A fare eseguire gli ordinamenti, si istituì il Gonfaloniere di giustizia, con 1000 popolani armati al suo comando. Quando succedeva un malefizio, si suonava la campana a martello e l'Esecutore andava con buona mano di gente armata a casa del colpevole e la faceva abbattere fino alle fondamenta. Queste ed altre feroci disposizioni, ora aggravate, ora mitigate secondo i tempi, si leggono nel testo degli ordinamenti di giustizia, che furono la legge di più lunga durata che avesse la Repubblica fiorentina, giacchè erano in parte sempre in vigore quando fu spenta.

Che pace e che tranquillo vivere potessero portare alle città questi ordinamenti che pur si dicevano fatti a quel fine, è facile immaginare. I grandi male potevano tollerare quella oppressione ed empirono la città di tumulti; nei quali soffiavano i popolani grassi, come li chiamavano, cioè quelli che nella mercatura avevano fatto ricchezze e che avevan seguito nel popolo. Già trapelavano le ambizioni di questa classe di cittadini, che invidiava il nome e la grandigia delle famiglie dei magnati, e ad esse si accostava quando poteva farlo senza pericolo. Ma se si veniva alle mani, allora erano col popolo per dividere con lui i frutti della vittoria. Così in uno dei tanti tumulti di questi tempi, avendo il popolo assalito le case asserragliate dei Frescobaldi nei Fondacci di S. Spirito, nè potendosi dagli assalitori venire a capo di espugnarle, i Capponi che avevano le case accosto, ruppero il muro comune, e lasciarono che il popolo, passando per quella rottura, prendesse i Frescobaldi alle spalle e li cacciasse. L'uomo di maggior conto che tenesse il campo in quelle opposizioni armate dell'aristocrazia magnatizia, fu senza fallo Corso Donati, guelfo, di poca ricchezza, ma capo d'una consorteria numerosa potente. Natura fiera e superba, egli presenta il tipo di quei nobili violenti, avvezzi a farsi ragione colle armi, che non sapevano rassegnarsi ad esser comandati da gente minuta in farsetto. Di lui dice lo Stefani, “che aveva gran seguito e grande grandigia, e che, per gli ordinamenti di giustizia, non poteva esser grande quanto gli pareva di meritare„.

Ucciso nel 1308 Corso Donati, non per questo cessarono le offese e le vendette. I popolani, armati degli ordinamenti di giustizia, adoperarono quest'arma senza misericordia. Poco sangue si sparse, ma un gran numero di famiglie andarono in rovina, consumate dalle condanne o pene pecuniarie esorbitanti. Gli ordinamenti, come abbiam visto, avevano per fine di escludere i grandi dagli uffici del Comune, di disfare le consorterie dando divieti ai consorti e facendoli solidali nelle pene; e di difendere i popolani dai soprusi dei grandi. Questi fini furono raggiunti, ma, coll'escludere un'intera classe di cittadini dal governo, e metterla fuori dal diritto comune nelle pene, si perpetuarono le discordie e gli scandali. Eppure, quando quelle leggi furono proposte, da alcuni buoni mercatanti ed artefici desiderosi di vivere in pace, dei quali fu caporale Giano della Bella, come dice il Buoninsegni, se ne sperava una gran bene. Coppo Stefani peraltro meglio avveduto dice che ogni male di Firenze è proceduto dal volere gli uffici, e poi avuti, ciascuno a volerle per sè tutti e cacciarne il compagno.... Sotto colore di Guelfi si sono ammoniti uomini detti Ghibellini, non per altro fine che per avere per sè gli uffici; e si è trovato l'ammonire e il confinare, e il porre a sedere, e il divieto degli uffici.

I nobili, stanchi di questa oppressione, e delle leggi iniquie fatte a lor danno, e la parte popolare desiderosa di crescere favore a sè stessa togliendolo agli avversari, condussero alcune famiglie potenti a farsi popolari, e furono come tali ricevute dal Comune, a patto che rinunziassero alle loro consorterie, e mutassero il nome e l'arme. Queste condizioni per casate antiche, orgogliose del loro nome, erano umilianti, ma di poco effetto, quando la consorteria continuava a sussistere nelle famiglie che restavano dei grandi. Anche nelle armi e nel nome si fece poca mutazione; come può vedersi da queste famiglie che tolgo da lunghi elenchi. Gli Agli presero il nome di Scalogni, i Tornaquinci quello di Tornabuoni, i Mannelli quello di Pontigiani, perchè avevano le case a Pontevecchio, i Cavalcanti quello di Cavallereschi, i Bostichi quello di Buonantichi. E come per grazia i grandi potevano essere fatti popolani, così per pena questi si facevano dei grandi, per colpirli con le ammonizioni e coi divieti.

Gli ordinamenti di giustizia durarono in pieno vigore fino al Duca di Atene, che non li abrogò ma li applicava a capriccio. Dopo la cacciata di lui, furono ravvivati, e inaspriti sotto il governo dei Ciompi, ultima espressione della democrazia fiorentina. Nel governo degli ottimati, che successe ai Ciompi, furono assai mitigati secondo i tempi, ma nessun governo osò mai di abolirli, perchè il popolo non lo avrebbe consentito, considerandoli come la carta delle sue libertà. Quando a Roma Cola di Rienzo voleva restaurare la repubblica, chiese al Comune di Firenze le leggi con le quali si governava, ed il Comune gli mandò gli ordinamenti, che a nulla valsero per il tribuno; il quale se aveva a Roma la baronia feudale come a Firenze, non aveva il popolo risoluto a conquiderla e a renderla impotente.

Sotto le ferree disposizioni degli ordinamenti, anche le consorterie a poco a poco piegarono, e dopo essere state la forza dei grandi nella lotta coi popolani, rimasero poco più che un legame tradizionale di famiglia, che poi si sciolse col tempo. Ed infatti questo arnese di guerra civile, potente finchè durò la lotta di due principii, non ebbe più valore, quando, annientata la fazione feudale, la contesa si ridusse alla supremazia di famiglie appartenenti a quel popolo grasso che era rimasto incolume sul campo, pronto a dividersi le spoglie dei vinti.

Nè altro senso hanno le discordie che si videro nei tempi susseguenti tra gli Albizzi, gli Strozzi, gli Alberti, i Ricci e i Medici. Era questione di sapere quale di queste famiglie sarebbe stata la famiglia principe che avrebbe dominato sulle altre; il popolo aveva cessato di essere attore, ed era divenuto strumento delle private ambizioni.

Quando si pensa che le agitazioni e i tumulti nei quali stette il Comune di Firenze per quasi tre secoli, furono il periodo storico per lui più glorioso, una grande ammirazione ci prende per la fortezza di quegli uomini, i quali, fra gli orrori della guerra civile, sapevano arricchire coi loro commerci, innalzare monumenti d'arte che le pacifiche età susseguenti non hanno saputo emulare, e attendere alle arti e agli studi preparando il Rinascimento. Non si può fare paragone di quei tempi coi nostri, nè pronunziare giudizi di confronto che sarebbero temerari. Quello che si può dire, senza fallo, è che i caratteri si formavano a quella rude scuola, e che la fortezza dell'animo era sempre maggiore delle sventure. La vita allora tra la guerra, le condanne e gli esigli, sicuramente era dura, ma non trovo che nessuno si uccidesse per uscirne. Il suicidio è quasi ignoto nel medioevo. Grande era in quegli uomini la virtù del sopportare; e se Dante scrisse fra i dolori dell'esiglio il suo divino poema, mille altri minori di lui ed anche di povero ingegno, si aiutarono come poterono ad uscire da quella stretta senza mai disperare di nulla.

Nella storia fiorentina l'ammirazione di noi posteri, è tutta per quel popolo pieno d'ingegno e di coraggio che instaura nel Comune la sua libertà e la difende contro tutti. Ma per essere giusti convien dire che anche in quell'aristocrazia feudale era gran forza di resistenza, e nature d'uomini gagliarde e fieri caratteri; e se la parte popolare avesse saputo ammansirli e dar loro un posto nell'assetto del Comune, forse ne avrebbe cavato una milizia formidabile nelle guerre esterne, e la Repubblica non sarebbe caduta in mano dei capitani di ventura che furono la peste d'Italia. Ma i fiorentini mercanti aborrivano dalle armi, e le domestiche credevano pericolose per la libertà, mentre avevano danari per pagare le mercenarie.

Fatta questa riserva, noi dobbiamo essere riconoscenti a questo popolo che al principio del secolo XIII, costituiva il Comune libero, scioglieva i vassalli dal vincolo feudale, emancipava i servi dalla gleba, ed abbatteva l'aristocrazia feudale compiendo quel riconoscimento dei diritti umani, che altrove si fece, ed a qual prezzo! parecchi secoli dopo. La Toscana deve a questa prima infusione di democrazia, quel sentimento di libertà e di eguaglianza civile, che si innestò alle sue tradizioni e che rimase nei suoi costumi, più forte della mutria spagnuola portata dai Medici. Ed anche ai tempi nostri, in mezzo alle utopie dei socialisti che agitano la moltitudine pasciuta di folli speranze, noi possiamo mostrare con orgoglio, come prodotto di quell'epoca memorabile la mezzeria, che ha resistito a tutte le vicende, e che è anch'oggi l'unica soluzione pratica, non imposta da leggi, non escogitata dai filosofi, ma figlia del buon senso dei nostri maggiori, della questione eterna del capitale e del lavoro della terra, che all'Irlanda costa lacrime e sangue.