Mi affretto dunque a conchiudere, chiedendovi scusa se per quanto io me ne sia ingegnato, non m'è riuscito d'esser breve quanto avrei voluto.

Ho cominciato dal parlarvi di Federico Barbarossa, archetipo d'imperatore tedesco, affinchè poteste meglio apprezzare il carattere italiano di Federico II e di Manfredi. V'è in questa trasformazione dei nipoti di Barbarossa tale vittoria della civiltà latina sul germanesimo, che vi colpisce per la sua rapidità e i suoi effetti. — Rendere italiano l'impero, come tentò Federico II, era un concetto degno d'una gran mente, ma era un concetto utopistico. Ad ogni modo, se non il Comune, il Papa era per certo un ostacolo insuperabile, ed è perciò che fu talora creduto avere Federico mirato ancora a cumulare in sè Papato ed Impero. In Manfredi invece v'è in realtà un momento, in cui si direbbe davvero possibile per la casa di Svevia assumere tale egemonia italiana da raccogliere sotto di sè tutta la penisola. Se non che anche Manfredi è storicamente collegato al ghibellinismo, ha contro di sè il Papato e l'Italia comunale. Non può riescire e non riesce.

La vittoria definitiva dei Guelfi dopo la battaglia di Benevento porta alla maggiore altezza la civiltà dei Comuni, principalmente in Toscana, ma è pure preparazione alle signorie nell'Italia superiore. È in quella vittoria guelfa che si fonda l'autorità di parecchi Podestà e capitani del popolo, i quali si mutano in signori, e l'esempio del principato e di una corte italiana, dato da Federico II e da Manfredi, non è senza efficacia a formare il tipo del signore e delle corti italiane, che qua e là divengono centro di civiltà e di splendido vivere.

L'età di Federico II e di Manfredi è uno dei momenti di più operosa vitalità politica italiana, sia per l'azione sveva e ghibellina, sia per la reazione comunale e guelfa. Questa vitalità per l'improvviso apparire della casa d'Angiò rimane interrotta, perchè vien meno uno degli elementi della lotta, vale a dire l'Impero, e gli altri, il Comune guelfo e il Papato, s'adagiano più tranquilli all'ombra della nuova monarchia guelfa. Qual'è l'azione di questa nuova venuta nella storia d'Italia? A torto o a ragione tutti si volgono, come eliotropi, a questo sole nascente. Che meraviglia? Sia giusto o no, il mondo è dei forti e (come ha di recente dimostrato il Merkel in un lavoro di assai belle e originali ricerche, in cui prende in esame le storie, le cronache, le canzoni dei trovèri, dei trovatori, dei minnesingeri e dei poeti, che cantarono nel provenzale nativo o nel nuovo volgare italiano) la caduta materiale degli Svevi s'accompagnò con la loro caduta morale nella pubblica opinione, la quale fu in prevalenza favorevole all'impresa di Carlo d'Angiò. S'ebbe come una sosta nel turbinìo degli elementi componenti la vita italiana, ma gli ideali politici del tempo scaddero tutti e neppure la vittoria finale fu degli Angioini. L'idea imperiale era già diminuita, fin da quando casa di Svevia s'era fatta italiana, perchè, scemata la sua autorità al di là delle Alpi, perdette con questo della sua universalità. Ed ora la separazione dall'Impero di quel regno delle due Sicilie, ove gli Italiani avean veduto da ultimo la sede degli imperatori, compie la scomparsa dell'idea imperiale dalla vita reale d'Italia. Quest'idea rimane il sogno di Dante; rimane un'ombra che inutilmente cerca incarnarsi in Arrigo di Lussemburgo, in Lodovico il Bavaro. L'ultimo suo nobile rappresentante è Arrigo, a cui Dante prepara in Paradiso un seggio di gloria; poi l'idea imperiale casca negli impronti, negli avventurieri, nei truffatori.

Che cosa surroga a quell'idea la casa d'Angiò? Nulla di grande, perchè è guelfa, perchè è straniera e rimarrà sempre tale; perchè la sua azione si va sempre più ritraendo, prima dalla valle del Po, quindi dalla Toscana, ed infine si regge a mala pena entro gli stessi confini del regno.

Quanto al Papato, e al Comune guelfo, che hanno vinto colla spada di casa d'Angiò, essi non coglieranno che tristi frutti dalla loro vittoria. Il Papato s'è dato un padrone; il Comune settentrionale decade nelle signorie, le quali chiedono una consecrazione alla loro usurpazione, che gli Angioini sono impotenti a dare e che esse preferiscono ricevere dall'Impero, ogni volta che pare risorgere, sia pure sotto l'aspetto di una scorribanda di ladri, o di un'avventura da intriganti. Quanto ai Comuni dell'Italia centrale, essi vedono gli inframmettenti Angioini mescolarsi alla loro vita, ma per recarvi nuovi elementi o di discordie o di servitù.

Finalmente, quanto alla stessa casa d'Angiò, se paragonate soltanto le condizioni d'Italia nel primo decennio del secolo XIV cogli ultimi anni della casa di Svevia, vedrete che gli Angioini hanno già perduta una parte della loro monarchia, che hanno il Papato avverso e cospirante alla loro ruina, che alle signorie dell'Italia superiore basta la comparsa d'un'ombra d'imperatore per rifarsi ghibelline, che i Comuni dell'Italia centrale invocano talvolta il suo aiuto, ma poi subito l'hanno in sospetto e se ne liberano. In tali condizioni essa, non solo non ha più speranza di divenire una potenza italiana, ma, mantenutasi a stento napoletana, non le rimarrà che sprofondarsi a poco a poco nell'anarchia e finalmente cedere il campo agli Aragonesi, più validi, più destri e più fortunati.

Che tetra e dolorosa storia ho dovuto narrarvi! Gente che corre dietro alle ombre; grandezze fatue, colpe, sventure, illusioni; nulla di certo, tranne sognare, decadere, annientarsi, scomparire come in un perpetuo nirvana. Ma queste conclusioni dolorose sono la grande e malinconica poesia della storia! Nella quale intendo la rassegnazione cristiana del Manzoni, il gemito disperato del Leopardi, ma nella quale l'ottimismo, se non è sulle labbra sarcastiche del Voltaire, mi sembra la più volgare delle conclusioni. Del resto, che meraviglia? La storia è la vita!

LA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIA

DI PIO RAJNA