Ancor del colpo che invidia le diede.
L'Imperatore morì l'anno dopo, negli ultimi del 1250. Di lui riparlerò conchiudendo. Basti qui che con lui scompare la più grande forse e la più complicata figura di tutto il Medio Evo. È la figura di un vinto? Nella lotta fra Impero, Papato e Comuni il vincitore vero è pel momento il Comune, ma Federico segna la prima riscossa del principio laico contro il principio teocratico, e questa è la sua vera vittoria.
Ben lo sentono i Papi e non daranno più tregua alla dannata razza degli Svevi. Sembra un fato di tragedia greca che, al pari di quella degli Atridi, incalzi questa famiglia, e gli epigoni di Barbarossa scompaiono uno dietro l'altro misteriosamente. Rimangono in Germania un fanciullo di nome Corradino, figlio di Corrado di Svevia e di Elisabetta di Baviera, ed in Italia, Manfredi, figlio naturale di Federico II, legittimato in punto di morte. Corrado era morto in Italia (vero cimitero degli Svevi) contrastando ai Papi, insieme con Manfredi, il regno di Sicilia, e intanto, durante il grande interregno dell'Impero, passerà più di mezzo secolo prima che l'Italia riveda un Imperatore tedesco. Ha usurpato Manfredi il regno di Corradino? La questione è dubbia, ma inclinerei ad ammetterlo. Non per nulla Manfredi è figlio di Federico e di una bella e astuta Siciliana! Ma la corona di Sicilia non se l'era forse guadagnata? e chi l'avrebbe difesa dal 1250 al 1258 contro le furie del Papa, se non era questo giovane ventenne, erede dell'ingegno, dell'avvenenza, della scaltrezza e del valore del padre? Pensate, o signore, in che temperie sociale e politica egli deve agire. Egli è in Italia, si voglia o no, il rappresentante del principio ghibellino e d'altra parte pei Ghibellini è un usurpatore. I Guelfi lo temono, ma temono assai più i vecchi e feroci feudatari ghibellini, uno dei quali, Ezzelino da Romano, osa innalzare fin su Milano le sue mire ambiziose. Il Papa, implacabile sempre, maledice Manfredi, come ha maledetto in fasce Corradino, e intanto fra così fiera lotta di passioni selvaggie, turbe infinite di flagellanti percorrono le città, implorando pace e perdono. Le leghe guelfe s'accosterebbero a Manfredi, ma la sua coronazione, che pare l'accenno d'una riscossa Sveva, rianima i Ghibellini, i quali coll'aiuto di Manfredi vincono il 4 settembre 1260 la battaglia di Montaperti, la qual vittoria è la fine di quello che i nostri cronisti chiamano il vecchio popolo di Firenze ed il principio del secondo popolo, fattosi in pochi anni “così vigoroso (scrive Cesare Paoli, pubblicando quel prezioso monumento di storia, che è il cosiddetto libro di Montaperti ) da compiere prima che termini il secolo la sua evoluzione guelfa e democratica coll'istituzione del Magistrato dei Priori delle Arti, da affermare la sua nuova e grande potenza colla battaglia di Campaldino„; la rivincita guelfa, in cui, secondo la tradizione, anche Dante ha combattuto.
Dopo Montaperti e la morte del Papa Alessandro IV si svolge la breve fortuna di Manfredi. Egli è sul trono; parte ghibellina prevale; la sempre torbida Roma ha cacciato in esilio la corte Papale; Manfredi marita sua figlia Costanza a Pietro d'Aragona (altre nozze che avranno conseguenze importanti); egli stesso, Manfredi, mortagli Beatrice di Savoia, sposa Elena, greca e discendente dei Comneni. Mai la casa di Svevia era stata così potente in Italia, e in questa breve tregua Manfredi si volge alle più civili arti di regno coll'intuito, il buon gusto, l'alacrità del padre. Sembrano rinati i più bei tempi della corte di Federico; il re è il più gentile cavaliere d'Italia; sua moglie una delle più belle donne del mondo. Intorno a questi due giovani tutto è festa, luce, musica, amore, poesia. Perchè non potrebbe Manfredi stendere da mezzodì al centro e a settentrione d'Italia la sua egemonia, determinando la conciliazione dei due partiti? È un bel sogno anche questo, che forse attraversò la mente di Manfredi, ma si dileguerà come un sogno! Manfredi pure non è in realtà che un capo di parte. Di suo, proprio suo, non ha che la sua spada, i Saraceni di Lucera e i mercenari tedeschi. Ha un bell'essere e sentirsi italiano. Pei popoli d'Italia è un tedesco; pei Papi è il figlio di Federico II, e durante quattordici anni i Papi gli cercano un competitore, battendo a tutte le porte, finchè Urbano IV, un papa francese, si volge a Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia e conte di Provenza. Costui è un principe cupido, valoroso, violento e già dalla Provenza al di qua delle Alpi ha distesa la mano rapace su parecchie città del Piemonte. Non è senza virtù; ha vigor d'animo e di corpo, e Dante, così avverso a questo primo Angioino ed ai seguenti, salvo Carlo Martello, amico suo personale, ce lo indica come colui dal maschio naso, il nasuto, certo però con intenzione non benevola, al pari del figlio Carlo II, il zoppo, indicato pel Ciotto di Gerusalemme; al pari del nipote Roberto, che sebbene noto nella storia coll'attributo di savio e di buono, Dante disprezza come un qualunque pedante coronato, chiamandolo re da sermone.
Istigato dall'ambiziosa moglie, che ha tre sorelle regine e vuol essere regina essa pure, soccorso con ogni mezzo, lecito ed illecito, da due papi francesi Urbano IV e Clemente IV, Carlo d'Angiò muove alla conquista del regno, e sebbene Manfredi raccolga ogni mezzo di difesa, Carlo passando senza inciampo per
Ceperan là dove fu bugiardo
Ciascun Pugliese,
lo raggiunge a Benevento e il 26 febbraio 1266 lo sconfigge, e Manfredi muore, combattendo da eroe. Onorando da soldato il valore infelice, Carlo volle dar sepoltura al corpo di Manfredi. Glie la negò invece il legato del Papa. Ma al di sopra di questi odii selvaggi, al di sopra di queste atroci intolleranze, che inferociscono anche contro un cadavere, si solleva, come la giustizia di Dio, la giustizia di Dante, che assolve Manfredi nei suoi versi immortali.
Carlo d'Angiò, atteggiatosi subito come capo di parte guelfa in Italia, appena assestate con mano di ferro le faccende del regno, va in Toscana in persona, ma intanto al Papa non paga il tributo, non fa la Crociata, si mescola a tutta la politica italiana. Da tale amico mi guardi Iddio, deve dire il Papa! Ma è tardi a pentirsi! Nel regno però il malcontento è grande e con lagrime di coccodrilli si rimpiangono Manfredi e gli Svevi. Ne approfitta il giovinetto Corradino, e spinto dal tristo fato della sua casa viene in Italia. Parve da prima arridergli la fortuna. A Carlo d'Angiò ch'era, come ho detto, in Toscana, si ribellò mezzo il regno, l'isola di Sicilia andò in fiamme, ma Carlo accorse come un fulmine, e il 23 agosto 1268 vinse Corradino sui campi Salentini, nella battaglia, che erroneamente ebbe nome da Tagliacozzo, come ha dimostrato il Ficker, correggendo a questo proposito gli errori topografici del Raumer e dei suoi predecessori. Rientrato nei confini romani, Corradino si rifugiò nella Torre d'Astura, ma tradito da un Frangipani e consegnato a Carlo, il 29 ottobre 1268, senz'alcuna forma di giudizio, checchè si sia preteso in contrario, fu giustiziato sulla piazza del mercato di Napoli come un volgare predone di strada. Che parte ebbe il Papa Clemente IV in questo delitto, che tale è veramente? Molti lo accusano. Il Del Giudice, così benemerito dei documenti Angioini e così autorevole illustratore di questa catastrofe, lo assolve; ma è in punto oscuro di storia, tanto più che il pietoso e breve romanzo di quest'ultima vittima Sveva, eccitò, come doveva, la fantasia popolare, che vi ricamò attorno ogni sorta di leggende, fra le quali basti ricordare quella del guanto, che Corradino getta dal patibolo ed è raccolto da Giovanni da Procida, il futuro e dubbio eroe dei Vespri Siciliani. Ciò dimostra però che tra i due fatti la coscienza popolare intravvedeva un rapporto, che in realtà è storico, anche se, come l'Amari ha provato, Giovanni da Procida è bensì intermediario fra la malcontenta baronia siciliana e le cupidigie aragonesi, ma non l'eroe dell'improvvisa e spontanea insurrezione siciliana, che nel 1282 troncò il volo alle ambizioni di Carlo d'Angiò, le quali oramai da occidente ad oriente parevano non avere più limiti. Ma la separazione della Sicilia è il primo segno della decadenza angioina, perchè, nonostante una guerra interminabile, la Sicilia non fu ricuperata, e quando, salito al Papato Bonifacio VIII, al debole successore di Carlo I d'Angiò fu dal Papa chiamato in aiuto un altro avventuriere francese, Carlo di Valois, tutto finì nell'abbietta pace di Caltabellotta, la quale lascia la contesa come la trova, e di cui, ora invocandola ora violandola, sapranno ben avvalersi gli Aragonesi. Certo la loro ambizione fu più fortunata ed accorta di quella del Papa loro nemico, quel peccatore di grand'animo, strumento e vittima della lega guelfa fra la Chiesa e la Francia, che Dante mise ancor da vivo in Inferno, sebbene compassionasse in lui la dignità del Papato vilipesa nel sacrilegio d'Anagni. Trinciandola da Gregorio VII, Bonifazio VIII non ne fu che la caricatura, perchè all'alto ideale di quel Papa non surrogò che cupidigie e passioni personali, delle quali anche Firenze portò la pena e nelle quali il Papato non guadagnò che l'abbandono di Roma e la schiavitù d'Avignone. Chi aiutò molto a far durare questa schiavitù e ne trasse profitto fu re Roberto di Napoli, figlio di Carlo II d'Angiò e il più notevole dei successori di Carlo I. Fra le satire e le invettive dantesche contro Roberto e le lodi che gli tributavano il Petrarca, fatto da lui incoronare poeta, ed il Boccaccio, vissuto alla sua corte e che adombrò nel Filostrato la storia dei suoi amori con una figlia naturale del re, il giudizio può rimanere un po' incerto, ma guardando ai fatti si conferma che quel titolo di re da sermone, affibbiatogli da Dante, non gli tornava poi tanto male. Potenza ebbe molta; occasioni a farsi grande non gli mancarono; l'animo gli mancò. Non seppe riacquistare la Sicilia; non seppe nè mantenere, nè assodare l'ascendente che esercitò nei primi anni dal suo regno in Roma, in Toscana, in Lombardia. Ai tentativi dei Ghibellini, di Arrigo VII, di Lodovico il Bavaro, di Giovanni di Boemia contrastò con fortuna; ma se Convenevole da Prato, il maestro del Petrarca, interprete d'una necessità, che da molti allora doveva essere sentita, lo preconizzò in un poema latino come futuro capo d'un gran regno, non napoletano o siciliano soltanto, ma italiano, certo è che mal poteva rispondere a cosiffatto ideale, e in quel tempo, un re dotto bensì e letteratissimo, protettore di poeti e scienziati, ma timido, non guerriero, e che non aveva lasciata altr'arme in mano ai suoi sudditi che una mazza di legno per difendersi dai cani.
Di Giovanna I, la donna dai quattro mariti, che colla tragica morte espia le colpe della giovinezza, di Ladislao, le cui cesaree velleità Firenze seppe a tempo frenare, di Giovanna II, che come dice il Cipolla, fra l'impero dei favoriti, le gelosie dei cortigiani, le sanguinose gare dei principi, la guerra esterna ed interna, e l'universale anarchia, precipita la ruina degli Angioini, non ho più tempo a parlare e varcherei del resto i limiti cronologici che mi furono assegnati.