( Purg., XXX, 136).

Sarà mai vero che il proposito fermo di battere quind'innanzi altra strada e gli sforzi di salire “il dilettoso monte„ irradiato dal sole della virtù, fossero fatti allorchè il gran Perdono del 1300 offriva per la prima volta a tutta la Cristianità, conturbata dalla coscienza delle proprie colpe e dai terrori della vita futura, un modo relativamente agevole di lavarsi da ogni macchia e di sciogliersi da ogni pena? — Impossibile rispondere; ma se anche questo non fu, Dante non poteva certo scegliere momento più opportuno per collocarvi il suo mistico viaggio.

Quella che noi s'è venuta finora considerando per la Divina Commedia, è la genesi interna: la genesi in quanto ha luogo nell'animo stesso di Dante. Ma di contro a questa c'è una genesi esteriore. Al fenomeno soggettivo corrisponde un fatto oggettivo; se da un lato c'è una corda mirabilmente disposta a vibrare e render suono, dall'altro c'è una mano che la scuote. Si tolga l'una delle due: s'immagini un Dante diverso da quello che è, oppure si collochi a vivere in un mondo diversamente foggiato, e il grande poema andrà del pari a perdersi nell'infinito popolo dei non nascituri.

Volgiamoci a quest'altra parte. Volgervisi, dovrà manifestamente significar soprattutto rendersi conto del posto che tenevano nell'età dantesca le fantasticherie dei mondi oltraterreni, le quali, anche prima che ci si fermi a guardar le cose davvicino, appariscono pure essere per la Divina Commedia schiatta e famiglia. E il posto era stragrande davvero. Di queste fantasticherie avevano piena la testa, e la riempivano altrui, ecclesiastici e laici, predicatori e giullari, pittori e poeti: per lo più mirando piamente ad atterrire, talora anche a sollazzare. E fu per sollazzo (come non richiamare in Firenze, sia pur nota quanto si voglia, questa memoria fiorentina?) che, nella lieta ricorrenza del calen di maggio del 1304, mentre Dante già calcava le dure vie dell'esiglio, i mattacchioni di Borgo San Frediano, su barche, e navicelli, e impalcature, rappresentarono in Arno l'inferno, “con fuochi„, dice il Villani (VIII, 70) “e altre pene e martorii, con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, e altri i quali aveano figure d'anime ignude, che pareano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida, e strida e tempesta„: spettacolo che, fatto così per trastullo, parrebbe irreligioso ai nostri tempi, e che allora non era; ma che ebbe fine lagrimosa, dacchè, rovinato, per il peso soverchio della folla spettatrice, il ponte alla Carraia, ch'era tuttora di legno, molti perirono; “sicchè„, conchiude il cronista, “il giuoco da beffa avvenne col vero; e, com'era ito il bando, molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo„.

E da tempo immemorabile le fantasticherie avevano proprio anche assunto la veste di andata alle dimore dei defunti. Siffatta concezione fu quanto mai comune presso i Greci, non uguagliati forse da nessun popolo nella familiarità con quelle regioni. Cosa di più noto alle menti elleniche che l'Acheronte, il Cocito, Caronte colla sua barca, la reggia di Plutone e Proserpina? Le andate più antiche si immaginaron corporee, come un altro viaggio qualsiasi. Tali son quelle d'Ercole, di Piritoo, di Orfeo, spettanti al dominio del mito; tale è nell'epica quella di Ulisse, di cui l' Odissea ci darà una particolareggiata narrazione, alla quale il pochissimo che l'Alighieri ne seppe, non toglie di essere la più remota progenitrice della Divina Commedia a cui noi si possa risalire.

Più tardi, per effetto dello spiritualismo filosofico, si contò di peregrinazioni compiute dall'anima soltanto. Anche ad un'immaginazione di questo genere ricorse Platone, il più fantasioso tra i filosofi greci, e quello che maggiormente si piacque di dar forme concrete e sensibili alle idee sue intorno alla sorte riserbata ai defunti; e alcuni secoli dopo vi ricorse allo stesso modo Plutarco. Riferire le cose dette da questi due, sarebbe gradevole a me, come sarebbe gradevole a voi l'ascoltarle; appena sapreste persuadervi di essere nel mondo pagano. Ma poichè il mio scopo è di prepararvi a capire come nasca la Divina Commedia, e non di farvi conoscere la storia delle idee e delle fantasie che si riferiscono all'altra vita, mi guarderò bene dal lasciarmi sedurre.

Dire che qualcosa fosse dei Greci, è un dire insieme che da un certo tempo in qua fu anche dei Latini, loro eredi non meno che emuli. I Latini parteciparono dunque anche per questa parte alle concezioni elleniche; solo, di tanto più positivi, ci si abbandonarono meno. Ma ecco, per trascurar tutto il resto, che Cicerone farà avere al suo Scipione Africano un sogno, che è una vera visione del paradiso; e Virgilio ci darà di una discesa di Enea all'Averno una descrizione, che, grazie alla vitalità somma del poema in cui era contenuta, eserciterà un'azione efficacissima anche per tutto il medioevo.

Venne il cristianesimo; e succhiò per questa parte latte pagano, ben più che israelitico; nè poteva essere altrimenti, dacchè il posto che nelle menti pagane era occupato dalle fantasie relative alla sorte riserbata all'anima al suo uscir dal corpo, nelle israelitiche era riempito invece dal pensiero e dalla rappresentazione del finimondo, della risurrezione, e del gran Giudizio. Ma è troppo facile intendere, date le idee cristiane, come da questo tempo in là le visioni dovessero moltiplicarsi: visioni per lo più tenere, pietose, commoventi, nell'età dei martiri; paurose invece nel medioevo, durante il quale la religione diventò in grandissima parte sinonimo di terrore. Non diamone maggior colpa a lei che alle generazioni che essa si studiava di tenere a freno.

Io non istarò qui a farvi passare dinanzi la lunga serie di coloro che di secolo in secolo pretesero, o si pretesero, aver visitato i regni della morte; giacchè vedo bene quanta sarebbe la noia, e non vedo invece quale sarebbe l'utilità di una filata di nomi accompagnata da scarsi ragguagli. Mi pare senza confronto miglior partito prendere tra i moltissimi un caso singolo, che possa servir di esemplare, e fare di quello un'esposizione abbastanza particolareggiata. Non sceglierò quella visione di frate Alberico, dattorno alla quale fu combattuta un tempo la battaglia dell'originalità o non originalità del poema dantesco da chi ancora non sapeva, o non considerava abbastanza, com'essa non fosse che un individuo, non privo certo di qualche importanza, di una stirpe ben numerosa. Che Dante la conoscesse, è più che improbabile. E neppure mi appiglierò alla discesa famosissima di Owen nel pozzo di San Patrizio in Irlanda, nonostante che questo pozzo conservasse la sua reputazione di bocca delle regioni delle anime con una tenacia singolare, contro cui non valse nemmeno la distruzione eseguitane per ordine di papa Alessandro VI nel 1497. Prenderò invece la visione di Tundalo, germogliata ancor essa dal medesimo suolo irlandese, d'una fecondità proprio impareggiabile per roba siffatta. Questa può dirsi il capolavoro della sua specie. Composta alla metà del secolo dodicesimo, si divulgò, latina e molteplicemente tradotta, in modo veramente straordinario; e per me non è dubbio come sia tra quelle di cui Dante ebbe conoscenza diretta, e da cui trasse partito.

Tundalo era un cavaliere irlandese, giovane, bello, prode, piacevole, ma che non voleva darsi alcun pensiero delle cose dell'anima. Un giorno, mentre siede a tavola in casa altrui, si sente mancare, e, gridando, cade a terra. Appaiono in lui i segni della morte. Il corpo è steso sopra di un letto, e vi rimane tre giorni. Trascorso questo tempo, mentre tutto è pronto per la sepoltura, riapre gli occhi, con gran meraviglia dei circostanti. Egli riceve il corpo di Cristo, poi fa testamento in favore dei poveri, e quindi racconta i meravigliosi suoi casi.