempi più tenebrosi della barbarie.
Questo popolo cittadino, come abbiamo già notato, si componeva di proprietari liberi di beni nel contado, di mercanti e di artieri. Il clero ed i notari ne formavano, a così dire, la parte colta, sebbene la loro coltura andasse poco più in là del leggere e dello scrivere. Ciò che mancava a questa gente operosa, che nelle città smantellate non si teneva sicura, e nel contado andava soggetta alle vessazioni dei signori feudali, era principalmente la tutela degli interessi; e come questa tutela non la trovavano nell'Imperatore lontano ed impotente, nè tampoco nei suoi Vicari, intesi sopratutto a mantener vive le ragioni imperiali in Italia, senza alcun riguardo alla soddisfazione dei popoli, furono condotti a cercarla in sè stessi.
La stessa fiacchezza del potere imperiale, che dopo gli Ottoni, impigliato nelle guerre interne e nella gran lotta coi papi, esercitava ben poca azione sulle città italiane, prestò occasione agli uomini delle città prima di chiedere privilegi, come di rialzare le mura diroccate, poi di batter moneta, e inoltre di vendicarsi in libertà, e di costituirsi a Comune, cioè con un reggimento proprio che provvedesse ai comuni interessi. Questo felice rivolgimento che segna il principio di una grande epoca nella storia italiana, accadde sulla metà del secolo XI; e fu il risvegliarsi dell'idea del municipio latino, forse non del tutto spenta anche sotto le dominazioni barbariche, come si vede dal primo magistrato creato dai Comuni liberi, che furono i consoli, nome che non veniva sicuramente dalle foreste germaniche.
Come e quando si costituisse il Comune di Firenze, meglio che dagli altri storici antichi è stato messo in chiaro dai recenti studi del Villari, del Santini e del Del Lungo, nè io voglio ripetere qui quello che da essi fu scritto. A me basta rammentare, come, appena costituito il Comune, i Fiorentini videro bene che la nuova libertà bisognava difendere da due potenti avversari che l'avrebbero prima o poi insidiata ed oppressa; dall'Imperatore che avrebbe quando avesse potuto rivendicata la sua autorità, e dai signori feudali che impedivano al Comune di espandersi nel contado. Perciò, all'Imperatore lontano, contrapposero la Chiesa e la lega degli altri Comuni guelfi della Toscana, ed ai signori feudali vicini ruppero subito una guerra implacabile.
Ed infatti la dieta di San Genesio che costituì la lega delle città guelfe, è del 1172, ed è il primo grande atto del Comune di Firenze, che avesse effetti i quali passavano gli stretti confini del suo territorio; atto che imitava in più esigue proporzioni la Lega Lombarda, che appunto in quel tempo era uscita vittoriosa dalla guerra contro l'Imperatore Federico. Ma prima ancora della lega guelfa, il Comune aveva cominciato le guerre feudali. Fino dal 1107 si erano abbattuti i castelli di Pogna e Montegrossoli nel Chianti, e di Monte Orlandi a Signa; e in quel torno si disfà il castello di Cambiate nel Mugello e se ne cacciano i Cavalcanti. Si fabbrica Montelupo a fronteggiare gli Alberti di Capraia, e nel 1135 si rovina il castello di Monteboni, costringendo i Buondelmonti a venire in città e starvi da cittadini. Queste guerre erano feroci e si combattevano col ferro e col fuoco; e sulle prime le difese dei signori erano disperate, perchè vedevano nella vittoria del Comune la loro rovina; ma poi fatti accorti che ogni resistenza veniva meno di fronte a quegli impeti popolari che sempre si rinnovavano, alcuni piegarono ad accordi, ed il Comune li ricevette in accomandigia, che è quanto dire garantì loro la proprietà della terra, ed essi diedero fede al Comune di essere suoi difensori. Così furono accomandati i conti di Mangona e di Vernio, e più tardi i Ricasoli di Brolio ed altre potenti famiglie. E questa politica di guerra contro i feudatari non mutò mai per mutare di governi in Firenze, per oltre due secoli. Quando Pistoia fu aggregata al contado fiorentino, nel 1331, si disfanno i castelli della Montagna, e lo stesso accade nel 1339 quando Firenze ebbe Arezzo; i Tarlati e i Barbolani furono ricevuti in accomandigia, e agli Ubertini, ai Pazzi di Valdarno, ai conti della Faggiola e di Montefeltro, fu vietato di accostarsi ad Arezzo meno di dieci miglia.
Oltre a snidare i magnati dai castelli, pensò il Comune di diminuirne la potenza, emancipando i vassalli da ogni servitù, dichiarandoli liberi nella persona e nello stato, e vietando loro, sotto pena di lire mille di fiorini piccoli, di vendere per qualsiasi titolo, a tempo, o in perpetuo la loro libertà. L'atto dei Priori delle arti ha un proemio dottrinale sul diritto naturale dell'uomo ad esser libero e sull'interesse che ha lo Stato ad avere liberi cittadini anzichè servi, che parrebbe scritto nel secolo XVIII, mentre ha la data del 1279 e meriterebbe di essere testualmente riferito, non fosse altro per dimostrare che le dottrine di libertà erano note ed applicate in Italia, cinquecento anni prima che fossero proclamate in Francia dalla Rivoluzione; ma se io lo recitassi qui nel barbaro latino del notaro imperiale Bonsignore di Guezzi che lo scrisse, annoierebbe la cortese udienza, e voltato in italiano perderebbe il suo carattere e la sua importanza. È giusto poi di notare che in questa emancipazione dei vassalli, il Comune di Firenze fu preceduto dal Comune di Pistoia che la dichiarò nel 1205, e dal Comune di Bologna che fece lo stesso nel 1256; e della grande contentezza che questi atti produssero nelle popolazioni rurali, si ha la prova nell'appellativo di paradiso di gioia che ebbe a Bologna il libro ove si scrissero i nomi dei liberati.
L'emancipazione dei vassalli recise i nervi della potenza feudale, perchè tolse le braccia che essa armava in sua difesa e ad offesa degli inermi. Ma conseguenze economiche anche più benefiche ebbe quell'atto per il contado fiorentino. I signori non avendo più i contadini in loro balìa, nè potendo loro imporre la cultura dei campi come servigio obbligatorio, doverono patteggiare con essi, e diedero le terre in affitto, o in enfiteusi, o a colonia parziaria ( partiarius colonus ) per via di contratti di mezzeria ( locatio ad medium ) che poco differiscono da quelli tuttora in uso tra noi. L'enfiteusi, o come poi si disse il livello, creò gran numero di proprietari nelle terre e nelle ville, i quali a poco a poco fatti ricchi col risparmio, formarono quella grassa borghesia campagnuola che diffuse poi l'agiatezza in tutta la Toscana; mentre la mezzeria diede vita ad una classe numerosa di lavoratori liberi, quasi condomini coi padroni delle terre, che con loro ne dividono i frutti: nullum justius genus reditus, quam quod terra, cœlum, annus, refert, come dicono le carte del tempo.