Raramente, ma pur qualche volta, le consorterie si disfacevano per comando dell'autorità pubblica; come si rivela dallo Statuto di Siena, libro detto la catena, che annulla la consorteria dei Galeazzi, protetta dal duca di Milano, e vuole che ne sia tolta l'arme dentro quindici giorni, con la pena di scudi mille per chi contro facesse.

Le questioni sulla consorteria si portavano ai tribunali ed erano decise dai magistrati. Nel 1453 le due famiglie Capponi e Vettori, ricorsero di comune accordo ai tribunali, acciò dichiarassero che non v'era tra loro nessun vincolo di consorteria, per non aver divieto agli uffici della Repubblica. Si allegava che le due famiglie non avevano avuto interessi comuni altro che di mercatura fino dal 1314, e che non avevano mai tenuto a briga insieme. A ciò si opponeva la pubblica opinione che le aveva sempre riconosciute come consorti, e l'arme comune che si vedeva in certe sepolture di San Jacopo sopr'Arno, e che si vede ancora.

I giudici sentenziarono che i Capponi e i Vettori non erano di presente, nè erano mai stati consorti, ma poi, con manifesta contraddizione, mantennero alle due famiglie il divieto dei tre uffici maggiori, gonfaloniere, priore e collegi.

Invoco l'indulgenza di chi mi ascolta per questo tritume di erudizioni storiche; ma in parte è colpa dell'argomento mal definito dai cronisti del tempo; che non si può illustrare altrimenti che raccogliendo fatti minuti dalle carte antiche per trarne qualche conclusione che sia di lume alla storia.

Come abbiam visto, l'aristocrazia feudale si era quasi tutta rassegnata a vivere in città; e chiusa in palagi muniti, rafforzata con la consorteria, stava in mezzo ad un popolo libero come nemica. Voleva soprastare negli uffici maggiori del Comune, e quando non riusciva con le male arti, ricorreva alla violenza. Erano due razze diverse costrette a vivere sullo stesso terreno, con istinti e passioni non pur diverse ma contrarie. Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini rinforzarono questa divisione, e diedero un nome e una bandiera alle parti che già esistevano. Tutto questo ci conduce a dubitare della sentenza del Balbo, il quale ritiene che, dopo la pace di Costanza, la fusione delle razze in Italia fosse fatta, e l'unità morale della nazione ormai costituita. Per compire questa fusione e questa unità ci vollero i secoli della servitù domestica e straniera, la quale, pesando su tutti, fece scordare, nei comuni dolori e nelle comuni umiliazioni, le antiche divisioni d'origine e di sangue.

Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini più che odii di famiglia erano un portato del tempo. La gran contesa tra l'Impero e la Chiesa che divideva il mondo d'allora, sotto forme diverse divideva le città, i contadi, le famiglie. Coll'Impero stavano tutti i signori di feudi, tutta l'aristocrazia che aveva antichità di nome e di ricchezza, sia per affinità di razza, sia perchè nell'Imperatore riconosceva il suo capo naturale, come quello dal quale venivano le investiture. Colla Chiesa stavano i popoli di recente costituiti a Comune, che avevano tradizioni latine, e che nel Papa riverivano il capo della loro fede, il fautore e il difensore della loro libertà. Il Comune di Firenze nacque naturalmente guelfo, perchè il popolo vecchio che lo costituì era di spiriti latini e di molto sentimento religioso. Sulla religione dei ghibellini, c'era molto da dire, e ne sia prova Guido Cavalcanti.

I guelfi di Firenze, dopo la vittoria di Campaldino, ebbero in mano il governo del Comune per parecchi anni. I ghibellini tentarono più volte di rilevare il capo come partito politico, facendo testa agli Uberti che erano i più potenti; ma il popolo li ributtò sempre, e nel 1251 ne cacciò dalla città i caporali, e poi nel 1258, abbattute le case degli Uberti presso il Palagio, li bandì tutti; e fu questo il primo esempio dell'esilio di tutta una parte. Allora i ghibellini si raccolsero a Siena, e aiutati dal re Manfredi che mandò loro il conte Giordano con buona mano di Tedeschi, vinsero nel 1260 a Montaperti. I guelfi, decimati da quella sconfitta, si ritrassero volontariamente a Lucca, senza aspettare la vendetta dei vincitori.

E le vendette pur troppo arrivarono pronte e terribili. Rientrati i ghibellini, manomisero le proprietà dei guelfi, case rovinate in città, possessioni devastate in contado; tanta ira di distruzione non si era mai vista. I Pazzi di Valdarno tentarono di riattaccare alla gleba i contadini, che il Comune aveva emancipato. Ma questa baldanza durò pochi anni. Rotto e morto il re Manfredi a Benevento, la fortuna dei ghibellini cominciò a declinare, e i guelfi, aiutati da Carlo d'Angiò, ripresero animo; e cacciato da Firenze il conte Guido Novello, vicario imperiale, ebbero soli il governo del Comune. I ghibellini impauriti uscirono dalla città, ed il governo guelfo si impadronì di tutti i loro beni e ne fece una massa che divise in tre parti: ed una ne assegnò al Comune; una ne diede ai suoi per risarcimento dei danni patiti; della terza fece il patrimonio della parte. E questo fu l'atto più audace e più astuto che i guelfi consumassero contro i loro avversari; rappresaglia crudele dei mali sofferti e mezzo efficacissimo per mantenersi in mano il potere.

Intanto il reggimento del Comune si faceva sempre più popolare. Il vicario del re Carlo aveva instaurato il governo dei Buonuomini, al quale si sostituì nel 1282 quello più largo dei Priori delle arti. Assicurato così il dominio della parte guelfa nel Comune per l'abbassamento dei ghibellini, le lotte interne non ebbero più il colore politico, e si combatterono unicamente tra la parte aristocratica e la popolare. Non è più quistione d'Impero o di Chiesa, ma di grandi e di popolo.

E contro i grandi o magnati, come allora si diceva, cominciarono quelle leggi d'odio e di rancore che il popolo, memore delle antiche offese, chiamava di giustizia. Nel 1285 si impose alle famiglie dei grandi di città e del contado di dare malleveria pecuniaria al Comune per tutti i malefizi che si potevano commettere dai loro componenti maschi maggiori di età; e non si creda che queste leggi ferissero pochi; poichè il Buoninsegni ci dice che nel 1338, erano 1500 i nobili che sodavano, cioè davano garanzia per grandi al Comune. Finalmente nel 1292 si proposero da Giano della Bella e si vinsero nei Collegi gli ordinamenti di giustizia. Giano della Bella di buona famiglia ed antico popolano era in quel tempo il maggior cittadino di Firenze, così scrive Coppo Stefani, e veramente egli è rimasto nella storia di Firenze una delle più nobili figure. Egli era dei Priori nel 1293, e, per la difesa della parte popolare e per contenere i grandi senza rispetto al colore politico, fece passare gli ordinamenti che furono una legge d'eccezione contro l'aristocrazia, non domata dalle battiture precedenti. Le disposizioni di questa legge sono contrarie ad ogni principio di giustizia, ed apparisce chiaramente che questa era un'arma di guerra in mano ad una fazione che voleva abbattere gli avversari. Le consorterie furono attaccate nel loro principio, ed ove era la solidarietà dell'offesa e della vendetta, si pose la solidarietà della pena. La famiglia e la consorteria pagavano per maleficio dell'uomo. Alla casa dell'esecutore era una cassetta dove ognuno poteva deporre accuse contro i grandi; ogni otto giorni si apriva, e sulle accuse trovate si faceva inquisizione. Per la prova del reato bastava un solo testimone de visu o due testimoni di pubblica voce e fama. Contro la procedura non si ammettono eccezioni. Il potestà deve dare sentenza dentro cinque giorni, e le sentenze sono inappellabili. Le pene in gran parte pecuniarie sono gravissime; vietato l'accatto dei partigiani per mettere insieme la somma. Per l'uccisione di un popolano, condanna nel capo e devastazione dei beni, che, devastati, cedono al Comune. Per ferite gravi, se si può aver il reo, gli si recida una mano, se è fuggito, paghi la famiglia e la consorteria 2000 lire; per ferite lievi 1000 per ferita.