Dalla prima Lega Lombarda in poi s'hanno altri esempi e frequenti di leghe di Comuni, quella di San Donnino, quella di San Ginesio in Toscana, quella per aiutare Innocenzo III. È bensì vero che ne sono aiutati talvolta anche Ottone, anche Federico, e che si hanno altresì leghe di Comuni contro Comuni. Ma infine questa forma persiste. È forse essa che potrà riordinare stabilmente l'agitata vita dei Comuni italiani? Oibò! Le leghe sono uno spediente transitorio. Gli odii sopravvivono; lo strazio persiste; per le più futili cagioni i Comuni si combattono, ed una caricatura profondamente storica, nonostante i suoi anacronismi, è la Secchia Rapita del Tassoni, che tutti conoscono. Non basta! La lotta è anche dentro il Comune, permanente, indomabile, fra classe e classe, fra una contrada e l'altra, fra una casa e l'altra. Non importa contare le sette od ottomila guerre di Comuni, che ha noverato il Ferrari. Bastano i versi di Dante:
E l'un l'altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Come fa, ciò nonostante, a vivere il Comune? Eppure, non soltanto vive, ma oggi è guelfo, domani è ghibellino, a seconda che l'una o l'altra parte prevale, e nondimeno questo nocciolo centrale, quest'unità primitiva, che si chiama Comune, non si dissolve. Oh, vorrei ben vedere quanto resisterebbero oggi a tali prove i nostri grandi congegni parlamentari ed amministrativi! Quell'unità del Comune ha pur dunque saputo imporsi alle divisioni delle parti. Perchè non potrebbe un'unità superiore imporsi ai Comuni? Non ha già il Comune una autorità unificatrice nel Potestà, che per i patti di Costanza era imperiale ed ora è suo? non è il Podestà straniero per rappresentare appunto una giustizia superiore ai partiti? e perchè non si può avere un Podestà straniero e più alto, che molti Comuni rispettino? Potrebbe essere un gran papa, se Innocenzo III non fosse morto. Sarà invece un grande imperatore? Sarà Federico II? È questo, o signore, il suo gran tentativo. Chi potrebbe osarlo meglio di lui? “È il più italiano, dice il Del Lungo, anzi il solo italiano fra quei Cesari ghibellini„; ha sangue normanno e tedesco nelle vene, è nato in Italia, è imperatore in Germania, è re in Sicilia, è, soggiunge il Lanzani, sveglio e immaginoso come un Italiano, ardito e scaltro come un Normanno, scettico come un Greco, voluttuoso come un Arabo, tenace come un Tedesco; è bello, cultissimo, parla cinque lingue, ha il pensiero libero, la mente sagace, pochi scrupoli, diplomazia sopraffina. Quale attitudine gli manca ad una grande impresa, come quella di pacificare i Comuni e riunirli sotto di sè, egli, che è già signore diretto di così gran parte d'Italia? C'è di più. Federico ha il concetto dello Stato laico ed accentratore (le sue costituzioni melfitane del 1231 lo dimostrano) quasi come un moderno. Non ha, non vuole ombre medievali intorno a sè, ma gaiezza, luce, amore, poesia. Fra le più rabbiose contese reca un alto senso di tolleranza scettica e filosofica. Predilige le scienze, le arti, le lettere, tanto che v'ha chi anche oggi sostiene che la poesia italiana è nata alla sua Corte. Quanto a me, quest'opinione ho per troppo assoluta; e il fatto m'è sempre sembrato assai più complesso, e non così determinabile di tempo e di luogo. Comunque, l'affermazione di Dante è in suo favore ed è tutto dire, sebbene la poesia aulica siciliana sia assai povera di contenuto e la più aduggiata d'influenze straniere. Ma ciò non scema nulla all'agile ingegno di Federico, che, curioso e indagatore, ama, oltre le lettere, la scienza, non solo nelle sue indagini pazienti, ma ancora nei suoi deliri. Si tiene accanto uno dei più grandi ingegni del tempo, Pier delle Vigne, e dal nulla lo solleva ai primi onori. Ha una corte splendida; gli fa corona una figliuolanza bellissima; ben sedici figliuoli gli conta il Raumer, lo storico degli Hohenstauffen. I cronisti e i novellieri del tempo lo ammirano. “Lo vidi una volta e lo amai„ dice fra Salimbene, che pure era guelfo ardentissimo. Tutto questo, o signore, vi indica una personalità straordinaria, una figura, che non ha riscontri in tutto il nostro Medio Evo. Ma che giova tutto questo agli intenti di Federico? Con lui scoppia la terza lotta fra il Papato e l'Impero, e le grandi qualità personali di Federico divengono quasi altrettanti delitti, dei quali i Papi lo tacciano. Con tre di essi specialmente ebbe briga, per usare l'espressione dantesca. Ma se con Onorio gli bastò destreggiarsi, con Gregorio IX e con Innocenzo IV fu una guerra a morte e nella quale Federico ebbe la peggio. Era il pupillo dei Papi, il Re dei preti, lo chiamavano per beffa i Guelfi tedeschi: i Papi s'erano covata essi in seno, come dicevano, questa serpe, ma a proposito della Crociata, sempre promessa e sempre differita, Gregorio IX (che non è un don Bartolo come Onorio, ma ha nelle vene il sangue d'Innocenzo III) lo scomunica tre volte in un anno e dalla scomunica Federico si appella (gran novità anche questa) alla pubblica opinione, segno certo, che questa si veniva mutando. Tant'è che nel giugno 1228 Federico, benchè scomunicato, parte per la Crociata, e questa è condotta da lui, anzichè come una guerra, come un negoziato diplomatico, degno di un principe sapiente, cristiano e tollerante. Ma è uno scomunicato, che invece di massacrar gli infedeli, ha trattato con essi. Che importa, se ha riacquistato Gerusalemme e il sepolcro di Cristo? Non avesse contro di sè che questa lotta così pazzamente insensata, Federico forse la supererebbe, ma quando vuol ricondurre i Comuni dell'Italia ai patti di Costanza, che s'erano già pian piano rimangiati, egli si trova a fronte d'una seconda Lega Lombarda. Come domarla? Gli mancano gli aiuti feudali di Germania. Venissero; la lega chiude i passi delle Alpi. Non resta se non poggiarsi sul partito Ghibellino, che è dentro ai Comuni. E allora dove se ne va l'ideale del Podestà supremo, del principe pacificatore? Il Papa stesso, che non è più arbitro del regno di Sicilia, dove troverà aiuto contro l'Imperatore? Nei Guelfi dei Comuni. Il fatto delle discordie italiane trascina dunque per forza nel suo stretto campo, contaminato d'odii e di sangue, le grandi potestà universali del Medio Evo. E con esse tutti vi sono trascinati egualmente, chè anche i grandi feudatari non hanno forza, se non s'aggrappano alle fazioni lottanti nelle città. Ezzelino da Romano, bizzarro ceffo di tiranno in
Quella parte della terra prava,
Italica, che siede in fra Rialto
E le fontane di Brenta e di Piava,
è un Ghibellino; come gli Este son Guelfi. L'Imperatore lotta colle forze che ha. I Comuni invece con vera soppiatteria e perfidia italiana (gli stranieri hanno questa volta ragione di chiamarla così) porgono di nascosto la mano al ribaldo figlio dell'Imperatore, che gli si è ribellato in Germania; infamia, nella quale almeno, dice il Raumer, il violento ma onesto Gregorio IX non trescò. Con tutto questo Federico vinse la seconda Lega Lombarda a Cortenuova il 27 novembre 1237. È la rivincita di Legnano codesta? Mai più! Anzi, mandando a Roma in Campidoglio, come alla sua capitale, le spoglie opime di Cortenuova, Federico allarma ed irrita sempre più il Papa, che non ha più ritegno nella lotta, e lo scomunica, lo destituisce dal regno e dall'Impero, gli cerca ovunque competitori, lo denuncia per ateo, eretico, epicureo, maomettano, gli bandisce contro una crociata, e indice un concilio, mentre l'Imperatore dal canto suo fa mandare a picco le navi, che vi portavano cardinali, vescovi e prelati. Morto Gregorio, la lotta è continuata da Innocenzo IV, nè d'altro lato l'Imperatore riesce a domare i Comuni, i quali colla battaglia di Parma del 1248 vendicano anzi Cortenuova e infliggono all'Imperatore un disastro irreparabile. Oramai la stella di Federico tramonta; sventure pubbliche, sventure private, tutto gli si accumula addosso; lo stesso suo figlio Enzo, bello, cavalleresco, valoroso, amore del padre, idolo dei poeti e delle donne, è sconfitto a Fossalta e cade prigione dei Bolognesi, che non lo restituiranno mai più. Fu l'ultimo colpo — e tanta ruina abbuiò anche la generosa indole di Federico; lo rese sospettoso, feroce, sicchè è di questo tempo la morte di Pier delle Vigne, il consigliere più illustre, l'amico più fido dell'Imperatore, che improvvisamente gli cade in disgrazia ed il cui supplizio rimane un'onta per Federico, quasi come quello di Boezio per Teodorico. La cagione fu e rimane un mistero. Fra i contemporanei si credette Pietro vittima dell'invidia e della calunnia, ed oggi l'Huillard Breholles, l'illustre storico di Federico e di Pier delle Vigne, conferma quest'opinione, che fu pur quella professata da Dante, il quale incontrando Pier delle Vigne in Inferno fra i suicidi, si fa dire da lui:
E se di voi alcun nel mondo riede
Conforti la memoria mia, che giace